CCCP (Col Cavolo Che Passiamo). Breve storia di un’ingiustizia calcistica


 

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Lo sport è spesso strumento di propaganda, ed il calcio più di ogni altro ne è divenuto il veicolo più popolare. Inevitabile che il fenomeno diventasse endemico anche nei paesi dell’Est socialista, in cui lo sport era allo stesso tempo eccellenza (tra le poche, ahimè, in quei sistemi) e simbolo orgoglioso del trionfo del collettivo sull’individuo. Sport inteso come sacrificio e non puro talento, scientifico lavoro di team prima che opera ingegnosa del singolo interprete.
La nazionale di calcio dell’URSS era forse la massima espressione di questo insieme di valori, e per diversi anni ebbe la fortuna di poter unire un sistema di gioco formidabile ad una generazione di calciatori di indiscusso talento.

Per tre edizioni consecutive dei mondiali gli arbitri si sono messi di traverso al cammino dei sovietici, che almeno in un caso era decisamente promettente.

Piccolo – ma doveroso – passo indietro, prima di addentrarci nella storia delle fasi finali dei quei 3 mundial, E’ il 1973. L’URSS ha vinto il girone 9 delle qualificazioni al mondiale tedesco occidentale dell’anno successivo superando Francia e Irlanda, ma è costretta allo spareggio contro la vincitrice del girone 3 della CONMEBOL, il Cile – reduce da uno stranissimo girone a 2 col Perù – visto che il Venezuela si è ritirato.
Gara d’andata fissata per il 26 settembre a Mosca. Pochi giorni prima in Cile però c’è stato il golpe che ha abbattuto Allende e portato Augusto Pinochet al potere. Mosca rompe le relazioni diplomatiche con il Cile.
La partita è a rischio fino all’ultimo, ma alla fine si gioca. Per ordine di Breznev la tv e la radio sovietiche non trasmettono il match, che in un completo silenzio mediatico (non che alla fine sia stato un grande spettacolo, si narra) finisce zero a zero. Da rilevare solo l’arbitro brasiliano Armando Marques, che perdona parecchie botte rifilate al futuro pallone d’oro Blochin. Si decide tutto al match di ritorno.
A questo punto però si pone un bel dilemma per Mosca: andare o no a giocare all’Estadio Nacional, recentissimo teatro di massacri? Alla fine prevale il no “Gli sportivi sovietici non possono giocare nello stadio macchiato del sangue dei patrioti cileni”, visto il rifiuto della FIFA di giocare in campo neutro. Si consuma così una farsa grottesca, in cui il Cile gioca da solo ed è pure costretto a segnare un gol a porta vuota.

 le laconiche immagini della partita mai giocata

Questa breve digressione ci fa già capire come non ci fosse alcun tipo di simpatia in campo internazionale verso l’orso sovietico, e le sue emanazioni calcistiche.

1982 – AiutOni verdeoro

E’ il Mondiale della Spagna finalmente libera dal franchismo – ma non dai tentativi di golpe – e di un Brasile stellare. Che nel girone eliminatorio se la deve vedere proprio con l’URSS, squadra non proprio fenomenale incentrata sul blocco georgiano della Dinamo Tbilisi, vincitrice della Coppa delle Coppe 1981.
Centrocampi come quello verdeoro dell’82 se ne sono visti pochi nella storia: basta dire che il meno quotato è un certo Cerezo. Gli altri sono Falcao, in procinto di essere nominato a furor popolare come ottavo Re di Roma; Socrates, che è ancora lontano dall’immobilismo (e dalle troppe birre) fiorentino e illumina come pochi; Junior a regalare fosforo e infine Zico, il Galinho, a pennellare.
Ma c’è anche qualche problema. Il primo è un certo Serginho, accreditato di caterve di gol in patria, ma sul quale in molti nutrono più di un dubbio. Il secondo è il portiere, Waldir Peres, che ridefinisce, in negativo, il concetto di portiere sudamericano anni 80.
Brasile-Urss è la prima partita del gruppo 6, si gioca al Sánchez Pizjuán di Siviglia. Intorno al 20′ primo episodio dubbio: Šengelija viene vistosamente trattenuto in area su imbeccata in profondità, ma l’arbitro lascia correre. Al 34′ Waldir Peres ne combina una delle sue, con una paperona che consente ad un tiro non proprio irresistibile di Bal di insaccarsi.
Prima e dopo è un monologo brasiliano: il numero di tiri in porta non si calcola, così come i gol divorati da Serginho. Al 75′ finalmente la slocca Socrates con una sassata devastante che buca Dasaev.
Prima del meritato e stupendo 2-1 di Eder all’88 accade l’altro fattaccio. Šengelija servito da sinistra mette in porta, ma l’arbitro annulla senza che le immagini facciano capire se fosse o meno fuorigioco.

Finisce 2-1, con il Brasile padrone del campo, ma due torti abbastanza evidenti a sfavore dei sovietici, che verranno eliminati nel secondo girone eliminatorio, pur arrivando a pari punti coi vicini polacchi. E siamo solo all’inizio.

1986 – El furto de Lèon

Mondiale 1986 in Messico. Il 15 giugno l’URSS si presenta all’ottavo di finale contro il Belgio in una forma smagliante.
Lobanovskij è tornato da pochissimo in sella dopo i trionfi con la sua Dinamo Kiev: preparazione atletica spinta al massimo, superamento del concetto stesso di ruolo, interscambialità tra i giocatori. Questo i capisaldi del calcio del Colonnello, che si sposano mirabilmente con l’ideologia del partito.
L’URSS gioca in modo ultra moderno, e fa vedere un calcio davvero entusiasmante, che inquieta gli avversari e non attira grandi simpatie in anni in cui la propaganda, questa volta occidentale, tende ad offuscare anche gli innegabili meriti del nemico. Sono gli anni dell'”io ti spiezzo in due” e dei buoni sentimenti unilaterali a stelle e strisce, mentre i cattivoni sovietici sono dipinti – non sempre a torto, diciamolo – come topi da laboratorio.
Ad ogni modo, rigenerata dalla terapia di Lobanovskij, l’armata rossa nel girone ridicolizza la malcapitata Ungheria di Lajos Detari (6-0),fermano sul pari la Francia di Platini e liquidano con estrema facilita per 2-0 la pratica Canada andando a vincere il girone.

Il Belgio che sfida la corazzata sovietica è la creatura del santone del calcio belga, Guy Thys, vecchia volpe del pallone alla guida di una squadra di vecchie conoscenze e qualche giovane di belle speranze, come Vincenzino Scifo.
A Lèon si gioca in un caldo da girone dantesco per favorire gli orari televisivi europei, ma l’URSS va comunque avanti con un gran destro a incrociare di Belanov, futuro Pallone d’oro 1986. Nel secondo tempo primo episodio molto dubbio: le immagini non chiariscono del tutto, ma sul cross di Vercauteren Scifo sembra in fuorigioco. L’URSS si rigetta in avanti e trova il vantaggio, nuovamente con Belanov. A questo punto il protagonista assoluto dell’incontro diventa Fredriksson, l’arbitro svedese. Pur accreditato come uno dei migliori fischietti europei, non annulla il gol di Ceulemans, palesemente accampato oltre la linea difensiva sovietica.
Il guardalinee alza la bandierina, ma ormai è inutile: rete convalidata e tutto da rifare. Pur abituati alle truffe, i sovietici non hanno la forza di reagire e si arrendono ai supplementari sotto i colpi di un Belgio cinico e di una difesa pietrificata. La propria.

Finisce 4-3, ma i rimpianti sono enormi: i sovietici avrebbero davvero potuto fare strada in Messico.

1990 – La Mano di Dio. Atto II

Non c’è due senza tre.
Premessa: l’URSS che arriva al mondiale italiano non è quella scintillante macchina da guerra che aveva quasi vinto l’Europeo di Germania due anni prima, fermata solo da Gullit e Van Basten nella finalissima dell’Olympiastadion di Monaco. E’ una squadra sbiadita, sempre basata sul blocco granitico della Dinamo Kiev, ma senza più quella brillantezza che aveva annichilito fior di squadroni, tra cui la brillante Italia di Vicini nella semifinale di Euro ’88.
Inoltre alla squadra di Lobanovskij manca il nome CCCP sulla maglia, forse più di una premonizione di quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Il girone è di ferro – Argentina campeon in carica, i Leoni Indomabili del Camerun e la rivelazione Romania le fanno compagnia.
Alla prima l’URSS ne prende due proprio dai cugini di cortina rumeni. C’è tempo per l’ennesimo svarione arbitrale dell’uruguiano Cardellino, che fischia rigore per un mani di Kidjatullin un metro e mezzo fuori dall’area. 2-0 e sovietici costretti a un match da dentro o fuori a Napoli contro l’Argentina di sua maestà Diego, che sconfitta all’esordio contro il Camerun si ritrova nella stessa situazione da dentro o fuori. Ovviamente il clima in città non è dei migliori. Per i sovietici, of course. Si dice che dalle docce degli spogliatoi sovietici del San Paolo dopo gli allenamenti esca solo acqua ghiacciata, che seppur abituati ai climi rigidi non gradiscono particolarmente il trattamento.
Il 13 giugno 1990 con il punteggio ancora fermo sullo 0-0 Diego concede il bis di Messico 86 e si sostituisce egregiamente al prodigioso Goycochea di quei mondiali, fermando col braccio sulla linea un pallone evidentemente indirizzato in rete. Indovina chi fischia? Proprio lui, Fredriksson, 47enne e pensionato circa mezz’ora dopo il triplice fischio dalla FIFA.

Capita spesso che nel calcio non si raccolga in proporzione ai propri meriti, o alla bellezza del calcio espresso. Non vogliamo paragonare l’URSS degli anni ’80 all’Olanda delle due finali mondiali ’74 e ’78, nè alla favolosa Ungheria di Puskas. Le squadre di Lobanovskij e colleghi però avrebbero quantomeno meritato di giocarseli alla pari con le altre quei mondiali.
Per la cronaca, il match del San Paolo finirà 2-0 per gli argentini, che senza mai meritare pienamente arriveranno quasi a vincerlo quel mondiale italiano. Ma almeno quest’ingiustizia ce la siamo risparmiata.

Roberto Scanu per Mondocalcio Magazine

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Gascoigne e la sedia del dentista


“It’s coming home, it’s coming, football’s coming home”.
È il ritornello che tutti cantano in Inghilterra in quell’inizio d’estate del 1996.
Il brano, primo nelle classifiche dei singoli più venduti, si chiama “Three Lions” ed è l’inno ufficiale della nazionale inglese ai Campionati Europei di calcio.
È scritto e cantato dai Lightning Seeds, band di Liverpool decisamente meno dotata rispetto ai più famosi concittadini, ma che raggiunge una discreta popolarità grazie al fenomeno brit-pop che impazza proprio in quegli anni.
L’entusiasmo è alle stelle.

Sono passati trent’anni esatti dai mondiali di Sir Bobby Moore e dei fratelli Charlton; trent’anni di cocenti delusioni nelle competizioni internazionali, con la nazionale inglese puntualmente rispedita a casa dopo i primi incontri.
Dopo l’ottimo mondiale italiano (semifinale contro i soliti tedeschi e quarto posto), la nazionale dei Tre Leoni è arrivata ultima nel girone di Euro 1992 e non si è nemmeno qualificata al Mondiale statunitense del 1994.
Stavolta pero è diverso, davvero.
La squadra è forte, un ottimo mix tra veterani e giovani di talento.
E’ capeggiata da due “geordie”, ossia nativi della zona di Newcastle upon Tyne, estremo nord, quasi Scozia, ma non ditelo mai di persona ad un geordie.
Il primo è il bomber della Premier League, Alan Shearer: il classico ariete ma con un destro speciale, gran colpitore di testa, come da migliore tradizione d’Oltremanica, in più calcia rigori e punizioni di rara potenza e precisione.
E’ ancora oggi il miglior marcatore di tutti i tempi della Premier: 260 reti, pur avendo giocato in squadre minori; più della metà di quei gol li segna con la maglia della squadra di casa sua, il Newcastle United, nella quale chiuderà la carriera resistendo alle sirene dei migliori club d’Europa.
In nazionale non segna da 11 partite ma è in stato di grazia e nessuno osa metterlo in discussione: sarà capocannoniere con 5 centri.
L’altro geordie ha 30 anni, è stato battezzato John Paul in onore dei più due grandi musicisti inglesi del 900 (sempre di Liverpool, ma questi sono davvero dotati), di cognome fa Gascoigne e di soprannome Gazza: senza alcun dubbio è il più grande calciatore inglese degli anni 90.
Con queste premesse l’ottimismo è d’obbligo, la squadra è carica.
In più si gioca finalmente in casa, anzi la nazionale inglese giocherà tutte le sue partite a Wembley, il “vecchio” Wembley, il vero tempio del calcio, ora demolito, che trasuda leggenda ed intimorisce gli avversari.
Come Paese ospitante, l’Inghilterra è ammessa direttamente alla fase finale: non dovendo disputare le partite di qualificazione, si dedica ad una tournee di amichevoli, tra cui le ultime disputate in Asia.
Fine maggio 1996: ad Hong Kong, dopo la partita contro la Cina, alcuni giocatori inglesi tra cui Teddy Sheringham, Steve MacManaman e ovviamente Gazza vengono fotografati completamente ubriachi a tarda ora in un locale notturno.
Stanno festeggiando il compleanno di Gazza ed inscenano un curioso rituale goliardico noto come “la sedia del dentista”: a turno prendono posizione su una sedia con la testa all’insù e la bocca aperta come davanti ad un dentista, mentre i compagni intorno versano galloni di alcolici direttamente nella gola del prescelto.
Chi cede per primo paga la bevuta ai compagni ed il gioco si rinnova, sempre più dionisiaco.
Gazza è il gran cerimonierie del gioco, in cui è assolutamente primeggiante.
Mancano solo dieci giorni all’inizio dell’Europeo.
La stampa scandalistica inglese, capeggiata dal Daily Mirror, monta una violentissima campagna mediatica contro Gascoigne, che viene apostrofato con vezzeggiativi quali “idiota”, “ciccione”, “ubriacone”.
Ne viene chiesta l’esclusione dal gruppo dei convocati: l’Europeo è una vetrina troppo importante per il calcio inglese e non può essere rovinata da personaggi del genere.
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In verità lui, Gazza, non è più il giocatore a tutto campo dei Mondiali italiani; è visibilmente in sovrappeso, specie nella parte addominale, e, in epoca pre-Beckham, in cui il look dei calciatori appare anni-luce più sobrio di quello attuale, si presenta in ritiro con un’imbarazzante capigliatura ossigenata.
In realtà chiunque abbia visto giocare quella nazionale, sa benissimo che Gazza ne è non solo il giocatore di maggior talento ma il vero e proprio centro emozionale: protetto dal mastino Ince e da una serie di cursori dai piedi davvero buoni (per degli inglesi, beninteso), Gazza può esprimere al meglio il proprio estro.
Arretra per impostare il gioco, sopperendo così alla storica carenza tecnica dei difensori, in mezzo al campo detta le geometrie e i tempi di gioco e va a rifinire divinamente lì davanti.
Corre poco ma sempre a testa alta, gioca spesso di prima e sa buttarsi negli spazi: gli avversari non sanno mai se salterà l’uomo o la passerà a un compagno.
Non è un’eresia sostenere che, per carisma, per intenzione agonistica ma soprattutto per l’atteggiamento verso i compagni, il Gazza di Euro 96 sia molto “maradoniano”: chiede sempre palla, aiuta tantissimo la squadra, fa giocare meglio tutti e i compagni lo cercano in continuazione.
Pur risultando esteticamente delizioso, non fa mai nulla di fine a se stesso.
Inoltre, nella sfida coi suoi detrattori della stampa, Gascoigne può vantare un discreto asso nella manica: il tecnico, anzi il Manager, Terence Frederick Venables detto Terry.
Venables è, da tecnico, esattamente quello che era in campo: uno senza fronzoli.
Figlio della working class londinese, negli anni ‘60 ha giocato da discreto mediano nel Tottenham Hotspurs e, soprattutto, negli anni ’80, sempre agli Spurs, ha allenato proprio Gazza.
Lo conosce benissimo e non ha dubbi: non solo Gazza resta nel gruppo ma parte titolarissimo, con l’8 sulle spalle, l’8 giugno 1996. a Wembley. all’esordio contro la Svizzera.
L’Inghilterra inizia contratta, poi va in gol con Shearer, proprio lui che non segnava da 11 partite.
Quelle però erano amichevoli: questa invece è una partita ufficiale e alla prima occasione capitatagli sul destro, dopo 23 minuti di schermaglie, il bomber scaraventa il pallone in porta con una sicurezza disarmante.
Dopo il gol, però, la Svizzera domina e spreca; l’Inghilterra arretra e soffre da morire.
Gazza è agonico, pascola letteralmente per il campo, il pubblico lo fischia e alla fine anche il suo mentore, che ha fatto di tutto per difenderlo, non può far altro che toglierlo dal campo: è la mezzora del secondo tempo e Gazza non ne ha più.
Cinque minuti dopo, la Svizzera pareggia definitivamente i conti.

Non è difficile intuire chi sia, secondo la stampa inglese, il capo espiatorio per la prestazione deludente.
Il 15 giugno alle 15:00, si gioca Inghilterra-Scozia, già decisiva per il passaggio del turno.
E’noto a tutti che Inghilterra-Scozia non è e non sarà mai una partita come le altre.
Anzi, non è neppure una partita di football.
La rivalità tra le due nazioni tracima di gran lunga l’aspetto calcistico, quantomeno dalla battaglia di Otterburn del 1388 in poi.
La stampa sportiva scozzese chiama la nazionale inglese “the Auld Enemy”, mentre per i giornalisti inglesi un calciatore scozzese è semplicemente un “Jock”.
Per di più l’Inghilterra non batte la Scozia da circa 10 anni.
Nonostante l’imponente presidio di forze di sicurezza, prima e dopo la partita gli hooligans inglesi e la “Tartan Army”, ossia la tifoseria scozzese, accorsa numerosissima a Londra, vengono in contatto nel quartiere di Soho: il calcio è semplicemente un pretesto, c’è troppo di “altro” in gioco.
Eppure quell’anno un calciatore inglese è diventato un autentico un idolo in Scozia: è proprio lui, Paul Gascoigne che, all’esordio coi Rangers, squadra protestante di Glasgow, ha appena vinto scudetto e coppa nazionale ai danni degli storici rivali cittadini, i cugini cattolici del Celtic.
In un campionato anonimo e muscolare come quello scozzese, la fantasia di Gazza ha conquistato tutti: ricama, incanta, domina e vince facilmente il titolo di giocatore dell’anno della Lega Scozzese.
Ore 15:00, squadre in campo e inni nazionali.
Prima quello scozzese; alcune centinaia di stupendi supporter in tartan vorrebbero urlare al cielo di Londra tutto il loro orgoglio, il loro invincibile senso di appartenenza.
Ma non è possibile perché, per la prima volta nella storia, gli inglesi sommergono di ululati l’inno degli storici rivali.
Tocca quindi a “God save the queen”.
Lo cantano 75 mila inglesi, tra cui moltissimi addobbati con la stupenda jersey ufficiale disegnata dalla Umbro, in piedi e con la mano sul petto: brividi.
E’ un momento storico, non c’è molto altro da aggiungere.
Inizia la partita: grande equilibrio.
Gli inglesi sono contratti: è la paura di sbagliare.
Gli scozzesi sanno di essere inferiori ma sanno pure che se fermeranno gli inglesi a Wembley finiranno dritti sui libri di storia del loro Paese.
Perciò, come nella loro migliore tradizione, picchiano come fabbri; nel primo tempo vengono ammoniti in due dal nostro Pairetto –che, trattandosi di britannici, deve lasciar molto giocare- ma, obiettivamente, di gialli ce ne stavano almeno quattro.
Gazza ci mette l’orgoglio, gioca quasi bene ma ancora non si infiamma, gli manca il guizzo.
Secondo tempo: inglesi all’attacco e, dopo neppure 10 min, goal di testa del solito implacabile Shearer su cross da destra del giovane terzino Neville, uno che vincerà tutto e diventerà una bandiera del Manchester United.
La squadra inglese si sblocca e comincia finalmente a girare, ma tutti sanno che gli scozzesi in questo tipo di partita non puoi darli per morti mai.
Minuto 78: l’azione sulla destra è condotta dal peperino McCall, che ha l’8 come Gascoigne e marca proprio Gazza; a destra del settore offensivo, gli scozzesi godono di insperata libertà di movimento perché il terzino sinistro inglese, Stuart “Psycho” Pearce, che con quel nomignolo è ovviamente un idolo della folla, è uscito per infortunio a metà gara.
McCall crossa in area rasoterra.
Il capitano inglese Adams, anch’egli un cultore della dentist’s chair, è nettamente in anticipo ma in un attimo il ventenne centravanti Durie lo brucia: il tackle del difensore è completamente fuori tempo.
Rigore ineccepibile per la Scozia: Wembley piomba in un silenzio da cattedrale.
Tra gli scozzesi non è che ci sia molta scelta: tirerà, per forza di cose, capitan Gary McAllister, onesto mediano del Leeds United, uno tutto cuore e polmoni ma, quanto a piedi, meglio lasciar perdere.
Quando va sul dischetto non ha una bella faccia; tiene la testa bassa per non guardare il portiere, si capisce che sceglierà un angolo e tirerà forte.
Il suo linguaggio corporeo mentre prende la rincorsa comunica una sola cosa: la paura di segnare.
Di fronte c’è David Seaman, il miglior portiere della Premier League, che si è guadagnato una discreta fama di para-rigori dopo averne neutralizzato uno ad Attilio Lombardo nella semifinale di Coppa delle Coppe del 1995 contro la Sampdoria.
Anche lui ha avuto qualche problema con la bottiglia, certo, ma nulla di che, e anni dopo difenderà Gazza dopo l’esclusione dalla nazionale con un’argomentazione ineccepibile: “Non è mica l’unico di noi che beve!”.
Fischia Pairetto, parte Mc Allister; il tiro, indirizzato alla destra del portiere, non è né forte né tantomeno angolato, tant’è che Seaman, che ha intuito la direzione ed è arrivato in anticipo a coprire l’angolo alla sua destra, respinge addirittura con il gomito sinistro.
La palla schizza alta sopra la traversa e Wembley si scioglie in un ruggito liberatorio.
Corner e fallo in attacco degli scozzesi, resi isterici dalla frustrazione.
La punizione-rilancio di Seaman, che sarebbe un mancino naturale ma, chissà perché, da sempre calcia solo di destro, è raccolta da McManaman che controlla e allarga a sinistra per Sheringham.
In quel preciso istante, Gazza sfugge a McCall e taglia verso il centro dell’attacco andando a cercare l’uno contro uno con lo statico centrale scozzese, Colin Hendry.
Nel momento esatto in cui Gascoigne si fionda verso la difesa scozzese, Stuart Mc Call, che si è accorto del pericolo, urla e segnala con ampi gesti ai propri compagni di squadra di chiudere su Gazza.
Troppo tardi: Sheringham tocca magnificamente di prima per Gascoigne il quale ha la palla sul sinistro per una comoda battuta a rete.
Tutti aspettano il tiro ma lui è Gazza ed ha ben altro in mente.
Anziche battere al volo, esegue col sinistro un sombrero sulla testa del malcapitato Hendry.
È un lampo, un colpo talmente abbagliante e sorprendente che lo stadio pare ammutolirsi.
Il povero Hendry è completamente preso in controtempo, va fuori asse e, dal modo in cui scivola a terra, pare quasi inchinarsi davanti al miracolo.
La palla compie una meravigliosa parabola a palombella e ricade, come per incantesimo, sul destro di Gazza che stavolta calcerà al volo.
Il portiere scozzese, Andy Goram, è uscito troppo tardi, sorpreso anche lui.
Sai già che Gazza non sbaglierà: è 2-0.
Wembley esplode.

Il capolavoro, però, non è ancora del tutto compiuto: manca il gran finale.
Gazza corre ad esultare a braccia larghe verso la bandierina del calcio d’angolo, poi si butta terra con la bocca aperta; il fido compare di bevute Teddy Sheringham, attorniato dai compagni, gli spruzza in bocca Luzocade (qualcosa di molto simile al Gatorade) da una bottiglietta di bordo campo.
E’la consacrazione della dentist’s chair.
Gazza dentist chair
Il giorno seguente, il Daily Mirror è in edicola con un editoriale intitolato “Mr Paul Gascoigne: an apology”, che si conclude con la seguente frase, praticamente una investitura: “Gazza is no longer a fat, drunken imbecile. He is, in fact, a football genius”.
Dopo quel goal, Gazza diventerà indiscutibilmente l’idolo di una nazione: nasce la Gazza-mania.
Giocherà due meravigliose partite contro Olanda e Spagna e sarà l’ultimo ad arrendersi contro i soliti tedeschi in semifinale, segnando il proprio penalty nella drammatica lotteria che -come profetizzato da Gary Lineker nel 1990- spedirà i crucchi a vincere il titolo contro la sorprendente Repubblica Ceca.
Nel 1998, in occasione dei mondiali di Francia, i Lightning Seeds pubblicheranno un remake di “Three Lions” con un testo differente, zeppo di riferimento a Euro 1996 in cui si invoca un “Gazza good as before”.
Ma stavolta il pezzo sarà un fiasco e anche Gazza non sarà mai più quello di dell’estate inglese: si perderà irrimediabilmente nel labirinto della dipendenza da alcol.
Sempre più perseguitato dai media inglesi, troverà modo –il peggior modo- di rovinare la propria reputazione persino in Scozia.
E’il gennaio 1998: dopo la vittoria contro il Celtic nell’Old Firm di Glasgow, Gazza mimerà di suonare il flauto, come i protestanti orangisti prima di andare in guerra contro i cattolici.

gascoigne flute celebration

La contestata “flute celebration”

Il più grave e rozzo degli insulti alla tradizione cattolica di Glasgow.
Gazza giurerà di aver ignorato il significato di quel gesto, chiederà a più riprese scusa ma non potrà salvarsi dalla gogna mediatica, dalla multa da 20.000 pounds inflittagli dai Rangers e persino dalle minacce di morte dell’I.R.A.
Nel 2006, l’anno prima di diventare Primo Ministro del Regno Unito, lo scozzese Gordon Brown verrà letteralmente linciato dalla stampa del suo Paese dopo aver dichiarato a The Guardian che il goal di Gascoigne è stata la più grande emozione calcistica della sua vita.
Inutili saranno le successive smentite.
Quel goal alla Scozia rimane a tutt’oggi –nell’immaginario collettivo- il momento più alto nella carriera di un grande pazzo talento e, con ogni probabilità, dell’intera storia del calcio inglese dal 1966 ad oggi.

Giuseppe Bosco per Mondocalciomagazine

 

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Una rivincita attesa 37 anni. Quando era il Liverpool a dominare l’Europa


Kennedy

Il 27 maggio del 1981 si gioca la finale della ventiseiesima edizione della Coppa dei Campioni e per la prima volta che a contendersi il titolo di campione d’Europa si ritrovano contrapposte una squadra spagnola e una inglese.
All’epoca, per quanto possa sembrare incredibile oggi, i favori del pronostico erano tutti per i ragazzi in maglia rossa. Dopo i fasti del Grande Real nei ’50, la Spagna nei seguenti vent’anni si è dovuta accontentare di vincere il massimo trofeo continentale solo una volta (il Real nel 1966 contro il Partizan) e di un’altra presenza in finale, la beffarda sconfitta dell’Atletico Madrid nel 1974 quando fu riacciuffato dal Bayern nel recupero prima di essere sonoramente sconfitto per 4-0 nella ripetizione del match (all’epoca non erano previsti i calci di rigore). L’Inghilterra invece è alla quinta finale consecutiva e, soprattutto, le ultime 4 le ha vinte: 2 volte di fila prima il Liverpool e poi il sorprendente Nottingham Forest di Brian Clough. Sono anni in cui il gioco delle squadre riflette in maniera piuttosto marcata quelle che sono le diverse tradizioni delle scuole nazionali, sulla Gazzetta Lodovico Maradei presenta così la sfida: “Una finale che condensa il meglio che la prestigiosa manifestazione possa offrire, di fronte non solo la più forte squadra inglese e la più prestigiosa squadra spagnola, se non europea, ma due mondi, due concezioni calcistiche che da sempre si confrontano e si sfidano, quello latino e quello anglosassone. L’assalto del Real al trono del Liverpool racchiude in sé la suggestione di un calcio fatto di estro e di tecnica alle prese con la possanza e l’irriducibilità della tradizione anglosassone.”

Non si può sicuramente dire che quei giorni di maggio precedenti l’atto finale del massimo trofeo calcistico continentale siano stati monotoni, soprattutto in Italia. A fine aprile le Brigate rosse sequestrano il democristiano Ciro Cirillo, consigliere regionale della Campania, il 13 un cittadino turco che all’anagrafe fa Alì Agca spara a Giovanni Paolo II in una Piazza San Pietro gremita, il 17 gli elettori respingono l’abrogazione della legge sull’aborto, il 21 viene resa pubblica la lista degli appartenenti alla loggia massonica segreta Propaganda 2, meglio nota come P2, mentre nel mondo del calcio divampano le polemiche arbitrali in seguito al burrascoso finale di campionato che visto la Juventus prevalere sulla Roma anche grazie al pareggio nello scontro diretto, viziato a detta dei giallorossi dal gol ingiustamente annullato a Turone. Una questione di centimetri, come dirà il presidente romanista Viola, destinata a far discutere per molti anni a venire.

In Inghilterra, mentre fremono i preparativi per il matrimonio di Carlo erede al trono del Regno Unito, Principe di Galles e Conte di Chester con Diana Frances Spencer, non si è ancora placcato l’eco suscitato dalla morte di un giovane detenuto nordirlandese appartenente all’IRA, Bobby Sands, avvenuta il 5 maggio dopo 66 giorni di sciopero della fame contro le condizioni disumane di detenzione dei prigionieri politici nel famigerato Blocco H. Nonostante le proteste internazionali il governo conservatore di Margaret Tatcher si è mostrato irremovibile e a nulla è valsa neanche l’elezione di Sands al Parlamento di Westminster, del quale farà parte solo formalmente per 25 giorni.

London May Day

Simpatizzanti dell’Ira manifestazione per la liberazione di Bobby Sands  (Photo by Central Press/Getty Images)

La finale si gioca al Parco dei Principi di Parigi, già teatro della finale 6 anni prima, quando a farla da protagonista più che le squadre in campo furono i tifosi del Leeds, che ingaggiarono violenti scontri dentro e fuori lo stadio con la polizia francese. Fiumi di birra e un arbitraggio scandaloso si rivelarono una miscela esplosiva. Anche la finale di Coppa dei Campioni faceva la sua conoscenza della violenza hooligans, e da lì a pochi anni sarebbe stata il teatro del suo tragico apice.

il prologo del film-documentario “Leeds United: The Wilderness Years” inizia proprio con i fatti della finale del 1975.

Il cammino delle due squadre è abbastanza agevole fino alle semifinali, quando l’elenco delle superstiti recita: Liverpool, Real Madrid, Inter e Bayern Monaco. Tutte le squadre dei paesi con maggiore blasone sono ancora in gioco, il sorteggio non ha riservato finali anticipate nei primi turni. Le semifinali, come era facile pronosticare, si rivelano molto equilibrate. Il Liverpool è bloccato sullo 0-0 in casa dal Bayern, al ritorno in Baviera gli assalti dei tedeschi non portano frutti e a 7 minuti dalla fine Ray Kennedy segna il gol che regala la finale agli inglesi, il pareggio di Rumenigge allo scadere serve solo per le statistiche. Nell’altra semifinale l’Inter al Bernabeu si fa paralizzare dal più classico miedo escenico. Sciupa diverse buone occasioni in contropiede e si fa castigare 2 volte da Santillana e Juanito. Al ritorno la vittoria per 1-0 siglata da Bini non basta ai nerazzurri, e la truppa guidata dal sergente di ferro Eugenio Bersellini lascia la competizione non senza rammarico.

la semifinale di ritorno tra Liverpool e Bayern Monaco

Sulla panchina inglese siede Bob Paisley, una vita spesa interamente al servizio dei Reds, del quale è stato giocatore per poi diventare l’artefice dell’ascesa del Liverpool ai vertici del calcio nazionale e continentale insieme a Bill Shankly, dapprima come suo secondo e dal 1974 come allenatore titolare. L’allenatore delle merengues invece da giocatore è stato una meteora del calcio italiano, 13 presenze impreziosite da un gol nella Sampdoria nel campionato 1961-62. Aria gioviale, dotato di grande ironia, da molti è descritto già come una vecchia volpe a dispetto dei soli 50 anni. Ha vinto il campionato la stagione precedente al suo primo anno sulla panchina dei blancos dopo le esperienze nella patria del calcio totale con Den Haag e Feyenoord e in Spagna col la Real Saragozza. Avrà modo di farsi apprezzare anche da noi come allenatore dopo la non brillante parentesi come giocatore, il suo nome è Vujadin Boskov.

La vigilia della finale è contraddistinta dalla più classica pretattica. Paisley non scioglie la riserva sull’utilizzo di Kenny Dalglish, fresco di guarigione da una distorsione alla caviglia, mentre nel Real c’è il ballottaggio tra Pineda e Laurie Cunningham per il ruolo di ala sinistra. Alla sfortunata ala inglese è associato il ricordo della partita dello scrittore e tifoso del Real, anzi del tifoso del Real e scrittore Javier Marias, non tanto per la prestazione della serata non proprio memorabile, ma perché Cunningham fu l’unica persona che Marias si ritrovo ad intervistare in vita sua. “All’epoca avevo una fidanzata americana che stava cercando di raccogliere delle interviste a personalità di Madrid per poi rivendersele in patria. Le suggerì il nome di Laurie Cunningham. Sebbene il pubblico statunitense non fosse interessato al calcio Cunningham era il secondo giocatore nero a indossare la maglia della nazionale e il primo inglese ad essere ingaggiato dal Real Madrid, dettagli che potevano interessare anche un pubblico non appassionato di calcio. Scrissi le domande e lei le tradusse in inglese, ricordo che Cunningham lo intravidi appena, notai particolarmente il fatto che fosse scalzo a un piede, in una palestra dove si allenava per recuperare da un infortunio. Se sabato dovessimo vincere il mio ricordo andrà a lui, che mi era simpatico e che non ebbe fortuna, prima per gli infortuni e poi per quella tragica morte in un incidente stradale qui a Madrid nel 1989, dove era tornato per giocare col Rayo Vallecano.”

Laurie Cunningham

Laurie Cunningham in azione in un match contro il Barcellona

Quando vengono diramate le formazioni non vi è nessuna particolare sorpresa: Dalglish è della partita, mentre Cunningham ha avuto la meglio su Pineda. Le squadre si temono e lo spettacolo ne risente. Il Real mantiene il possesso palla ma non riesce mai a rendersi pericoloso anche perché Boskov, preoccupato dalla velocità degli attaccanti del Liverpool, sta comunque molto attento a non scoprirsi. Si va al riposo senza una vera occasione da gol. A inizio ripresa l’episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti del match: Angel salta un avversario a centrocampo e indovina un passaggio filtrante sul quale la difesa del Liverpool si fa trovare male allineata, il fuorigioco non scatta e Camacho si trova lanciato verso la porta avversaria con Clemence male posizionato nella più classica terra di nessuno, il pallonetto è piuttosto elementare ma Camacho sbaglia clamorosamente la misura e la palla passa sopra la traversa. La partita diventa più veloce, ma non accade niente di significativo fino al gol. Ray Kennedy batte una rimessa laterale all’altezza dell’area di rigore sull’out sinistro, Alan Kennedy controlla il pallone in corsa di petto, il difensore spagnolo Cortes sarebbe in anticipo, ma liscia clamorosamente e permette a Kennedy di involarsi verso la porta e a trafiggere da posizione defilata Augustin in uscita con un preciso sinistro dal basso verso l’alto. “Ero in una situazione nella quale potevo decidere se tirare in porta o cercare un compagno al centro dell’area. Presi il rischio e decisi di calciare sul primo palo, mi pare sia stata un decisione giusta” ha raccontato Kennedy a El Pais. Il Real si butta disperatamente in avanti ma è il Liverpool a divorarsi in contropiede due occasioni per raddoppiare, la prima con Dalglish che dopo aver dribblato il suo marcatore tira alto dal limite dell’area, la seconda con Souness che arriva a rimorchio e da posizione centrale calcia addosso ad Augustin. Arriva il fischio finale dell’ungherese Palotai e il capitano Phil Thompson può alzare al cielo di Parigi la terza coppa della storia del Liverpool, il quinto trofeo consecutivo per una squadra inglese.

Bob Paisley diventa così il primo allenatore a vincere tre volte la Coppa dei Campioni, mentre Boskov ripeterà l’amara esperienza di perdere una finale 11 anni dopo da allenatore della Sampdoria. L’egemonia inglese sul Continente si esaurirà solo a seguito dei fatti dell’Heysel, mentre il Real dovrà attendere altri 17 anni per tornare a disputare, e questa volta vincere, una finale di quella che ormai si chiama Champions League.

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