Géza Kertész, lo Schindler di Catania


Nell’ottobre 2015 un gruppo di tifosi del Catania ha l’idea di abbellire le pareti esterne dello stadio Massimino con un murales raffigurante i principali protagonisti della storia del Calcio Catania, nasce così il progetto “50 volti per il Cibali“. Da un anno a questa parte all’esterno dello stadio Massimino di Catania è finalmente possibile ammirare gli oltre 200 metri di murales realizzati da Andrea Marusic raffiguranti le 50 personalità scelte per rappresentare la storia della squadra rossazzurra. Tra di loro è presente anche un certo Géza Kertész, nome che molto probabilmente vi dirà poco o nulla, e che fino a poco tempo fa era pressoché sconosciuto anche presso i tifosi della squadra etnea. E pensare che per farlo includere tra gli eroi rossazzurri è sorto addirittura un comitato cittadino, che prima è riuscito a ottenere l’intitolazione di una pubblica via e dopo, grazie anche a una petizione su change.org, a farlo ricomprendere tra i protagonisti immortalati da Marusic. A questo punto vi starete chiedendo chi diavolo sia Géza Kertész e cosa abbia mai fatto per meritarsi una simile attenzione.

murales massimino

Il murales di Marusic, Géza Kertész è il secondo da sinistra

Nato a Budapest nel 1894 quando l’Ungheria era ancora parte della corona asburgica Géza Kertész fu un discreto giocatore, descritto dalle cronache come un centrocampista molto elegante e intelligente con l’unico difetto di essere lento, tanto da meritarsi il soprannome di “bradipo”, militò nella fila del Budapest Torna Club e nel Ferencváros.
Smessi i panni del calciatore si trasferì in Italia per allenare, come tanti altri protagonisti del calcio magiaro dell’epoca, tra tutti Árpád Weisz, tuttora il più giovane allenatore a vincere il campionato con l’Inter nel 1930 a soli 34 anni. Una triste sorte accomunerà Weisz e Kertész, come vedremo. Dopo l’esordio con la Carrarese nel 1931 approda, dopo due brevi esperienze con Viareggio e Salernitana, nella Catanzarese, come si chiamava allora la squadra giallorossa. Sotto la guida del tecnico magiaro le Aquile del sud raggiunsero nel 1933 la storica promozione in serie B, prima volta assoluta per squadra calabrese. Tanto fu l’affetto guadagnato che al termine della trionfale stagione Kertész, quando lasciò Catanzaro, fu scortato alla stazione da una folta comitiva di tifosi che lo sommerse dei doni.
Kertész attraversò lo stretto e si accasò a Catania, ottenendo subito la promozione dalla Prima divisione (l’attuale Serie C) e sfiorando l’anno seguente la promozione in Serie A. Divenne un idolo indiscusso, tanto da decidere di rimanere un altro anno, un record per uno come lui, che nel suo peregrinare per la penisola non si fermerà in nessun luogo per più di 2 stagioni. Dopo i successi col Catania Kertész guida il Taranto ad una immediata promozione in serie B (la quarta della carriera). L’anno seguente il Taranto retrocede, e mentre i connazionali Weisz ed Erbstein sono costretti a lasciare il calcio italiano a causa delle leggi razziali, in quanto ebrei, lui lascia la squadra pugliese per l’Atalanta, con la quale sfiora la promozione in Serie A. Viene chiamato dalla Lazio di Piola con la quale ottiene un ottimo quarto posto. Nel frattempo la guerra è scoppiata, il Regno d’Ungheria è schierato con l’Asse e per lui non ci sono problemi di natura politica, ma il calcio finisce per passare inesorabilmente in secondo piano. Nel 1942 si siede sulla panchina della Roma campione d’Italia, ma viene esonerato.

kertész

A questo punto Kertész decide di tornare in patria, ad attenderlo a Budapest c’è l’ex compagno di squadra István Tóth, anche lui con un passato di allenatore in Italia. Solo che i due smettono le tute, abbandonano le lavagnette e anziché dedicarsi al loro amato sport mettono su un’organizzazione resistenziale, che riesce a salvare centinaia di ebrei e dissidenti ungheresi dai campi di sterminio nazisti, ma non Árpád Weisz, che muore ad Auschwitz il 31 gennaio del 1944.
Nel dicembre del 1944 un delatore rivela alla Gestapo che Kertész nasconde un ebreo in casa, i due vengono arrestati e il 6 febbraio, con l’Armata Rossa ormai alle porte, i nazisti li fucilano, una settimana prima della resa delle ultime unità tedesche accerchiate nella capitale magiara. Ai funerali partecipano migliaia di persone, Kertész viene seppellito nel cimitero degli eroi.
Nonostante l’impegno nelle fila della resistenza la sua figura viene a lungo dimenticata a causa del suo passato nazionalista, era stato infatti un ufficiale dell’Impero Austroungarico, che non è visto di buon occhio dalla neonata Repubblica Popolare. La riscoperta della gesta eroiche, che gli sono valse il soprannome di Schindler di Catania, si deve agli autori di “Tutto il Catania minuto per minuto“, che per primi hanno riportato alla luce questa pagina dimenticata di eroismo e pallone. Grazie a loro e alla determinazione del comitato pro-Géza Kertész in occasione del 70 anniversario della Liberazione il comune di Catania ha annunciato che finalmente Géza Kertész avrà la sua via, e da un anno a questa parte ha anche il suo murales.

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Caso Magherini, nessun colpevole


Non c’è giustizia per Riccardo Magherini, l’ex calciatore 39enne della Fiorentina morto in seguito all’arresto avvenuto a Borgo San Frediano, a Firenze, la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014.

Dopo le due condanne, in primo grado e in appello, ieri la quarta sezione penale della Cassazione ha assolto Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, i tre carabinieri che quattro anni fa avevano ammanettato Magherini, accusati di omicidio colposo.

Il collegio, presieduto da Patrizia Piccialli, ha disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado, perché “il fatto non costituisce reato”.

Nei due processi di merito la causa della morte di Magerini era stata individuata nell’intossicazione da stupefacenti associata all’asfissia. Una morte evitabile, secondo quanto sostenuto dal procuratore generale Felicetta Marinelli, che aveva chiesto la conferma delle condanne.

Nella sua requisitoria il pg ha dichiarato che “Se i carabinieri lo avessero messo in posizione eretta, avrebbero permesso i soccorsi e con elevata probabilità la morte non si sarebbe verificata”.

Una vicenda su cui restano, insomma, molti punti oscuri, come raccontato in questo articolo del 2014, pubblicato su Gli Stati Generali:

 

C’È UN ALTRO CASO CUCCHI DI CUI SI PARLA POCO. E CHE RISCHIA DI RESTARE IMPUNITO

27 novembre 2014

L’impressione di trovarsi di fronte a un altro caso Cucchi è forte. Le circostanze che hanno portato alla morte di Riccardo Magherini, 39enne ex calciatore della Fiorentina, assomigliano molto a quelle che videro vittima il giovane romano.  Ancora una volta ci si trova di fronte a un decesso avvenuto in seguito all’arresto e ancora una volta l’indagine in corso è caratterizzata da parecchi punti oscuri.

Procediamo con ordine.

In questo caso, i fatti si svolgono a Firenze, in Borgo San Frediano, la notte dello scorso 3 marzo.  E’ in quelle ore che Riccardo Magherini trova la morte, come raccontato qui:

Chi lo incontra, quella notte, parla di un uomo in profondo stato confusionale. E’ stravolto, ha la bava alla bocca, è alla disperata ricerca di aiuto. Poco dopo l’una entra in un ristorante del quartiere. Non vede nemmeno il vetro della porta, lo sfonda, e raggiunge il padrone del locale, che lo conosce da tempo. “Mi inseguono, mi vogliono uccidere, aiutami ti prego”, gli urla in faccia. L’uomo lo invita a fermarsi e intanto esce dal locale per capire cosa stia accadendo. Ma in strada non c’è nessuno.

Di lì a poco arriva una pattuglia dei carabinieri, da cui scendono quattro militari.

Solo poche settimane prima, il 30 gennaio, il Comando generale dell’Arma ha diffuso una circolare dedicata alla gestione in sicurezza degli interventi su persone “in stato di alterazione psicofisica” dovute all’assunzione di alcol e droga, in cui si invita a evitare “immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona”.

Lì in strada però le cose vanno diversamente.

Nella denuncia presentata al tribunale di Firenze dai familiari della vittima si legge che Riccardo “è stato immobilizzato con un uso della forza non previsto dalle tecniche delle forze dell’ordine”.

La stessa versione la forniscono i testimoni:

Due carabinieri gli salgono sulla schiena, un altro gli tiene ferme le gambe, e un quarto gli mette un ginocchio sul collo. Poi arrivano i calci: 5, 6, tutti gratuiti e tutti diretti all’addome.

Qualcuno gira anche un video con il telefono cellulare, nel quale si sente distintamente la voce disperata di Magherini , che dice di “stare morendo”, che chiede disperatamente aiuto, e che infine si spegne.

All’arrivo dell’ambulanza Riccardo è già inerte.

Il giallo dei filmati spariti

Due settimane fa, puntuale, arriva la richiesta di rinvio a giudizio per i quattro carabinieri e per i tre volontari della Croce Rossa che “soccorsero” Magherini. Per tutti e sette l’accusa è di omicidio colposo”.

Il fatto che il tutto si sia svolto in strada, e che tanti abbiano avuto la possibilità di vedere cosa stesse accadendo, avrebbe dovrebbe facilitare il lavoro degli inquirenti e rappresentare una garanzia per i parenti della vittima, che da subito hanno chiesto giustizia.

C’è però qualcosa rischia di mandare tutto all’aria e trasformare quello di Magherini in una altro dei tanti casi irrisolti della storia italiana.

Il “giallo” questa volta nasce dalle immagini girate quella notte dalle telecamere del circuito “telecamera amica” del Comune di Firenze presenti nelle strade di Borgo San Frediano, a cui vanno aggiunti i quelli della sede fiorentina della Direzione investigativa antimafia.

Quei filmati potrebbero contribuire a far luce sui fatti ma al momento sembrano essere scomparsi nel nulla.

Sulla questione ha presentato un’interrogazione il senatore Luigi Manconi  del Pd e, successivamente, quello del Nuovo Centro Destra Andrea Augello. In quest’ultima viene chiesto al ministro dell’interno Alfano di “sapere quali iniziative il Ministro intenda assumere per acquisire le immagini (…) anche al fine di metterle a disposizione dell’autorità giudiziaria per consentire l’accertamento di ogni eventuale responsabilità per la morte di Riccardo Magherini”.

Come sottolineato nella stessa interrogazione, si tratta di

Lo stesso quesito è stato posto la scorsa settimana in Consiglio comunale, a Firenze. In quella sede l’assessore Federico Gianassi ha risposto chiarendo che:

Le immagini di quelle telecamere vengono cancellate automaticamente sette giorni dopo per le norme sulla privacy.

In pratica, in mancanza di un’esplicita richiesta degli inquirenti, le riprese sarebbero state cancellate già il 10 marzo scorso, come da prassi.

In aggiunta, va evidenziato che solo pochi giorni fa la Procura generale della Cassazione ha aperto un procedimento disciplinare a carico del titolare dell’inchiesta, il pm Luigi Bocciolini, a cui vengono contestate le modalità d’indagine svolte sul caso Magherini.

Adesso si attende il processo. 

 

 

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Il Santo e il Mago


helenio herrera padre pio

Si definiva ateo convinto. Soprannominato Il Mago. Helenio Herrera, due Coppe dei Campioni , due Coppe Intercontinentali e tre scudetti con l’Inter negli anni ’60, ha sempre avuto un rapporto tutto suo con la religione:

«Inizialmente non ne sapeva nulla, pensava che i comandamenti fossero 11… Poi, per caso, si mise a leggere l’Orazione Preparatoria di Ignazio di Loyola e gli si aprì un mondo. Da lì, per analogia con i ritiri spirituali inventò i ritiri calcistici e portò nei campi di calcio le tecniche della concentrazione profonda. Come il santo evocava i luoghi della passione di Gesù, allo stesso modo Helenio faceva immaginare ai giocatori i luoghi che avrebbero trovato in trasferta, il clima, i volti degli avversari. Le cui foto, è noto, riempivano i comodini dei suoi difensori. E pregava sempre la Madonna o la madre, purché fosse donna».[1]

L’argentino naturalizzato francese, figlio dell’emigrato andaluso Paco il sivigliano, ha divulgato il suo verbo calcistico nel nostro campionato con velocità di gioco, pressing e training autogeno. Tutto sintetizzato nei cartelli che appendeva nello spogliatoio. Come quello, il più significativo: «Chi non dà tutto, non dà niente». Inizialmente snobbati. Scherniti. Ma poi, come ricorda Mario Corso – Il piede sinistro di Dio, una delle colonne della grande Inter – presi sul serio:

«Quei cartelli saranno stati anche folkloristici, ma quando ci siamo accorti che, seguendo quegli slogan, i risultati arrivavano, abbiamo cominciato a crederci».

Non solo slogan e pratiche anticonformiste. Herrera, il 30 Gennaio del 1965, il giorno prima della partita giocata allo stadio Zaccheria, andò al Convento di San Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio. Dopo la recita di una preghiera e i saluti di rito, l’argentino chiese al frate con le stigmate: «Ci faccia vincere la gara di domani e anche lo scudetto». Secca la risposta di Padre Pio: «In casa nostra non potete vincere, ma lo scudetto sarà vostro». [2]

Il giorno dopo il Foggia si impose per 3 a 2 sull’Inter. Una vittoria storica, quelle da tramandare da una generazione all’altra. Una provinciale che batte la squadra più forte del mondo non è cosa di tutti i giorni. Dopo la sconfitta con i Satanelli, l’Inter realizzò un incredibile rimonta sui cugini del Milan, primo con sette punti. All’ultima giornata di campionato, 6 giugno 1965, complice la sconfitta dei rossoneri a Cagliari, agli uomini di Herrera bastò pareggiare 2-2 col Torino per conquistare lo scudetto.

Tommaso Lupoli per Mondocalcio Magazine

[1]http://sport.sky.it/sport/calcio_italiano/2013/05/26/fiora_gandolfi_moglie_del_mago_herrera_inter_scudetto_1963_intervista.html
[2]Il medico Sindaco di Padre Pio, Giovanni Scarale, edito per i tipi delle edizioni Pugliesi di Martina Franca.

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