Tutti i guai di Mediapro, il colosso catalano da cui dipendono le sorti del calcio italiano


Il colosso televisivo spagnolo, anzi per meglio dire catalano, Mediapro, ha recentemente acquisito come intermediario i diritti per trasmettere la serie A nel prossimo triennio per la cifra record per il calcio italiano di oltre un miliardo di euro a stagione. Ora, non bastassero i problemi sorti con l’Antitrust e con Sky e Mediaset a seguito dell’accordo siglato tra le due emittenti nei giorni scorsi, all’orizzonte si starebbero addensando nuove nuvole per Mediapro.

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La sede di Mediapro a Barcellona

Infatti, secondo quanto scritto dal settimanale inglese Economist Mediapro sarebbe finita nel mirino dell’autorità giudiziaria spagnola per il suo appoggio al referendum sull’indipendenza catalana tenutosi lo scorso 1 ottobre, referendum illegale secondo le autorità di Madrid, e dal quale sono derivate una sequela di conseguenze penali per i suoi protagonisti, tra i quali lo stesso ex primo ministro catalano Puidgemont, attualmente detenuto in Germania in attesa che i giudici tedeschi decidano sulla richiesta di estradizione presentata dalla Spagna.

I due fondatori, Jaume Roures e Gerard Romy, non hanno mai nascosto le loro simpatie indipendentiste, Roures in particolare, il quale è un personaggio la cui vita meriterebbe le attenzioni dei migliori sceneggiatori di Hollywood: un passato da militante trozkista e sandinista, è stato in galera più volte, di cui una per avere aiutato la latitanza di un membro dell’ETA, è considerato da alcuni come un’eminenza grigia della politica catalana ed è finito sotto inchiesta, sospettato di essere uno degli organizzatori del referendum di ottobre. I fatti invece addebitati dalla polizia di Madrid a Mediapro sono in particolare due: l’allestimento di una press room per i giornalisti stranieri durante il referendum illegale e la produzione di un documentario di sostegno al voto.

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Jaume Roures a una manifestazione per l’indipendenza della Catalogna

Le posizioni filo-indipendentiste dei due fondatori potrebbero però imbarazzare i nuovi proprietari cinesi. Infatti il 15 febbraio Orient Hontai Capital, un fondo d’investimenti di Pechino, ha acquisito per 2 miliardi di euro il 53,5 per cento di Imagina, la holding capogruppo alla quale appartiene Mediapro. Tuttavia Roures e Romy mantengono un 12 per cento della società e ne rimangono a capo, anche in considerazione degli ottimi risultati economici degli ultimi anni, che hanno segnato una continua espansione di Mediapro nel mercato dei diritti tv legati al calcio, culminata con l’acquisto dei diritti della Serie A.
Secondo l’analista François Godard, sentito dall’Economist, nonostante l’acquisto dei diritti per la Serie A sia avvenuto al prezzo di base dell’asta, ciò non avrà un ritorno positivo per Mediapro. L’offerta iniziale di Sky era di circa 200 milioni inferiore, e senza l’intervento della società catalana l’asta sarebbe andata probabilmente deserta. Il ruolo di intermediario, secondo molti analisti, mette Mediapro in una posizione piuttosto difficile rispetto a giganti come Amazon e Netflix, le quali stanno iniziando a interessarsi allo sport, e che piuttosto che comprare i pacchetti da terzi preferiscono avere il pieno controllo sui prodotti. Secondo alcune voci, sempre raccolte dall’Economist, inoltre i principali clienti di Mediapro, come Telefonica, stanno seriamente pensando di abbandonare il calcio. In Italia, il piano di creare una piattaforma della lega direttamente gestita da Mediapro per il momento ha incontrato lo stop dell’Antitrust, dal momento che il colosso catalano aveva partecipato alla gara per l’acquisizione dei diritti nel ruolo di intermediario.

Appare chiaro a tutti che questi problemi di Mediapro, veri o presunti che siano, non dovrebbero lasciare tranquilli i presidenti nostrani. Il calcio italiano, cronicamente dipendente dai diritti tv, si potrebbe trovare in una situazione di seria difficoltà nei prossimi mesi qualora non siano sciolti i nodi intorno alla trattativa tra Mediapro e le tv nazionali.

Infatti, molte società sono a corto di liquidità e necessitano degli anticipi bancari per onorare gli impegni correnti in gran parte costituiti dagli stipendi dei calciatori. Il credito che gli istituti finanziari sono disposti a concedere non è però infinito, soprattutto se le società calcistiche non forniscono adeguate garanzie, cosa che senza la fideiussione di 1,2 miliardi di Mediapro difficilmente potrà accadere. I termini per la fideiussione non sono ancora scaduti, c’è tempo fino al 28 aprile, ma con lo stallo venutosi a creare tra Mediapro e i broadcaster per la vendita dei pacchetti non appare semplice per la società di Barcellona dimostrare agli istituti di credito la bontà dell’investimento fatto (considerato eccessivo da alcuni, come abbiamo visto), e quindi riuscire ad ottenere a sua volta una fideiussione.

Per il calcio italiano quella che si sta giocando nelle ultime settimane potrebbe essere la partita più importante degli ultimi anni.

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La battaglia dei piccoli club inglesi contro la speculazione immobiliare


L’Inghilterra sta affrontando una nuova crisi immobiliare. L’offerta di nuove case non riesce a tenere il passo della domanda, l’aumento dei prezzi del mercato immobiliare sta generando una carenza di case a buon mercato e il numero dei senzatetto aumenta da 7 anni consecutivamente.
Come diretta conseguenza della crescita del valore degli immobili anche il prezzo dei terreni all’interno dei centri abitati è aumentato, e questo sta mettendo in grossa difficoltà i piccoli club, che vedono i loro campi da gioco minacciati dagli appetiti dei costruttori.

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Champion Hill, lo stadio di casa del Dulwich Hamlet

È il caso del Dulwich Hamlet, fiera squadra del sud-est di Londra fondata nel 1893, la quale ai primi di marzo è stata cacciata dal suo stadio, Champion Hill, dalla Meadow Residential, un’impresa edile proprietaria dell’impianto dal 2014, nonostante l’opposizione della comunità, che aveva fatto inserire nel settembre 2013 Champion Hill, primo stadio a Londra, nella lista degli “Asset of community value”, cioè tra i luoghi e le proprietà che hanno un particolare valore per le comunità locali, e che pertanto sono soggetti a particolari tutele dalle trasformazioni urbanistiche.
“Le piccole squadre come il Dulwich Hamlet sono dei fondamentali asset culturali che creano comunità vitali, in Gran Bretagna questi asset stanno lentamente scomparendo, abbattuti dalla furia della speculazione immobiliare globale” ha affermato la professoressa Anna Minton dell’University of East London.
Infatti, con l’esponenziale aumento del prezzo dei biglietti dei top club della Premier League il pubblico delle piccole squadre è in crescita nell’ultima decade, il Dulwich Hamlet riesce a portare allo stadio fino a 2.500 spettatori nella Isthmian League, che rappresenta la settima serie nella piramide del calcio inglese.

Dulwich Hamlet

La Meadow Residential ha avanzato un progetto che prevede nell’area l’edificazione 155 appartamenti per un valore di 80 milioni di sterline e la costruzione di un nuovo stadio nei terreni pubblici adiacenti. Il progetto è stato respinto dal Southwark Council, l’autorità locale, perché non rispettava i requisiti sulla percentuale di alloggi popolari. Con il peggiorare delle relazioni la Meadow Residential ha prima tolto il sostegno finanziario al club, quindi ha provveduto a richiedere 120.000 sterline per affitti non pagati dello stadio, procedendo allo sfratto.

Il Southwark Council sta anche valutando un’iniziativa senza precedenti, provare ad acquistare Champion Hill a prezzo di mercato, e destinare parte dell’area alla costruzione di case popolari. Tuttavia la Meadow Residential non pare intenzionata a vendere e desistere dal suo progetto immobiliare. I tifosi comunque per ora non si sono persi d’animo, “il club è vissuto in questo sobborgo da 125 anni, qualcuno in più della Meadow Partner, e continuerà a restarci per altri 125” afferma sicuro Laiard.

Piergiuseppe Mulas
L’articolo è una versione italiana di questo post comparso sul sito http://www.thisisplace.org scritto da Ruairi Casey.

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A chent’annos, Rombo di Tuono


In occasione del compleanno di Gigi Riva ripubblichiamo l’articolo che uscì 3 anni fa in occasione dei suoi 70 anni. Buona lettura. 

di Piergiuseppe Mulas.

Vi è una fotografia, tra le tante, che descrive alla perfezione l’essenza di Gigi Riva, anzi di Giggirriva, questa:

rombo di tuono

È tratta dalla storica sfida con la Juventus del 15 marzo 1970, la partita che decise lo scudetto. Il Cagliari è sotto per 1-0, a causa di uno sfortunato autogol di Niccolai, che di testa ha anticipato Albertosi spedendo la palla in fondo alla propria rete (la leggenda vuole che Scopigno, impassibile in panchina abbia ironicamente commentato “bel goal”. Ma si tratta per l’appunto di una leggenda, Scopigno era squalificato quel giorno come lo fu gran parte del campionato a causa dell’espulsione rimediata con il Palermo). All’ultimo minuto del primo tempo si batte un calcio d’angolo nell’area juventina, l’azione viene immortalata nell’attimo immediatamente successivo a quello in cui Riva ha colpito il pallone di testa. Sullo sfondo i giocatori delle due squadre assistono come impietriti al duello tra Riva e il portiere della Juve, Anzolin. Riva è sospeso in aria, ha appena effettuato una torsione col busto per colpire la palla, sul suo viso affiora una impercettibile smorfia di soddisfazione, sente di aver fatto tutto bene, si tratta solo di attendere che l’inevitabile accada, che la palla scuota la rete. Anzolin invece è in caduta, con le braccia protese in alto, una dichiarazione di resa senza condizioni. La prospettiva lo fa sembrare un gigante rispetto a Riva, ma un gigante in caduta, la palla l’ha ormai scavalcato. Davide ha (ab)battuto Golia.
Davide che batte Golia, questo fu Giggirriva. Colui che ruppe consuetudini e gerarchie del calcio italiano che sembravano scolpite nel marmo, con gli squadroni del nord destinati a spartirsi trofei e le altre compagini confinate al ruolo di semplici comparse. Un eroe prometeico, che sfidò le forze divine del denaro e del blasone per donare un posto nel gotha del pallone anche agli umili, coloro che fino a quel momento appartenevano, anche geograficamente ed idealmente, all’estrema periferia del pallone, un lembo di terra lontano e sconosciuto, popolato di banditi, non ancora buono neanche per passarci le vacanze estive. Il furto del fuoco lo pagò caro, immolando 2 gambe alla causa azzurra, la seconda volta nell’autunno del ’70 con il Cagliari proiettato verso il bis scudetto e vincitore dell’andata degli ottavi della Coppa dei Campioni contro l’Atletico Madrid. Inutile dire che senza di lui la squadra al ritorno fu eliminata e in campionato sprofondò nell’anonimato.
E dire che appena arrivato in Sardegna, giovanissimo, spaesato e senza una minima idea di dove fosse capitato, rimediò subito uno ceffone tra capo e collo da Sandokan Silvestri, suo primo maestro, per aver creduto che le illuminazioni di Sarroch fossero in realtà l’estrema propaggine settentrionale del Continente nero. Giurò che ci sarebbe rimasto solo un anno, e invece non se ne sarebbe andato più, innamorato dell’isola e dei suoi abitanti così simili a lui, schivo e riservato al limite della scontrosità. Una storia d’amore fondata sul mutuo riconoscimento l’uno dell’altro. Riva trovò in Sardegna quegli affetti che un destino crudele gli aveva strappato da bambino, si fece uomo e il suo nuovo popolo lo elesse a proprio condottiero nella battaglia più dura da vincere, quella contro il pregiudizio e gli stereotipi.
Ora che è un distinto signore di 70 anni, e lo scorrere nel tempo ha destinato alla leggenda le sue imprese, l’uomo non è cambiato. Certo, l’inquietudine che aveva dipinta sul volto un tempo, quando solo lo scagliare la palla contro la porta avversaria con tutta la forza del suo sinistro sembrava mitigarla, ha lasciato spazio a un largo sorriso, ma la ritrosia nei confronti dell’esterno e la gelosia con cui custodisce gli affetti più cari sono rimaste intatte.
Vogliamo rispettare la sua riservatezza, forse abbiamo ecceduto anche troppo nell’encomio, ma era in una certa misura inevitabile, e chiudere questo pezzo con un sobrio augurio per il suo compleanno: a chent’annos Giggi.

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