Il Meticcio e lo Special One: Que viva el pragmatismo!


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Gabriele Gramigna per Mondocalcio Magazine

Ogni anno il grande dio del calcio, cerca di insegnare a noi, suoi umili discepoli, qualche cosa di nuovo. E lo fa tramite i “messia”, quelli mandati sulla terra per tradurre in fatti le sue idee. Alcune volte questi messia sono dei calciatori, altre volte degli allenatori.

In questa edizione 2013/2014 della Champions League, il dio del calcio, ci ha voluto ricordare che il pragmatismo è una componente fondamentale di questo sport e non va mai dimenticata. Dopo anni in cui il “tiqui taqa” di stampo blaugrana ha fatto da padrone nel panorama calcistico europeo, c’era la necessità di tornare alle origini.

Nella prima delle due semifinali della Champions League, infatti, si affronteranno Chelsea ed Atletico Madrid, ovvero Josè Felix Mourinho contro Diego Pablo Simeone, due allenatori che fanno del catenaccio difensivo e delle ripartenze improvvise il loro credo.

Se ti chiamano “Special One” un motivo ci dev’essere. Evidentemente sei uno dei migliori allenatori del mondo che ambisce a diventare leggenda vivente, essendo l’unico in attività ad aver giocato ben 8 semifinali di Champions League.

Mourinho ha alle sue spalle una storia che parla solo la lingua della vittoria e non conosce altre lingue. Irriverente, diretto, spregiudicato, il portoghese può vantare dal 2000, anno di esordio come allenatore, 20 trofei di club e 33 titoli individuali, tra cui, due Champions League, una con il Porto ed una con l’Inter. Quando un giocatore come Ibrahimovic arriva a dichiarare che “per Mourinho avrei ucciso, se me l’avesse chiesto” non penso ci siano altre parole da aggiungere.

Se ti chiamano Cholo, beh, anche qui un motivo ci dev’essere. La parola “Cholo” deriva dalla lingua azteca e sta a significare un incrocio di due razze canine. In lingua spagnola si può tradurre come “meticcio”.

Ora resta da capire quali due razze si siano riprodotte per creare Diego Pablo Simeone. Chi si ricorda di lui come giocatore può facilmente immaginare. Il suo modo di giocare poteva benissimo essere racchiuso nella regola delle 3 “C”: Cabeza, Corazon, Cojones.

La carriera di Simeone come allenatore inizia nel 2006 in Argentina e lo vede trionfare da subito: passano infatti pochi mesi e, il Cholo, vince l’Apertura con l’Estudiantes. Due anni dopo, passato al River Plate si porta a casa anche la Clausura. Dopo un breve passaggio a Catania ed uno ancora più breve al Racing Club, Diego Pablo torna all’Atletico Madrid, dopo essere stato una leggenda come giocatore. La favola ha inizio.

Eredita una squadra da metà classifica ma dopo soli sei mesi vince l’Europa League e la conseguente Supercoppa Europea. Mentre sto scrivendo, l’Atletico del Cholo, oltre a trovarsi tra le quattro squadre più forti d’Europa è anche prima in classifica nella Liga spagnola davanti a due squadre come Real Madrid e Barcellona che hanno un tasso tecnico infinitamente superiore ai colchoneros. Ma non hanno il Cholo.

Non riesco nemmeno ad immaginare come andrà a finire lo scontro tra questi due allenatori ma sono pronto a scommettere che il dio del calcio, da lassù, si divertirà parecchio nel vedere 22 giocatori sputare sangue per fare felice il proprio mister.

[fonte: bocca.blogautore.repubblica.it]

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Quando la Colombia per andare alla Coppa del Mondo si affidò a Gabriel Garcia Marquez e al realismo magico


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E’ il 2011. Da poco sono terminati i Mondiali in Sud Africa. La terza edizione di seguito senza la partecipazione della Colombia.

Da quelle parti si tratta di una vergogna nazionale, che non può andare oltre. Tanto più che l’edizione successiva (quella del 2014) si giocherà in Brasile, a due passi da casa. Un altro fallimento non è ammesso.

Ecco allora l’idea. I cafeteros decidono di affidarsi all’icona nazionale Gabriel Garcia Marquez. Viene disegnato un nuovo pallone da calcio denominato “Macondo”, come la città immaginaria di “Cent’anni di solitudine”.

“Si tratta del primo pallone disegnato per la nazionale colombiana in una fase eliminatoria. Confidiamo nel potere del “realismo magico” di “Gabo, che ci faccia sognare”, dichiara il suo creatore, Carlos Martha.

Precedenti non ce ne sono, ma la Fifa dà il via libera. E la nuova sfera di cuoio, decorata con i colori nazionali, inizia a rotolare tra i piedi di Falcao, Cuadrado e Jackson Martinez, diventando una sorta di amuleto che accompagnerà la seleccion in giro per il Sud America e lungo tutta la fase eliminatoria.

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L’esordio, guarda caso, avviene nella partita giocata contro il Venezuela a Barranquilla, la città del nord colombiano in cui Marquez ha iniziato la sua carriera da giornalista. E il campo è lo Estadio Metropolitano, lo stesso cui gioca l’Atletico Junior, il club di cui lo stesso Marquez è un accanito sostenitore [1].

Da quel momento per la Colombia è una sorta di marcia trionfale. I cafeteros vincono 9 partite su 16, piazzandosi seconda nel girone eliminatorio, a soli 2 punti dall’Argentina capolista e davanti a Cile, Ecuador e Uruguay.

Il risultato è che quest’anno, a 16 anni dall’ultima partecipazione, la Colombia tornerà a giocare la Coppa del Mondo. Forse anche grazie a Gabriel Garcia Marquez.

[1] http://www.eltiempo.com/deportes/futbol/muerte-gabriel-garcia-marquez-charla-gabo-y-barraza_13847395-4

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Largo all’avanguardia!


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di Massimo Sorci

C’è stato un periodo, all’inizio degli anni Settanta, in cui a Terni si praticava un calcio decisamente d’avanguardia, un calcio che non vedevi in nessun altro stadio d’Italia, dove imperversava – invece – il credo breriano del gioco di rimessa. In conca Corrado Viciani aveva imposto un modello rivoluzionario: una fitta ragnatela di passaggi corti tra giocatori che correvano uno vicino all’altro e che si scambiavano di posizione in un fantastico tiqui-taca precatalano. Un modulo parecchio innovativo – almeno da noi – e pure proficuo, visto che fu in grado di regalare ai rossoverdi la prima serie A della storia.

Sempre negli anni Settanta – ma alla fine – un tale che si chiamava Roberto Freak Antoni, e di mestiere faceva il frontman degli Skiantos, si mise a prendere per i fondelli addirittura Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè che rappresentavano il mainstream dell’allora musica impegnata (breriana?) urlando dal palco strofe surreali tipo ″compran tutti i cantautori / come fanno i rematori / quando voglion fare i cori″.

La canzone è – appunto – Largo all’avanguardia. Un vero e proprio manifesto. Una rivoluzione tattica quella di Corrado Viciani, punk in salsa emiliana quella di Freak Antoni. Mutuata – la prima – dall’Olanda di Michels e dal River Plate degli anni Quaranta, La Màquina che giocava un calcio in cui, come diceva la punta Carlos Peucelle, ″alcuni entrano, altri escono, tutti attaccano, tutti difendono″. Una rivoluzione creativa – la seconda – ma anche un po’ politica, soprattutto quando gli Skiantos sbertucciavano le pose e la seriosità antagonista dei fratelli più grandi che stavano piano piano trovando il loro comodo posto al sole (″Un risotto vi seppellirà″, invece della sessantottarda ″risata″).

Persone sicuramente diverse nello stile comportamentale, Freak Antoni e Corrado Viciani, anche soltanto per l’età. Tanto che a qualcuno il raffronto potrà senz’altro apparire vertiginoso e inappropriato. Perchè se l’uno faceva della fantasia un po’ anarcoide il proprio marchio di fabbrica, per l’altro l’estro era poco più di un orpello da sacrificare sull’altare dell’organizzazione e della disciplina. L’unica improvvisazione possibile doveva essere – per dare frutti – collettiva e non individuale. L’effetto che ne sortì però, sia per il primo che per il secondo, fu una gran bella ventata di aria fresca nei rispettivi ambiti professionali. Viciani, per il bene del calcio italiano, si augurava che l’Inter catenacciara perdesse contro i lancieri dell’Ajax nella finale di Coppa dei Campioni, cosa che si verificò puntualmente. Freak Antoni intanto pestava ″duro alla rinfusa″, suonando ″senza l’impianto″ e contro quelli che… ″sono un ribelle, mamma″.

Ecco, magari la coincidenza l’ho notata soltanto io, ma questi due signori per niente conformisti, e che nella vita hanno raccolto meno di quanto abbiano meritato, sono venuti a mancare entrambi mercoledì 12 febbraio 2014. Tra il dolore di chi gli ha voluto bene e ne ha riconosciuto il genio, ma anche nell’indifferenza del grande pubblico. E non c’è da meravigliarsene, forse. Anche perchè l’avanguardia è alternativa, non fa sconti comitiva e il pubblico… beh, si sa com’è il pubblico.

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