La Reggiana in Serie A e la fine della Prima Repubblica


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Domenica 2 maggio 1993, trentaduesima giornata di campionato di Serie B.
Il gruppetto di squadre che guida la classifica è composto da: Reggiana
45 punti, Cremonese 40 punti, Ascoli, Piacenza e Lecce 39 punti.
La Serie A riposa, ieri sera a Berna la Svizzera ha sconfitto 1 a 0 (con
gol su punizione del terzino Hottiger) l’Italia di Sacchi e strappato
così anzitempo il pass per il Mondiale di giugno prossimo negli Stati Uniti.

Sempre nel pomeriggio di ieri a Piazza San Giovanni in Laterano al
concerto di Roma, gli Iron Maiden hanno allietato le orecchie dei
lavoratori, messi a dura prova dalla nuova misura proposta dal decreto di
marzo sull’occupazione: l’introduzione del lavoro “interimario”. Dal
francese intérimaire, interinale o ancora più semplicemente lavoro temporaneo.

L’intero stivale però è ancora intento a smaltire la scena dell’altra sera
trasmessa al telegiornale, quella del torinista Bettino Craxi – fresco
dell’assoluzione ottenuta a Montecitorio dai colleghi onorevoli a procedere
per 4 delle 6 imputazioni a suo carico chieste dalla procura di Milano
nell’ambito dell’inchiesta su Mani pulite – che davanti all’Hotel Raphael
riesce a malapena ad infilarsi nella sua Thema scura e partire sirene
spiegate sotto un lancio incessante di monetine e sventolio di banconote
da mille lire da parte della folla inferocita.

Craxi-Raphael

La capolista Reggiana, allenata dal milanista Giuseppe Marchioro,
grazie alla doppietta di Giuseppe Scienza supera il fanalino di coda Ternana e
prepara la fuga finale verso la massima serie. Nei quartieri alti vince
anche la Cremonese, 2 a 0 al Piacenza, pareggio invece per Ascoli e Lecce
rispettivamente contro Lucchese e Monza. Blitz vincente in trasferta di
Cosenza e Modena, entrambe passano dagli undici metri con Marulla e Pellegrini.
Nella zona retrocessione importanti vittorie di Taranto (3 a 2 sul Bologna,
terzultimo) e Fidelis Andria a quindici minuti dalla fine con Mauro Nardini.
Chiudono la giornata, la vittoria casalinga del Cesena con Hubner sul Bari,
e quella del Padova sul Venezia con il gol di soldatino Di Livio.
Classifica: Reggiana 47, Cremonese 42, Ascoli e Lecce 40, Piacenza e Cosenza 39.

I granata conservano i 2 punti di vantaggio sulla Cremonese, vantaggio che
si confermerà all’ultima giornata di campionato. E’ il 13 giugno 1993, Francesco Gallo, ministro delle Finanze, anticipa che nei prossimi giorni presenterà al Parlamento una proposta di modifica delle dichiarazioni dei redditi.

 Tommaso Lupoli per Mondocalcio Magazine

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Dalla parte di Leo


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Don Winslow in uno dei suoi libri, ci pare che sia in L’inverno di Frankie Machine ma non siamo sicuri, descrive la particolare situazione in cui si trova un uomo braccato. Egli fa di tutto per sfuggire ai propri inseguitori, pianifica ogni spostamento, usa tutte le prudenze del caso, ma alla fine, quando viene scoperto, tira un sospiro di sollievo. La situazione di costante tensione è alla lunga insopportabile, la vista dei sicari, dopo un primo attimo di terrore, è vissuta come una liberazione.

Se vi abbiamo fatto questa premessa è perché ci è venuto in spontaneo associare la vita da braccato alla condizione psicologica di Messi. Nonostante tutti gli sforzi compiuti in campo si capisce che inconsciamente non aspetta altro che l’eliminazione dell’Argentina affinché sia posto termine alla sua condizione angosciata. Ha la certezza di non farcela a vincere, ma è obbligato comunque a provarci Il passaggio agli ottavi non sarebbe altro che un prolungamento di questa aonia. Una lunga agonia, così possiamo riassumere la carriera di Messi in nazionale. Braccato dal fantasma di Maradona non è riuscito a trasformarsi da cacciato in cacciatore, e orala probabile eliminazione prende le sembianze di una vera e propria liberazione. Già dopo l’ultima sconfitta in finale di Coppa America aveva dichiarato di voler lasciare la nazionale, salvo poi tornare indietro sui suoi passi per affrontare gli ultimi metri del suo personale Golgota insieme a tutto il popolo argentino.

Si è parlato molto nei giorni scorsi della differente capacità di trascinare la propria nazionale di Cristiano Ronaldo e Messi. Il primo è riuscito a caricarsi sulle spalle i compagni e sta letteralmente portando da solo la squadra agli ottavi, mentre il primo al di là dell’errore dal dischetto contro l’Islanda non ha mai dato l’idea di avere le doti del trascinatore, prima di tutto emotivo, che invece sono proprie del portoghese. Chiariamoci, ciò è tutto vero, ma occorre dire che la posizione di Cristiano Ronaldo è più comoda di quella di Messi: non è braccato dal fantasma di Maradona, Ronaldo può solo vincere, Messi può solo perdere. Se Eusebio fosse riuscito nell’impresa titanica di far vincere un mondiale al Portogallo le due situazioni sarebbero paragonabili, ma così no.

Ma oltre tutte queste considerazioni sulla differente posizione rispetto alla Storia dei due giocatori noi comunque stiamo dalla parte di Leo, che quando indossa la casacca albiceleste ci mostra finalmente il suo lato umano, con tutte le debolezze e le insicurezze del caso. E se Cristiano somiglia in maniera inquietante a un extraterrestre questo è un motivo di più per parteggiare per Leo, che fa esperienza del dolore e della solitudine, schiacciato dal peso delle responsabilità, senza che nessun Iniesta, nessun Suarez, nessun Piqué si possano palesare al suo fianco nei momenti di difficoltà.

Coraggio Leo, mancano pochi giorni alla fine di tutto questo.

“Aveva udito il rotolare del treno… il fischio d’arrivo… Avrebbe voluto che qualcuno le fosse vicino, all’avvicinarsi dell’oscurità. Ma il suo figliuolo non appariva se non raramente sul limitare di casa”
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore.

 

Piergiuseppe Mulas per Mondocalcio Magazine

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CCCP (Col Cavolo Che Passiamo). Breve storia di un’ingiustizia calcistica


 

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Lo sport è spesso strumento di propaganda, ed il calcio più di ogni altro ne è divenuto il veicolo più popolare. Inevitabile che il fenomeno diventasse endemico anche nei paesi dell’Est socialista, in cui lo sport era allo stesso tempo eccellenza (tra le poche, ahimè, in quei sistemi) e simbolo orgoglioso del trionfo del collettivo sull’individuo. Sport inteso come sacrificio e non puro talento, scientifico lavoro di team prima che opera ingegnosa del singolo interprete.
La nazionale di calcio dell’URSS era forse la massima espressione di questo insieme di valori, e per diversi anni ebbe la fortuna di poter unire un sistema di gioco formidabile ad una generazione di calciatori di indiscusso talento.

Per tre edizioni consecutive dei mondiali gli arbitri si sono messi di traverso al cammino dei sovietici, che almeno in un caso era decisamente promettente.

Piccolo – ma doveroso – passo indietro, prima di addentrarci nella storia delle fasi finali dei quei 3 mundial, E’ il 1973. L’URSS ha vinto il girone 9 delle qualificazioni al mondiale tedesco occidentale dell’anno successivo superando Francia e Irlanda, ma è costretta allo spareggio contro la vincitrice del girone 3 della CONMEBOL, il Cile – reduce da uno stranissimo girone a 2 col Perù – visto che il Venezuela si è ritirato.
Gara d’andata fissata per il 26 settembre a Mosca. Pochi giorni prima in Cile però c’è stato il golpe che ha abbattuto Allende e portato Augusto Pinochet al potere. Mosca rompe le relazioni diplomatiche con il Cile.
La partita è a rischio fino all’ultimo, ma alla fine si gioca. Per ordine di Breznev la tv e la radio sovietiche non trasmettono il match, che in un completo silenzio mediatico (non che alla fine sia stato un grande spettacolo, si narra) finisce zero a zero. Da rilevare solo l’arbitro brasiliano Armando Marques, che perdona parecchie botte rifilate al futuro pallone d’oro Blochin. Si decide tutto al match di ritorno.
A questo punto però si pone un bel dilemma per Mosca: andare o no a giocare all’Estadio Nacional, recentissimo teatro di massacri? Alla fine prevale il no “Gli sportivi sovietici non possono giocare nello stadio macchiato del sangue dei patrioti cileni”, visto il rifiuto della FIFA di giocare in campo neutro. Si consuma così una farsa grottesca, in cui il Cile gioca da solo ed è pure costretto a segnare un gol a porta vuota.

 le laconiche immagini della partita mai giocata

Questa breve digressione ci fa già capire come non ci fosse alcun tipo di simpatia in campo internazionale verso l’orso sovietico, e le sue emanazioni calcistiche.

1982 – AiutOni verdeoro

E’ il Mondiale della Spagna finalmente libera dal franchismo – ma non dai tentativi di golpe – e di un Brasile stellare. Che nel girone eliminatorio se la deve vedere proprio con l’URSS, squadra non proprio fenomenale incentrata sul blocco georgiano della Dinamo Tbilisi, vincitrice della Coppa delle Coppe 1981.
Centrocampi come quello verdeoro dell’82 se ne sono visti pochi nella storia: basta dire che il meno quotato è un certo Cerezo. Gli altri sono Falcao, in procinto di essere nominato a furor popolare come ottavo Re di Roma; Socrates, che è ancora lontano dall’immobilismo (e dalle troppe birre) fiorentino e illumina come pochi; Junior a regalare fosforo e infine Zico, il Galinho, a pennellare.
Ma c’è anche qualche problema. Il primo è un certo Serginho, accreditato di caterve di gol in patria, ma sul quale in molti nutrono più di un dubbio. Il secondo è il portiere, Waldir Peres, che ridefinisce, in negativo, il concetto di portiere sudamericano anni 80.
Brasile-Urss è la prima partita del gruppo 6, si gioca al Sánchez Pizjuán di Siviglia. Intorno al 20′ primo episodio dubbio: Šengelija viene vistosamente trattenuto in area su imbeccata in profondità, ma l’arbitro lascia correre. Al 34′ Waldir Peres ne combina una delle sue, con una paperona che consente ad un tiro non proprio irresistibile di Bal di insaccarsi.
Prima e dopo è un monologo brasiliano: il numero di tiri in porta non si calcola, così come i gol divorati da Serginho. Al 75′ finalmente la slocca Socrates con una sassata devastante che buca Dasaev.
Prima del meritato e stupendo 2-1 di Eder all’88 accade l’altro fattaccio. Šengelija servito da sinistra mette in porta, ma l’arbitro annulla senza che le immagini facciano capire se fosse o meno fuorigioco.

Finisce 2-1, con il Brasile padrone del campo, ma due torti abbastanza evidenti a sfavore dei sovietici, che verranno eliminati nel secondo girone eliminatorio, pur arrivando a pari punti coi vicini polacchi. E siamo solo all’inizio.

1986 – El furto de Lèon

Mondiale 1986 in Messico. Il 15 giugno l’URSS si presenta all’ottavo di finale contro il Belgio in una forma smagliante.
Lobanovskij è tornato da pochissimo in sella dopo i trionfi con la sua Dinamo Kiev: preparazione atletica spinta al massimo, superamento del concetto stesso di ruolo, interscambialità tra i giocatori. Questo i capisaldi del calcio del Colonnello, che si sposano mirabilmente con l’ideologia del partito.
L’URSS gioca in modo ultra moderno, e fa vedere un calcio davvero entusiasmante, che inquieta gli avversari e non attira grandi simpatie in anni in cui la propaganda, questa volta occidentale, tende ad offuscare anche gli innegabili meriti del nemico. Sono gli anni dell'”io ti spiezzo in due” e dei buoni sentimenti unilaterali a stelle e strisce, mentre i cattivoni sovietici sono dipinti – non sempre a torto, diciamolo – come topi da laboratorio.
Ad ogni modo, rigenerata dalla terapia di Lobanovskij, l’armata rossa nel girone ridicolizza la malcapitata Ungheria di Lajos Detari (6-0),fermano sul pari la Francia di Platini e liquidano con estrema facilita per 2-0 la pratica Canada andando a vincere il girone.

Il Belgio che sfida la corazzata sovietica è la creatura del santone del calcio belga, Guy Thys, vecchia volpe del pallone alla guida di una squadra di vecchie conoscenze e qualche giovane di belle speranze, come Vincenzino Scifo.
A Lèon si gioca in un caldo da girone dantesco per favorire gli orari televisivi europei, ma l’URSS va comunque avanti con un gran destro a incrociare di Belanov, futuro Pallone d’oro 1986. Nel secondo tempo primo episodio molto dubbio: le immagini non chiariscono del tutto, ma sul cross di Vercauteren Scifo sembra in fuorigioco. L’URSS si rigetta in avanti e trova il vantaggio, nuovamente con Belanov. A questo punto il protagonista assoluto dell’incontro diventa Fredriksson, l’arbitro svedese. Pur accreditato come uno dei migliori fischietti europei, non annulla il gol di Ceulemans, palesemente accampato oltre la linea difensiva sovietica.
Il guardalinee alza la bandierina, ma ormai è inutile: rete convalidata e tutto da rifare. Pur abituati alle truffe, i sovietici non hanno la forza di reagire e si arrendono ai supplementari sotto i colpi di un Belgio cinico e di una difesa pietrificata. La propria.

Finisce 4-3, ma i rimpianti sono enormi: i sovietici avrebbero davvero potuto fare strada in Messico.

1990 – La Mano di Dio. Atto II

Non c’è due senza tre.
Premessa: l’URSS che arriva al mondiale italiano non è quella scintillante macchina da guerra che aveva quasi vinto l’Europeo di Germania due anni prima, fermata solo da Gullit e Van Basten nella finalissima dell’Olympiastadion di Monaco. E’ una squadra sbiadita, sempre basata sul blocco granitico della Dinamo Kiev, ma senza più quella brillantezza che aveva annichilito fior di squadroni, tra cui la brillante Italia di Vicini nella semifinale di Euro ’88.
Inoltre alla squadra di Lobanovskij manca il nome CCCP sulla maglia, forse più di una premonizione di quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Il girone è di ferro – Argentina campeon in carica, i Leoni Indomabili del Camerun e la rivelazione Romania le fanno compagnia.
Alla prima l’URSS ne prende due proprio dai cugini di cortina rumeni. C’è tempo per l’ennesimo svarione arbitrale dell’uruguiano Cardellino, che fischia rigore per un mani di Kidjatullin un metro e mezzo fuori dall’area. 2-0 e sovietici costretti a un match da dentro o fuori a Napoli contro l’Argentina di sua maestà Diego, che sconfitta all’esordio contro il Camerun si ritrova nella stessa situazione da dentro o fuori. Ovviamente il clima in città non è dei migliori. Per i sovietici, of course. Si dice che dalle docce degli spogliatoi sovietici del San Paolo dopo gli allenamenti esca solo acqua ghiacciata, che seppur abituati ai climi rigidi non gradiscono particolarmente il trattamento.
Il 13 giugno 1990 con il punteggio ancora fermo sullo 0-0 Diego concede il bis di Messico 86 e si sostituisce egregiamente al prodigioso Goycochea di quei mondiali, fermando col braccio sulla linea un pallone evidentemente indirizzato in rete. Indovina chi fischia? Proprio lui, Fredriksson, 47enne e pensionato circa mezz’ora dopo il triplice fischio dalla FIFA.

Capita spesso che nel calcio non si raccolga in proporzione ai propri meriti, o alla bellezza del calcio espresso. Non vogliamo paragonare l’URSS degli anni ’80 all’Olanda delle due finali mondiali ’74 e ’78, nè alla favolosa Ungheria di Puskas. Le squadre di Lobanovskij e colleghi però avrebbero quantomeno meritato di giocarseli alla pari con le altre quei mondiali.
Per la cronaca, il match del San Paolo finirà 2-0 per gli argentini, che senza mai meritare pienamente arriveranno quasi a vincerlo quel mondiale italiano. Ma almeno quest’ingiustizia ce la siamo risparmiata.

Roberto Scanu per Mondocalcio Magazine

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