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Più che come una pubblicità, viene presentato come “un’esortazione a ravvivare lo spirito combattivo dei tunisini” e “a riunire tutta la Tunisia attorno a un obiettivo comune, in un contesto difficile”.

Fatto sta che il nuovo spot firmato dalla Coca Cola per la nazionale nordafricana è diventato in breve tempo l’inno non ufficiale della squadra impegnata in Coppa d’Africa.

A dimostrarlo c’è il boom di condivisioni sul web, ben 59mila nell’ultima settimana, che lo hanno reso lo spot più visto sul web, davanti ad altri colossi marketing come Volkswagen.

(Pubblicato su Linkiesta)


La crisi del calcio turco e l’incapacità delle sue squadre di competere con le big d’Europa, come facevano solo fino a qualche anno fa, non è altro che lo specchio del sistema economico del Paese e delle sue intrinseche debolezze.

A sostenerlo è Renaissance Capital, banca di investimento tradizionalmente attenta ai mercati emergenti dell’est europeo e dell’Asia centrale, secondo cui il manifesto declino calcistico della Turchia va di pari passo con la crescente dipendenza dell’economia del Paese da capitali stranieri.

Non è un caso, dunque, che, dopo il terzo posto conquistato nel 2002 in Corea e Giappone, la nazionale turca non sia più riuscita a qualificarsi per i Mondiali.

Ma secondo il report di RenCap, ripreso anche dal Financial Times, la rappresentazione più evidente della crisi viene offerta dai top club turchi, che da tempo sono ai margini delle competizioni europee.

La ragione sta nel fatto che oramai Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas si limitano a “importare quasi tutti i loro migliori giocatori dall’estero”; per lo più si tratta di vecchie glorie, come l’ex madridista Guti, buoni per alimentare il merchandising, ma non certo per migliorare la competitività delle squadre.

E alla luce dell’economia è più comprensibile anche il recente spostamento del baricentro del potere calcistico interno da ovest a est, dai tradizionali club di Istanbul ai newcomer anatolici Trabzonspor e Bursaspor: secondo RenCap questo passaggio non sarebbe altro che la manifestazione palese dell’ascesa dell’economia e dell’industria dell’Anatolia a discapito di quella della parte occidentale del paese.

(Pubblicato su Linkiesta)


In che modo le sorti politiche di un paese si rispecchiano nelle vicende della propria squadra di calcio? Non è raro che le fasi di maggiore instabilità, piuttosto che danneggiare le selezioni nazionali, finiscano per esaltarle. Emblematico è il caso dell’Iraq, che nel 2004 – sconvolto dalla guerra e in piena occupazione americana – conquistò il quarto posto alle Olimpiadi di Atene, suo miglior risultato di sempre.

In questo senso, non hanno fatto eccezione i paesi del Nord Africa, in cui le sollevazioni che hanno segnato tutto il 2011 sono state accompagnate da successi senza precedenti da parte delle rispettive nazionali.

Per avere un’idea delle dimensioni della primavera calcistica araba è sufficiente confrontare i risultati conseguiti da Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Sudan e Tunisia nel corso del 2011 con quelli della stagione precedente, come ha fatto il blog Soccer Lens.

Dall’inizio della “primavera araba” le sei nazionali hanno disputato nel complesso 53 incontri, ottenendo una percentuale di vittorie pari al 45 per cento e una media di 1,64 punti a partita; nei 12 mesi precedenti le stesse nazionali avevano giocato invece 60 partite, con una percentuale di vittorie del 33 per cento e una media di soli 1,32 punti a incontro.

Il caso più significativo è quello della Libia, che nello stesso anno in cui ha deposto Gheddafi è riuscita anche a ottenere la sua terza storica qualificazione alla Coppa d’Africa 2012, che si disputerà dal 21 gennaio in Gabon e Guinea Equatoriale.

Ma importanti sono stati anche i risultati ottenuti da Sudan, Tunisia, Marocco e Algeria, tutti paesi interessati nell’ultimo anno da importanti proteste e cambiamenti politici.

La sola nazionale a non avvantaggiarsi delle proteste è stata quella egiziana, la vera potenza calcistica regionale, 31esima nel ranking Fifa e vincitrice delle ultime tre edizioni della competizione continentale. I “faraoni”, guidati dal commissario tecnico Hassan Shehata (noto come sostenitore del deposto presidente Mubarak e per aver “islamizzato” lo spogliatoio della nazionale), hanno infatti condotto una stagione fallimentare, culminata nella mancata qualificazione per la prossima Coppa d’Africa.

In questo caso, insomma, la rivoluzione sembra avere avuto un’influenza negativa sulla nazionale, contravvenendo così alla regola non scritta. Ma il calcio – si sa – non è una scienza esatta.

(Pubblicato su Linkiesta)

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