A chent’annos, Rombo di Tuono


In occasione del compleanno di Gigi Riva ripubblichiamo l’articolo che uscì 3 anni fa in occasione dei suoi 70 anni. Buona lettura. 

di Piergiuseppe Mulas.

Vi è una fotografia, tra le tante, che descrive alla perfezione l’essenza di Gigi Riva, anzi di Giggirriva, questa:

rombo di tuono

È tratta dalla storica sfida con la Juventus del 15 marzo 1970, la partita che decise lo scudetto. Il Cagliari è sotto per 1-0, a causa di uno sfortunato autogol di Niccolai, che di testa ha anticipato Albertosi spedendo la palla in fondo alla propria rete (la leggenda vuole che Scopigno, impassibile in panchina abbia ironicamente commentato “bel goal”. Ma si tratta per l’appunto di una leggenda, Scopigno era squalificato quel giorno come lo fu gran parte del campionato a causa dell’espulsione rimediata con il Palermo). All’ultimo minuto del primo tempo si batte un calcio d’angolo nell’area juventina, l’azione viene immortalata nell’attimo immediatamente successivo a quello in cui Riva ha colpito il pallone di testa. Sullo sfondo i giocatori delle due squadre assistono come impietriti al duello tra Riva e il portiere della Juve, Anzolin. Riva è sospeso in aria, ha appena effettuato una torsione col busto per colpire la palla, sul suo viso affiora una impercettibile smorfia di soddisfazione, sente di aver fatto tutto bene, si tratta solo di attendere che l’inevitabile accada, che la palla scuota la rete. Anzolin invece è in caduta, con le braccia protese in alto, una dichiarazione di resa senza condizioni. La prospettiva lo fa sembrare un gigante rispetto a Riva, ma un gigante in caduta, la palla l’ha ormai scavalcato. Davide ha (ab)battuto Golia.
Davide che batte Golia, questo fu Giggirriva. Colui che ruppe consuetudini e gerarchie del calcio italiano che sembravano scolpite nel marmo, con gli squadroni del nord destinati a spartirsi trofei e le altre compagini confinate al ruolo di semplici comparse. Un eroe prometeico, che sfidò le forze divine del denaro e del blasone per donare un posto nel gotha del pallone anche agli umili, coloro che fino a quel momento appartenevano, anche geograficamente ed idealmente, all’estrema periferia del pallone, un lembo di terra lontano e sconosciuto, popolato di banditi, non ancora buono neanche per passarci le vacanze estive. Il furto del fuoco lo pagò caro, immolando 2 gambe alla causa azzurra, la seconda volta nell’autunno del ’70 con il Cagliari proiettato verso il bis scudetto e vincitore dell’andata degli ottavi della Coppa dei Campioni contro l’Atletico Madrid. Inutile dire che senza di lui la squadra al ritorno fu eliminata e in campionato sprofondò nell’anonimato.
E dire che appena arrivato in Sardegna, giovanissimo, spaesato e senza una minima idea di dove fosse capitato, rimediò subito uno ceffone tra capo e collo da Sandokan Silvestri, suo primo maestro, per aver creduto che le illuminazioni di Sarroch fossero in realtà l’estrema propaggine settentrionale del Continente nero. Giurò che ci sarebbe rimasto solo un anno, e invece non se ne sarebbe andato più, innamorato dell’isola e dei suoi abitanti così simili a lui, schivo e riservato al limite della scontrosità. Una storia d’amore fondata sul mutuo riconoscimento l’uno dell’altro. Riva trovò in Sardegna quegli affetti che un destino crudele gli aveva strappato da bambino, si fece uomo e il suo nuovo popolo lo elesse a proprio condottiero nella battaglia più dura da vincere, quella contro il pregiudizio e gli stereotipi.
Ora che è un distinto signore di 70 anni, e lo scorrere nel tempo ha destinato alla leggenda le sue imprese, l’uomo non è cambiato. Certo, l’inquietudine che aveva dipinta sul volto un tempo, quando solo lo scagliare la palla contro la porta avversaria con tutta la forza del suo sinistro sembrava mitigarla, ha lasciato spazio a un largo sorriso, ma la ritrosia nei confronti dell’esterno e la gelosia con cui custodisce gli affetti più cari sono rimaste intatte.
Vogliamo rispettare la sua riservatezza, forse abbiamo ecceduto anche troppo nell’encomio, ma era in una certa misura inevitabile, e chiudere questo pezzo con un sobrio augurio per il suo compleanno: a chent’annos Giggi.

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Caso Bergamini, la perizia smentisce l’ipotesi suicidio


 

Emergono nuove elementi sulla scomparsa di Denis Bergamini, il 27enne calciatore del Cosenza morto il 19 novembre del 1989 sulla statale 106 jonica, a Roseto Capo Spulico, in circostanze mai del tutto chiarite.

L’ipotesi del suicidio – sostenuta per lungo tempo – perde sempre più consistenza. A smentirla è adesso l’esito della “superperizia medico-legale” effettuata sulla salma del giocatore, secondo cui la morte di Bergamini sarebbe avvenuta per soffocamento.

Scrive il Quotidiano del sud:

“Il risultato che non collima con la tesi del suicidio sotto il camion in corsa sulla statale 106  – rafforza, invece, l’esito della consulenza del Ris di Messina, incompatibile con l’ipotizzato decesso causato dall’impatto con l’autocarro in movimento”.

La salma di Bergamini fu ritrovata il 19 novembre del 1989. Nel 1992 il tribunale escluse l’ipotesi di omicidio, sulla base delle testimonianze della fidanzata di allora, Isabella Internò, e del camionista che investì Bergamini, Raffaele Pisano (che al momento sono formalmente indagati).

Alla tesi del suicidio non hanno però mai creduto i familiari del calciatore, né i tifosi del Cosenza, che si battono da sempre per conoscere la verità.

L’inchiesta è stata riaperta del Procuratore della Repubblica di Castrovillari Eugenio Facciolla, e lo scorso luglio è stata riesumata la salma del centrocampista.

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leggi anche: Caso Bergamini, nuove verità sul “calciatore suicidato”

 

 

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La retorica della goliardia. Quando le curve rivendicano il diritto all’antisemitismo


Se c’è una cosa di paradossale nella vicenda degli adesivi di Anna Frank in maglia giallorossa affissi all’Olimpico, questa è certamente la reazione degli ultras. Sia di quelli della Lazio, autori del gesto, sia di altre tifoserie a loro vicine politicamente.

Una reazione che si può riassumere, di fatto, in una rivendicazione: il diritto all’antisemitismo.

Non si spiegano altrimenti certe affermazioni e certi comunicati ufficiali. In primo luogo quello degli Irriducibili [http://www.lalaziosiamonoi.it/editoriale/adesivi-in-curva-sud-ecco-le-parole-del-direttivo-degli-irriducibili-88128],  principale gruppo della curva nord laziale, arrivato subito dopo la denuncia del fattaccio:

“Rimaniamo stupiti da questo clamore mediatico. Esistono altri ‘casi’ che meriterebbero le aperture dei telegiornali e ampie pagine di giornale. Non ci dissociamo da ciò che non abbiamo fatto. Ci meravigliamo che queste, che vengono considerate offese, insulti o chissà che altro, quando però arrivano nei nostri confronti non scandalizzino nessuno (…) Tutto deve rimanere nell’ambito del ‘nulla’: si tratta di scherno e sfottò da parte di qualche ragazzo forse, perché in questo ambito dovrebbe essere collocata questa cosa (…) Sono manovre per colpire la Lazio, che si sta affermando come una tra le migliori realtà di questo campionato, e i suoi tifosi che invece tanto stanno provando a fare, con molteplici iniziative di cui nessuno ne parla”.

Nel portare avanti questa battaglia, come fa notare Ugo Maria Tassinari sul blog Fascinazione [http://www.fascinazione.info/2017/10/caso-anna-frank-gli-ultras-della-lazio.html], “Gli ultras della Lazio non sono soli”.

“Il messaggio che arriva dai principali stadi è forte e chiaro: le frange estreme del tifo rivendicano il diritto all’odio peggiore. In vari modi hanno contestato la lettura del Diario di Anna Frank, il gesto riparatorio deciso per sancire lo strappo con la comunità ebraica infuriata”.

Ad Ascoli, la tifoseria di casa, storicamente “nera”, ha preferito entrare nello stadio solo al termine del minuto dedicato al ricordo di Anna Frank e alla lettura di brani del suo diario. Durante lo stesso minuto, il giorno successivo la curva sud dello Juventus Stadium ha cantato, polemicamente, l’inno di Mameli [http://www.spazioj.it/2017/10/25/juve-spal-la-reazione-della-sud-ricordo-anna-frank/]. A Bologna i supporter laziali (non gli irriducibili che hanno disertato la trasferta “per non essere strumentalizzati”) hanno intonato cori fascisti. A Firenze gli ultras viola hanno semplicemente fischiato.

Reazione né isolate, né estemporanee, ma coerenti [http://www.bbc.co.uk/sport/amp/football/41762423]. Facendo un giro sulle pagine ultras si riscontra una giustificazione comune, che si ritrova anche nel comunicato degli irriducibili, e in quelli degli ascolani: il benaltrismo.

In pratica – si dice – ci sono ben altre questioni a cui pensare. I terremotati senza casa, gli italiani che non riescono ad arrivare a fine mese. Altro che la Shoah.

Ammoniscono gli irriducibili nel loro comunicato:

“Altri casi meriterebbero le aperture dei giornali”.

E poi, e questa è la giustificazione principale e onnipresente quando le curve vengono accusate di razzismo, si tratta di goliardia, di sfottò [http://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/gli-ultra-del-verona-calcio-definiscono-una-goliardata-la-manifestazione-neonazista-da-loro-organizzata-l1-luglio-scorso/].

Lo stesso avvenne nel 2013, la prima volta in cui glia adesivi di Anna Frank apparvero nelle strade di Roma [https://www.vice.com/it/article/gyjqb9/storia-adesivi-anna-frank-maglia-della-roma-antisemitismo].

Sempre gli Irriducibili rivendicano il diritto a discriminare, citando (e come dargli torto?) una sentenza di tribunale [http://www.forzaroma.info/rassegna-stampa/il-tempo/anche-per-la-cassazione-romanista-ebreo-non-e-reato/], secondo cui:

“non è reato apostrofare un tifoso avversario accusandolo di appartenere ad altra religione”.

Scherzare sulla Shoah non è razzismo, è un gesto goliardico. Così come è goliardico inneggiare all’eruzione del Vesuvio o lanciare banane ai  giocatori neri.

E chi non lo capisce non sa stare allo scherzo.

 

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