Una rivincita attesa 37 anni. Quando era il Liverpool a dominare l’Europa


Kennedy

Il 27 maggio del 1981 si gioca la finale della ventiseiesima edizione della Coppa dei Campioni e per la prima volta che a contendersi il titolo di campione d’Europa si ritrovano contrapposte una squadra spagnola e una inglese.
All’epoca, per quanto possa sembrare incredibile oggi, i favori del pronostico erano tutti per i ragazzi in maglia rossa. Dopo i fasti del Grande Real nei ’50, la Spagna nei seguenti vent’anni si è dovuta accontentare di vincere il massimo trofeo continentale solo una volta (il Real nel 1966 contro il Partizan) e di un’altra presenza in finale, la beffarda sconfitta dell’Atletico Madrid nel 1974 quando fu riacciuffato dal Bayern nel recupero prima di essere sonoramente sconfitto per 4-0 nella ripetizione del match (all’epoca non erano previsti i calci di rigore). L’Inghilterra invece è alla quinta finale consecutiva e, soprattutto, le ultime 4 le ha vinte: 2 volte di fila prima il Liverpool e poi il sorprendente Nottingham Forest di Brian Clough. Sono anni in cui il gioco delle squadre riflette in maniera piuttosto marcata quelle che sono le diverse tradizioni delle scuole nazionali, sulla Gazzetta Lodovico Maradei presenta così la sfida: “Una finale che condensa il meglio che la prestigiosa manifestazione possa offrire, di fronte non solo la più forte squadra inglese e la più prestigiosa squadra spagnola, se non europea, ma due mondi, due concezioni calcistiche che da sempre si confrontano e si sfidano, quello latino e quello anglosassone. L’assalto del Real al trono del Liverpool racchiude in sé la suggestione di un calcio fatto di estro e di tecnica alle prese con la possanza e l’irriducibilità della tradizione anglosassone.”

Non si può sicuramente dire che quei giorni di maggio precedenti l’atto finale del massimo trofeo calcistico continentale siano stati monotoni, soprattutto in Italia. A fine aprile le Brigate rosse sequestrano il democristiano Ciro Cirillo, consigliere regionale della Campania, il 13 un cittadino turco che all’anagrafe fa Alì Agca spara a Giovanni Paolo II in una Piazza San Pietro gremita, il 17 gli elettori respingono l’abrogazione della legge sull’aborto, il 21 viene resa pubblica la lista degli appartenenti alla loggia massonica segreta Propaganda 2, meglio nota come P2, mentre nel mondo del calcio divampano le polemiche arbitrali in seguito al burrascoso finale di campionato che visto la Juventus prevalere sulla Roma anche grazie al pareggio nello scontro diretto, viziato a detta dei giallorossi dal gol ingiustamente annullato a Turone. Una questione di centimetri, come dirà il presidente romanista Viola, destinata a far discutere per molti anni a venire.

In Inghilterra, mentre fremono i preparativi per il matrimonio di Carlo erede al trono del Regno Unito, Principe di Galles e Conte di Chester con Diana Frances Spencer, non si è ancora placcato l’eco suscitato dalla morte di un giovane detenuto nordirlandese appartenente all’IRA, Bobby Sands, avvenuta il 5 maggio dopo 66 giorni di sciopero della fame contro le condizioni disumane di detenzione dei prigionieri politici nel famigerato Blocco H. Nonostante le proteste internazionali il governo conservatore di Margaret Tatcher si è mostrato irremovibile e a nulla è valsa neanche l’elezione di Sands al Parlamento di Westminster, del quale farà parte solo formalmente per 25 giorni.

London May Day

Simpatizzanti dell’Ira manifestazione per la liberazione di Bobby Sands  (Photo by Central Press/Getty Images)

La finale si gioca al Parco dei Principi di Parigi, già teatro della finale 6 anni prima, quando a farla da protagonista più che le squadre in campo furono i tifosi del Leeds, che ingaggiarono violenti scontri dentro e fuori lo stadio con la polizia francese. Fiumi di birra e un arbitraggio scandaloso si rivelarono una miscela esplosiva. Anche la finale di Coppa dei Campioni faceva la sua conoscenza della violenza hooligans, e da lì a pochi anni sarebbe stata il teatro del suo tragico apice.

il prologo del film-documentario “Leeds United: The Wilderness Years” inizia proprio con i fatti della finale del 1975.

Il cammino delle due squadre è abbastanza agevole fino alle semifinali, quando l’elenco delle superstiti recita: Liverpool, Real Madrid, Inter e Bayern Monaco. Tutte le squadre dei paesi con maggiore blasone sono ancora in gioco, il sorteggio non ha riservato finali anticipate nei primi turni. Le semifinali, come era facile pronosticare, si rivelano molto equilibrate. Il Liverpool è bloccato sullo 0-0 in casa dal Bayern, al ritorno in Baviera gli assalti dei tedeschi non portano frutti e a 7 minuti dalla fine Ray Kennedy segna il gol che regala la finale agli inglesi, il pareggio di Rumenigge allo scadere serve solo per le statistiche. Nell’altra semifinale l’Inter al Bernabeu si fa paralizzare dal più classico miedo escenico. Sciupa diverse buone occasioni in contropiede e si fa castigare 2 volte da Santillana e Juanito. Al ritorno la vittoria per 1-0 siglata da Bini non basta ai nerazzurri, e la truppa guidata dal sergente di ferro Eugenio Bersellini lascia la competizione non senza rammarico.

la semifinale di ritorno tra Liverpool e Bayern Monaco

Sulla panchina inglese siede Bob Paisley, una vita spesa interamente al servizio dei Reds, del quale è stato giocatore per poi diventare l’artefice dell’ascesa del Liverpool ai vertici del calcio nazionale e continentale insieme a Bill Shankly, dapprima come suo secondo e dal 1974 come allenatore titolare. L’allenatore delle merengues invece da giocatore è stato una meteora del calcio italiano, 13 presenze impreziosite da un gol nella Sampdoria nel campionato 1961-62. Aria gioviale, dotato di grande ironia, da molti è descritto già come una vecchia volpe a dispetto dei soli 50 anni. Ha vinto il campionato la stagione precedente al suo primo anno sulla panchina dei blancos dopo le esperienze nella patria del calcio totale con Den Haag e Feyenoord e in Spagna col la Real Saragozza. Avrà modo di farsi apprezzare anche da noi come allenatore dopo la non brillante parentesi come giocatore, il suo nome è Vujadin Boskov.

La vigilia della finale è contraddistinta dalla più classica pretattica. Paisley non scioglie la riserva sull’utilizzo di Kenny Dalglish, fresco di guarigione da una distorsione alla caviglia, mentre nel Real c’è il ballottaggio tra Pineda e Laurie Cunningham per il ruolo di ala sinistra. Alla sfortunata ala inglese è associato il ricordo della partita dello scrittore e tifoso del Real, anzi del tifoso del Real e scrittore Javier Marias, non tanto per la prestazione della serata non proprio memorabile, ma perché Cunningham fu l’unica persona che Marias si ritrovo ad intervistare in vita sua. “All’epoca avevo una fidanzata americana che stava cercando di raccogliere delle interviste a personalità di Madrid per poi rivendersele in patria. Le suggerì il nome di Laurie Cunningham. Sebbene il pubblico statunitense non fosse interessato al calcio Cunningham era il secondo giocatore nero a indossare la maglia della nazionale e il primo inglese ad essere ingaggiato dal Real Madrid, dettagli che potevano interessare anche un pubblico non appassionato di calcio. Scrissi le domande e lei le tradusse in inglese, ricordo che Cunningham lo intravidi appena, notai particolarmente il fatto che fosse scalzo a un piede, in una palestra dove si allenava per recuperare da un infortunio. Se sabato dovessimo vincere il mio ricordo andrà a lui, che mi era simpatico e che non ebbe fortuna, prima per gli infortuni e poi per quella tragica morte in un incidente stradale qui a Madrid nel 1989, dove era tornato per giocare col Rayo Vallecano.”

Laurie Cunningham

Laurie Cunningham in azione in un match contro il Barcellona

Quando vengono diramate le formazioni non vi è nessuna particolare sorpresa: Dalglish è della partita, mentre Cunningham ha avuto la meglio su Pineda. Le squadre si temono e lo spettacolo ne risente. Il Real mantiene il possesso palla ma non riesce mai a rendersi pericoloso anche perché Boskov, preoccupato dalla velocità degli attaccanti del Liverpool, sta comunque molto attento a non scoprirsi. Si va al riposo senza una vera occasione da gol. A inizio ripresa l’episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti del match: Angel salta un avversario a centrocampo e indovina un passaggio filtrante sul quale la difesa del Liverpool si fa trovare male allineata, il fuorigioco non scatta e Camacho si trova lanciato verso la porta avversaria con Clemence male posizionato nella più classica terra di nessuno, il pallonetto è piuttosto elementare ma Camacho sbaglia clamorosamente la misura e la palla passa sopra la traversa. La partita diventa più veloce, ma non accade niente di significativo fino al gol. Ray Kennedy batte una rimessa laterale all’altezza dell’area di rigore sull’out sinistro, Alan Kennedy controlla il pallone in corsa di petto, il difensore spagnolo Cortes sarebbe in anticipo, ma liscia clamorosamente e permette a Kennedy di involarsi verso la porta e a trafiggere da posizione defilata Augustin in uscita con un preciso sinistro dal basso verso l’alto. “Ero in una situazione nella quale potevo decidere se tirare in porta o cercare un compagno al centro dell’area. Presi il rischio e decisi di calciare sul primo palo, mi pare sia stata un decisione giusta” ha raccontato Kennedy a El Pais. Il Real si butta disperatamente in avanti ma è il Liverpool a divorarsi in contropiede due occasioni per raddoppiare, la prima con Dalglish che dopo aver dribblato il suo marcatore tira alto dal limite dell’area, la seconda con Souness che arriva a rimorchio e da posizione centrale calcia addosso ad Augustin. Arriva il fischio finale dell’ungherese Palotai e il capitano Phil Thompson può alzare al cielo di Parigi la terza coppa della storia del Liverpool, il quinto trofeo consecutivo per una squadra inglese.

Bob Paisley diventa così il primo allenatore a vincere tre volte la Coppa dei Campioni, mentre Boskov ripeterà l’amara esperienza di perdere una finale 11 anni dopo da allenatore della Sampdoria. L’egemonia inglese sul Continente si esaurirà solo a seguito dei fatti dell’Heysel, mentre il Real dovrà attendere altri 17 anni per tornare a disputare, e questa volta vincere, una finale di quella che ormai si chiama Champions League.

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Helmut Duckadam, l’eroe che non ti aspetti


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Il 7 Maggio 1986 il mondo non ha ancora capito bene quello che succede in Ucraina settentrionale, dove l’aviazione sovietica sta affannosamente cercando di limitare i danni del più grave incidente nucleare della storia.

E proprio da un paese dell’Europa dell’est – forse il più povero dopo l’Albania – arriva la squadra che cerca di sovvertire il pronostico che vuole il Barcellona di Venables, a cui mancano solo le grandi orecchie in bacheca, logico vincitore di una scialba edizione della Coppa dei Campioni.

E’ il primo anno senza le inglesi, squalificate dopo i fatti dell’Heysel. La Juve campione in carica perde Serena per infortunio e affida allo sciagurato Pacione le sorti dell’attacco nel ritorno dei quarti contro i blaugrana. Per i bianconeri è già iniziata la fase calante: Rino Marchesi e il ritiro di Le Roi Michel sono dietro l’angolo. Un po’ di bel calcio lo fa vedere l’Anderlecht di Vincenzino Scifo, che nel mondiale messicano arriverà quarto con il Belgio più forte di sempre.

A sorpresa però è la Steaua (la Stella) di Bucarest ad eliminare i forti belgi e a volare a Siviglia per la finalissima, dove è sostenuta dai pochi rumeni che sono riusciti ad ottenere il visto per la trasferta. Troppo forte la paura di richieste di asilo politico in Spagna per permettere a più di un migliaio di sostenitori di esibirsi in un commovente confronto contro 60.000 culés carichi di sangria e convinti di avere la Coppa già in tasca. Forte di alcuni talenti homemade come Marcos Alonso e Alexanco, ma soprattutto di Bernd Schuster, stella indiscussa, ma dotato di una costanza molto poco teutonica.

La Steaua non è arrivata a Siviglia per caso. Dietro le vittorie c’è un lavoro di anni che ha 3 protagonisti: Ioan Alexandrescu, uomo mercato che recluta i maggiori talenti della Romania; l’allenatore di etnia ungherese Emerich Jenei; Valentin Ceauşescu – stimatissimo dirigente nonché figlio adottivo del dittatore (Lacatus gli offrì addirittura rifugio durante i giorni caldi del Dicembre ’89). La triade dei Carpazi porta la squadra del Ministero della Difesa a vincere lo scudetto 1984-1985 e a dominare il calcio rumeno della seconda metà degli anni Ottanta. Squadra di buon livello tecnico, con l’ottimo Belodedici, Boloni, Piturca e l’idolo Lacatus una spanna sopra gli altri. I successi in campo nazionale trovano riscontro anche in Europa: la Steaua perderà una semifinale di Coppa Campioni due anni dopo contro lo sciagurato Benfica – sconfitto nell’ennesima finale europea dal PSV – e ne prenderà 4 dal Milan di Sacchi nella finale 1988-1989.

Al Ramón Sánchez Pizjuán la partita è scorbutica e decisamente poco spettacolare. La Steaua è maestra nell’addormentare il gioco quando vuole – qualche malpensante di gusti difficili potrebbe parlare addirittura di catenaccio – e il Barcellona non è proprio al top del suo calcio. E così, a colpi di ostruzionismo e passaggi all’indietro al portiere, si arriva ai calci di rigore. La seconda edizione della Coppa dei Campioni che si conclude dal dischetto sembra confermare un torneo sottotono.

Ma addavenì baffone, Helmut Duckadam. Prototipo del portiere anni ’80, di origine tedesca, è in serata di grazia. Anzi, è in una serata monumentale. Dopo aver bloccato i rigori di Alexanco e Pedraza, assiste alla sassata vincente di Lacatus e para a Pichi  Alonso il terzo rigore calciato di fila alla sua destra. La rete di Balint porta lo Steaua sul 2-0, per il Barcellona si presenta sul dischetto Marcos Alonso, convinto che il portierone dovrà per forza buttarsi a sinistra, ma si sbaglia. E così il Barcellona dovrà aspettare ancora 6 anni prima che Rambo Koeman soffi la Coppa alla Samp di Boskov.

Duckadam diventa il protagonista assoluto della vittoria, e per lui si inizia a parlare di proposte da mezza Europa, incluso lo United di Alex Ferguson. Ma la carriera ad alti livelli dell’eroe di Siviglia finisce praticamente con i rigori di Siviglia.

Ed è qui che iniziano a circolare voci fantozziane sul suo improvviso ritiro. La prima è che Nicu Ceausescu, altro figlio del leader, abbia mandato dei sicari a spezzargli le entrambe le mani per la troppa invidia. Il motivo? Pare che re Juan Carlos in persona, super tifoso merengue, dopo 120 minuti di sana gufata abbia goduto così tanto da regalare una Mercedes (o secondo altre versioni, una Ferrari) al povero Helmut. La seconda versione, diffusa dal club, è che il portiere fosse stato colpito da una rara disfunzione sanguigna che lo avrebbe tenuto 3 anni fuori dai campi.

La verità pare sia più banale, ma non meno tragica. Duckadam nell’estate dopo il trionfo sarebbe stato colpito da una trombosi al braccio, in seguito al quale rischia addirittura l’amputazione dell’arto.

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Helmut Duckdam ai giorni nostri in posa con la Coppa

Scampato il pericolo, vola a Tokio per assistere alla sconfitta nell’Intercontinentale contro il River Plate, dopo di che viene scaricato dalla sua squadra. Il futuro immediato è un posto da guardia di frontiera vicino al confine ungherese, ma qualche anno fa il vulcanico proprietario dello Steaua Gigi Becali – con un’astuta mossa nostalgica – lo nomina presidente del club.

Il calcio toglie, il calcio dà.

di Roberto Scanu per Mondocalcio Magazine.

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Gentrificazione e avidità stanno seppellendo vivi i veri tifosi.


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La protesta dei tifosi del West Ham contro il nuovo corso della società

La scelta delle squadre di calcio di abbracciare il modello basato sul dominio del business comporta la perdita del loro ruolo di punto focale all’interno delle comunità locali, il luogo di ritrovo e condivisione delle persone appartenenti alle classi popolari. In epoca di iper-globalizzazione il cambiamento è inevitabile, ma quando coinvolge i club qual è l’impatto di questi cambiamenti sul pubblico del calcio?

Possiamo parlare di una gentrificazione delle città così come di una gentrificazione delle squadre di calcio. In entrambi i casi il processo è similare: si assiste a un trasferimento dei “nativi” di una particolare area/squadra di calcio per essere sostituiti da abitanti/tifosi appartenenti alle classi medio-alte.

Il cambiamento dei valori è un fatto assodato che ha avuto profondo impatto nel ridisegnare le caratteristiche originarie delle città e dei club. Per quanto riguarda le città gli effetti si notano soprattutto in rapporto al carattere, ai pub, all’atmosfera che si respira e ai sentimenti predominanti. Per i club si può fare un discorso simile: l’incremento dei prezzi dei biglietti, perdita di atmosfera all’interno degli stadi e il senso di solitudine al loro interno.

Il club “tradizionale”

È un luogo più che una cosa. È la personificazione dell’orgoglio che nutre la working class e della sua identità. Il club tradizionale era quel qualcosa attorno al quale la gente si poteva riunire, senza considerazione per ciò che accadeva all’infuori delle sorti della squadra, quel qualcosa attorno al quale gioire, mentre lo stadio era il luogo dove poter urlare, saltare, cantare e ubriacarsi in santa pace. Ma tutto questo sta lentamente scomparendo.

Noi non proviamo nessun sentimento per la ditta che ci fornisce i nostri pc o per il nostro provider di servizi telefonici. Ci possono piacere e al limite possiamo formare una certa fedeltà verso il brand, ma rimangono per l’appunto solo dei brand. E sebbene le squadre di calcio non saranno mai dei semplici brand, tuttavia esse sono anche dei brand, e stanno lentamente evolvendo verso la forma di anonime corporation brutalmente volte alla ricerca del profitto a tutti i costi.

I club tradizionali sono una specie in via d’estinzione, una cosa appartenente al recente passato. Non sono dinosauri, dal momento che è un qualcosa di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza in prima persona, ma siamo anche testimoni del fatto che il declino dei valori su cui si sorreggevano sta creando una frattura tra i club e noi, i suoi storici tifosi.

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Tifosi del FC United of Manchester contro il monday night

In Inghilterra, nelle leghe minori, si sta provando a dar vita a un nuovo modello economico per il calcio. Squadre come il Dulwich Hamlet o l’FC United of Manchester hanno provato a intraprendere un percorso diverso per costruire un modello di sport più idealizzato che recuperi alcuni dei valori perduti. Sfortunatamente sono solo dei pesci piccoli, e nonostante attraggano nuovi tifosi ogni anno rimangono comunque ai margini del gioco.

In Germania vige la regola del 50%+1, vale a dire la maggioranza della proprietà deve essere in mano ai tifosi, in modo che le decisioni non siano prese in contrasto con gli interessi dei tifosi. Il Borussia Dortmund, ad esempio, prevede biglietti economici, la possibilità di acquistare cibo e birre e di vedere la partita in piedi.

La città che cambia

Sebbene l’area più cool di Londra sia in costante trasformazione, la zona est è diventata un posto desiderabile per vivere e lavorare soltanto nell’ultimo decennio. L’essere diventato un luogo cool e la conseguente domanda di nuove abitazioni è stato uno dei motivi che hanno portato il West Ham ad abbandonare Upton Park, in luogo del quale guarda caso è sorto un complesso residenziale il cui appartamento più economico costa 360.000 sterline. Lo stadio che era sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale si è dovuto arrendere davanti all’incedere della seconda ondata del neoliberismo seguita al thatcherismo.

La gentrificazione è allo stesso tempo un simbolo di crescita e modernizzazione quanto una conseguenza della spietata ascesa del neoliberismo dagli anni ’80. Pensare che non avrebbe finito per toccare anche il calcio è stata un’illusione su cui si non cullati i tifosi, che hanno chiuso gli occhi davanti al piano a lungo termine ordito dai politici conservatori per estirpare ogni sembianza di solidarietà all’interno della working class, sia che fosse veicolata dalla musica, dal calcio o da qualunque altra subcultura.

La gentrificazione ha investito ogni aspetto della vita, perché quindi i tifosi hanno pensato che non avrebbe finito per coinvolgere anche il calcio? Dovremmo per caso essere messi in qualche elenco sulle specie protette, custoditi e protetti come si fa per i beni culturali? Ebbene sì, in qualche senso noi dovremmo essere protetti e salvaguardati. Chi non capisce l’importanza di conservare una cultura calcistica e di avere uno stadio come luogo di aggregazione della comunità sicuramente non è mai stato un vero tifoso di calcio. Ma sfortunatamente sono proprio queste persone che ne guidano il cambiamento nell’attuale direzione. La natura predatoria delle classi più abbienti, tesa a massimizzare i profitti sopra ogni cosa, non è sicuramente una novità degli ultimi anni, ma quando arriva a distruggere qualcosa che non si può ridurre ai cori o agli anfibi di pelle non stanno pianificando un futuro migliore, ma stanno modificando il DNA culturale di un’intera città, un’operazione potenzialmente devastante.

I nuovi impianti sono costruiti essenzialmente per far sentire a proprio agio il pubblico delle upper class. In questo senso il nuovo stadio del Tottenham è un esempio lampante. È impossibile spiegare cosa rappresenta per un tifoso il proprio stadio, è qualcosa tra l’arteria polmonare e il cuore stesso. I progettisti contemporanei non riescono a capire questo e lavorano per creare intorno ai club un’immagine di prestigio. L’esclusività in luogo dell’inclusività.

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Il nuovo stadio del Tottenham

Dai progetti del nuovo stadio degli Spurs si può evincere come gli spazi siano pensati per avere dei consumatori che si muovano in un supermercato. Non sarebbe sorprendente se per uscire dall’impianto sarà obbligatorio passare davanti ai negozi del club. Non per niente i critici hanno paragonato la nuova struttura a una biblioteca universitaria o a un aeroporto, non esattamente i luoghi più prossimi a uno stadio di calcio.
Manipolando i propri tifosi per sostituirli con un pubblico più abbiente i club rischiano di fratturare le dinamiche sociali dall’interno. Procedere a sostituire un pezzo che non è rotto è un’operazione del tutto equivalente a dire a questi tifosi che loro non sono più i benvenuti. Introdurre una diversificazione nel trattamento dei tifosi può distruggere le fondamenta della comunità su cui le squadre si reggono, ponendo ai margini i tifosi della prima ora. Ciò impone una domanda: perché qualcuno può volere la distruzione di un qualcosa di così prezioso per la stessa società nella quale vive?

Tutto ebbe inizio con una tragedia

Come spesso accade in questi casi, quando succede una tragedia essa viene sfruttata per motivi politici. Questi eventi sono cavalcati da chi è più abile a comprendere quali saranno le immediate conseguenze. È il caso del disastro di Hillsborough e delle sue 96 vittime, che ci ha accompagnato dentro la nuova era del calcio-business, camuffato da piano mirato a garantire la sicurezza dei tifosi. Il rapporto Taylor che seguì al disastro di Hillsborough auspicava l’obbligo per i tifosi delle prime due serie del calcio inglese di assistere alle partite seduti. Due anni dopo sarebbero arrivati Rupert Mardoch e Sky ad acquistare i diritti per trasmettere la neonata Premier League.

I tifosi da un giorno all’altro furono trasformati in consumatori della nuova lega tutta orientata verso il business, caratteristica che solitamente era associata alle franchigie e alle leghe degli sport statunitensi. In pochi anni tutto sarebbe cambiato all’insegna del comfort e della formalità. Ciò che era presentato come un cambiamento necessario somigliava molto di più a un elaborato trucco per trasformare il gioco del calcio in una merce da impacchettare e vendere. Quando la verità sul disastro di Hillsborough venne a galla, e fu chiaro che la colpa dell’accaduto non era dei tifosi ma della negligenza della polizia, la tragedia iniziò a sembrare parte di un elaborato piano per cavare altri soldi da chi meno poteva permetterselo e sanzionare così una parte della società che era vista dal governo conservatore come una fonte perpetua di disturbo. È chiaro che il calcio inglese dovesse fare dei passi verso la modernizzazione, ma bisogna anche interrogarsi sui motivi che portarono a compiere determinate scelte in maniera così affrettata.

Rex Nash in “The Sociology of English Football in the 1990s: Fandom, Business and Future Research” ha evidenziato che: “Oltre l’ovvia conseguenza sulla composizione del pubblico degli stadi, vi è il rischio di distruggere le reti sociali che formano il popolo del calcio, queste reti si sono formate con la partecipazione attiva ai match, la loro scomparsa muta per sempre il rapporto dei tifosi con il calcio”. Così come altri comportamenti che sono modificati attraverso la leva economica, nel calcio assistiamo a fette di popolazione tagliate fuori dai prezzi troppo alti, alla trasformazione dell’esperienza partita, a uno sport confezionato su misura in modo da massimizzare il guadagno per persona. Sempre Nash afferma che “I club hanno costantemente alzato i prezzi dei biglietti in modo da escludere certe classi di fan, gli anni novanta sono stati caratterizzati dalle deliberate mosse dei top club atte a sfruttare il fatto di essere dei brand globali”.

Tutto ciò non è mai stato tanto chiaro come ora. Solo 10 anni fa sarebbe sembrato impossibile vedere calciatori valutati mezzo miliardo o dover pagare anche 100 sterline per assistere a un incontro, ma i tifosi sono talmente immersi nell’ambiente del calcio che molti alla fine chiudono un occhio. Coloro che hanno detto basta hanno smesso di seguire il loro club, o al limite di frequentare con regolarità gli stadi, mentre altri hanno deciso di seguire i club di categorie inferiori. E perché no? Quando si va a vedere uno dei top club europei si finisce per spendere una fortuna per stare circondati da coloro che Roy Keane chiamava spregiativamente “brigata del sandwich al gamberetto”, che possono permettersi tutto ciò e con i quali mai avresti scelto di andare assieme a vedere una partita.

Le ricadute

Eduardo Galeano in “Splendori e miserie del gioco del calcio” ci restituisce la migliore definizione di quale sia il significato culturale di questo sport: “Un vuoto stupefacente: la storia ufficiale ignora il calcio. I testi di storia contemporanea neanche lo menzionano di sfuggita, perfino in Paesi nei quali il calcio è stato e continua ad essere il simbolo primordiale dell’identità nazionale. Gioco ergo sono: lo stile di gioco è il modo di essere che rivela l’unicità di ogni comunità e il suo diritto ad essere differente”. Sfortunatamente col suo trasmigrare dalle radici culturali in cui è sorto alla indistinta pantomima odierna anche i valori culturali originari si stanno estinguendo. Il calcio degli anni ’70, ’80 e ’90 che noi guardiamo con occhi romantici aveva molti difetti, ma anziché cercare di appianarli li abbiamo trasformati ed enfatizzati. Ciò che il calcio poteva esser stato sembra un ricordo lontano come non mai. E se lo sport inizia a perdere la propria identità lo stesso accade ai suoi fan.

Il calcio è un vero e proprio specchio della società. Come ha evidenziato il sociologo David Goldblatt il suo impatto sulla mentalità della società è dato dal capitale sociale che si accumula nel tempo e si trasmette tra le generazioni con tutto il carico emotivo del racconto che si sviluppa intorno al club e alla sua storia.
Permettere che i club e gli stadi siano allontanati da noi, che il campionato del mondo sia tenuto in paesi con nessuna tradizione calcistica, che il costo di essere un fan oggi raggiunga livelli folli, significa impoverire il carico emotivo della narrazione fino al punto in cui sarà difficile trovare una somiglianza con lo sport che abbiamo conosciuto.

Guardare avanti

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Sebbene i fan si sentano all’angolo come mai prima d’ora non tutte le speranze sono perdute. Il movimento contro il calcio moderno sta gettando le basi affinché il malumore dei tifosi sia ascoltato, ora è necessario adoperarsi in modo che il malcontento arrivi alle orecchie delle società.
Come per i sindacati del passato che combattevano le loro battaglie contro l’erosione culturale è necessario che si raggiunga un certo livello di organizzazione. Tanto per cominciare deve essere chiaro cosa i tifosi vogliono e cosa non vogliono. I supporter del Borussia Dortmund hanno organizzato una marcia di 25.000 persone contro i posticipi del lunedì. Perché non replicarlo?

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La marcia dei tifosi del Borussia Dortmund contro la commercializzazione del calcio.

Le persone in posizione di potere capiscono solo il linguaggio dei soldi. E battere su questo tema può essere il modo migliore per difenderci dai loro sogni di omologazione. La regola tedesca del 50+1 della proprietà in mano ai tifosi li protegge da molti dei problemi con i quali si devono confrontare i tifosi nel calcio moderno, consegna loro una leva di potere molto importante per evitare certe storture, prima fra tutte quella che comporta la lenta trasformazione dei tifosi in clienti, che sembra ormai prevalere in tutte le altre principali leghe del globo.

Detto in parole povere i tifosi non stanno facendo una vera esperienza di ciò è realmente il calcio. La reazione dei fan del Tottenham davanti al progetto del nuovo stadio così come l’invasione di campo dei supporter del West Ham hanno chiaramente mostrato che i tifosi non sono più disposti ad accettare di essere messi in secondo piano dagli investitori. Vogliono prendere l’iniziativa, ma accorre fare bene e in fretta, perché la situazione è critica e il fango arriva già alla cintola.

Questa è la nostra traduzione dell’articolo di Edd Norval apparso su These football times.

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