Champions, scontri tra tifosi di Bayern e Borussia prima della finale (video)

Non è mancato qualche tafferuglio alla vigilia della finale di Champions tra Bayern e Borussia. I supporter delle due squadre tedesche sono entrati in contatto nei pressi del Wembley.

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La finale di Champions più pazza di sempre

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Non necessariamente è stata la più bella finale di Coppa dei Campioni. Di sicuro è ricordata come quella più emozionante, più pazza di sempre.

Milan-Liverpool si giocò otto anni fa, un 25 maggio, esattamente come Borussia Dortmund-Bayen Monaco.

I rossoneri vanno subito in vantaggio, col capitano Maldini, dopo nemmeno un minuto. Poi segna Crespo, una, due volte. Sempre in contropiede, e con una facilità disarmante, gli uomini di Ancelotti bucano la difesa dei reds.

Il Milan chiude il primo tempo in vantaggio per 3-0. Sembra fatta, nessuno scommetterebbe un centesimo sugli inglesi. E invece…

Nell’intervallo succede qualcosa. Forse è Benitez che riesce a trovare le parole giuste per svegliare i suoi. O forse è il Milan che, troppo sicuro di sé, molla la presa.

Il secondo tempo, per i rossoneri è un disastro. Al 9′ Gerrard riapre la partita con un colpo di testa. All’11′ Smicer beffa Dida con un tiro dalla distanza e accende gli animi dei supporter inglesi. Al 15′ Xabi Alonso completa la rimonta su rigore.

A quel punto per il Milan è buoi pesto. I rossoneri ci provano ancora, in ogni modo, ma non riescono ad evitare i rigori. Dal dischetto sbagliano Pirlo, Serginho e Shevchenko.

Per il Milan è la fine, la Coppa va al Liverpool.

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Pescara Rangers. Da trentacinque anni, l’Impero continua.

pescara rangers

di Barbara di Gregorio*

Volto pacato, sguardo fiero, capelli al vento, fronte perennemente cinta dalla fascia sottile che distingue i guerrieri: è l’indiano il necessario punto di partenza per raccontare i Pescara Rangers e la loro definizione di ultras. Nessuno sa bene da dove sia arrivato, nessuno ha idea di chi l’abbia disegnato per primo, nessuno, soprattutto, ricorda con esattezza quando e come si sia deciso di farne il simbolo della tifoseria pescarese; sembra quasi sia stato lui a scegliere i Rangers e a prendere sugli striscioni il posto che era suo di diritto. Ne aveva, come si vedrà, tutte le ragioni.

È facile tifare Pescara, nel 1976, quando un gruppo di diciottenni entusiasti fonda il primo gruppo ultras cittadino; ci sono già i Fedelissimi, è vero, ci sono le Donne Biancazzurre e altre associazioni  minori: ma adesso che la squadra, per la prima volta, lotta concretamente per conquistare la serie A, la chiusura dei vecchi club deve cedere il passo a una nuova concezione del tifo. Nuova a partire dal nome: non ci sono altri Rangers negli stadi italiani, quando Angelo Manzo, già presidente del club Excelsior e massimo esponente della tifoseria cittadina, inventa per il nuovo gruppo il titolo che presto avrebbero in tanti ripreso.

Il principale elemento di rottura, nella poetica ultrà dei Rangers, è l’idea che il tifo debba uscire dalle curve per contagiare col proprio entusiasmo l’intero stadio Adriatico; l’iniziativa di Manzo, che nel ’77, ad appena un anno dalla loro fondazione, li spedisce nelle tribune perchè coinvolgano nei cori l’intera cittadinanza presente, li consacra da subito come punto di riferimento dei sostenitori del  Pescara di ogni classe sociale ed età.  La squadra del resto in questi anni va come una bomba; è ancora il ’77, ad esempio, l’anno del leggendario gemellaggio col Vicenza: il nove gennaio,  grazie anche al sostegno dei suoi 4000 tifosi in trasferta, il Pescara sorprende gli avversari vicentini con un gol dell’ultimo minuto che ne scatena gli entusiasmi. Il trionfo, punto di partenza per un sodalizio tra ultras destinato a durare negli anni, è allo stesso tempo una vera consacrazione per chi in quella trasferta ha avuto una parte importante: alla fine del campionato i membri dei Rangers sono quasi decuplicati; e quando due anni dopo, nel ’79, la squadra riconquista finalmente la A, sono ben quarantamila i Pescaresi in estasi a tingere di biancazzurro lo stadio di Monza. Non sorprende che sugli striscioni campeggino in questi anni solo fulmini e teschi: bisogna aspettare il 1980, e le disastrose prove che riportano il Pescara alla B, per veder comparire sui vessilli dei Rangers il famoso indiano di cui si diceva all’inizio.

È forse il momento di guardarlo con un po’ più di attenzione: davvero non lo avete riconosciuto? E se vi dicessi di pensare al ranger più famoso del mondo? No, non Chuck Norris, l’altro; mi riferisco a Tex Willer: il nostro indiano somiglia in maniera impressionante al suo fido compagno di tante avventure, il pellerossa Tiger Jack, vale a dire, dispensatore instancabile di perle di saggezza e sostegno dei Rangers dell’Arizona nei momenti peggiori. Eccolo dunque venire in soccorso dei nostri quando il gioco si fa duro e i duri cominciano finalmente a giocare: nell’81 il Pescara è ancora in serie B; l’anno dopo perde dodici volte di seguito e inevitabilmente retrocede alla C; mentre tutti gli altri gruppi di tifosi si sciolgono, i Rangers accolgono gli esuli e procedono a testa alta contro le avversità del destino.

Tiger jack è leale; Tiger Jack è coraggioso; Tiger Jack è fedele ma soprattutto cocciuto. Pochi ma buoni, anche negli anni delle vacche magre, i Rangers riescono quasi sempre a portare in trasferta 60 o 70 persone. Ma è quando si riducono veramente all’osso che vivono le avventure più belle, ed è esemplare in questo senso la storia del gemellaggio con i tifosi del Messina: siamo alla metà degli anni ottanta, Galeone è lontano e la squadra ancora in fase di stallo. Dopo una disastrosa sconfitta a Modena è quasi un miracolo, la domenica successiva, mettere insieme una ventina di tifosi per andare a sostenere il Pescara a Messina; la strada è lunga, il pullman mezzo vuoto, il tempo inclemente, l’umore delle truppe, si presume, sotto i tacchi. I nostri vengono lasciati in periferia e l’unica per arrivare allo stadio e farsela a piedi da lì. Sgattaiolare verso la curva alla chetichella, oppure innalzare gli striscioni, e portarli con orgoglio attraverso una città che potrebbe prenderla male? Se avete intuito la filosofia dell’indiano conoscete già la risposta: schierato in forze sotto il vessillo di Tiger Jack, il minuscolo esercito di tifosi disperati si trasforma in una fiera dichiarazione di intenti; per il Pescara, soprattutto adesso, questo ed altro, sembrano dire i nostri puntando dritti allo stadio, e il loro coraggio viene inaspettatamente premiato dalla calorosa accoglienza degli ultras messinesi. È l’inizio di una nuova amicizia, una piccola vittoria dei Rangers sulla disastrosa stagione calcistica che sta ormai per concludersi.

Certo la squadra è destinata a regalare loro ben altre soddisfazioni. Tornerà in serie A per due volte, nell’88 e nel ’92, sotto la guida di Galeone, ma scivolerà poi indietro negli anni successivi fino alla B e in certe stagioni alla C; riprenderà quota solo dopo aver sfiorato la C2, le curve torneranno a riempirsi, e poi di nuovo a svuotarsi quando le cose si metteranno male da capo: ma non ha nessuna importanza, conoscere gli alti e bassi del Pescara, per capire come intendano il tifo i suoi più grandi sostenitori di sempre. Il simpatizzante sta con la squadra che vince. L’ultrà, che come il buon Tiger Jack e capace di guardare lontano, sta con la squadra punto e basta. I Pescara Rangers lo fanno da trentacinque anni: è per questo, in ultima analisi, che sono riusciti a guadagnarsi un posto di tutto rispetto nella mitologia locale della nostra città.

* Barbara Di Gregorio è nata a Pescara nel 1982. Ha pubblicato racconti su “Nuovi Argomenti”, “Eleanore Rigby” e nell’antologia Voi siete qui (minimum fax 2007). “Le Giostre sono per gli scemi” (Rizzoli, 2011) è il suo primo romanzo.

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C’è il derby di Belgrado, “Ivan il terribile” torna in curva

Bogdanov a Genova (a sinistra) e a Belgrado (a destra)

Bogdanov a Genova (a sinistra) e a Belgrado (a destra)

Manco il tempo di uscire dal carcere e Ivan Bogdanov torna in curva. L’ultras serbo, protagonista nei disordini al Marassi di Genova la notte di Italia-Serbia dell’ottobre 2010, sabato scorso era allo stadio per assistere al derby di Belgrado, che vedeva contrapposte la “sua” Stella Rossa e gli acerrimi nemici del Partizan.

Le immagini della televisione serba (riprese in Italia da Fanpage) lo ritraggono mentre si aggira tranquillamente in mezzo al pubblico di casa, con occhiali scuri e a torso nudo.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche sulla stampa locale, che ha criticato il fatto che contro l’ultras non sia stata prevista alcuna misura precauzionale per tenerlo lontano dagli stadi.

I giornali serbi riportano anche le preoccupazioni di Vladimir Stojkovic, il portiere del Partizan aggredito a Genova tre anni fa dallo stesso Bogdanov che lo accusava di aver tradito la Stella Rossa accettando il trasferimento ai rivali. Stojkovic – riporta Fanpage – ha dichiarato ai media locali di essersi sentito intimorito nel vedere nuovamente Bogdanov a una ventina di metri soltanto dietro alla sua porta e di non essere stato tranquillo per tutta la partita.

Solo pochi giorni fa Bogdanov era stato rimesso in libertà dopo avere scontato una condanna a due anni (poi parzialmente ridotta) di reclusione per l’aggressione ad alcuni poliziotti avvenuta 7 anni fa, durante una violenta rissa fra tifosi di basket della Stella Rossa e del Partizan.

In Italia, tuttavia, Bogdanov è famoso  per gli incidenti di Genova, che portarono alla temporanea sospensione dell’incontro fra le nazionali di Italia e Serbia e alla successiva sconfitta a tavolino per 3-0  degli slavi.

NB per la cronaca il derby di Belgrago è stato accompagnato da violenti incidenti, che hanno anticipato e seguito la partita. alla fine gli arresti compiuti dalla polizia sono 104, tra cui una decina di minorenni. l’accusa per loro è di atti violenti e disturbo dell’ordine pubblico.

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Calcio e musica, la storia di un “flirt” infinito

il Pink Floyd Football Club

il Pink Floyd Football Club

di Antonio Bacciocchi e Alberto Galletti*

Il calcio è da sempre uno dei grandi passatempi della classe lavoratrice inglese. L’introduzione del professionismo nel calcio a fine Ottocento unito a un aumento dei compensi e alla riduzione dell’orario di lavoro fece sì che i lavoratori si ritrovassero con tempo libero da impiegare, in particolar modo il sabato pomeriggio. Le affluenze negli stadi crebbero velocemente fino a raggiungere dimensioni enormi già a partire agli anni Dieci del secolo scorso. All’inizio degli anni Cinquanta con l’arrivo dagli Stati Uniti del r’n’b prima e l’esplosione del rock‘n’roll poi, la musica leggera cominciò a diffondersi e a entrare nell’ambito dei passatempi in particolar modo tra gli strati più giovani della popolazione nelle classi sociali più basse. Questo fenomeno cominciò a influenzarne comportamenti e aspetto.

Si può inquadrare in questo ambito la nascita dei teddy boy, giovani in età adolescenziale – si impone per loro il termine “teenager” - che prendono ad abbigliarsi alla maniera edoardiana per distinguersi dai coetanei contemporanei normalmente abbigliati in vestiti di fattezza grossolana tipici dell’immediato dopoguerra. Il gusto si evolve  rapidamente e l’irruzione sulla scena di Elvis Presley cambia in maniera determinante il look teddy boy che scivolò rapidamente su aspetti più rockabilly. Furono loro i primi esponenti di movimenti giovanili ad apparire sulle gradinate degli stadi inglesi, non si trattò comunque di una frequentazione collettiva e le loro presenze alle partite si possono ritenere sporadiche e del tutto accidentali.

Verso la metà degli anni Sessanta la cose cominciarono a cambiare. Il movimento mod si allargò dall’iniziale cerchia di studenti degli istituti d’arte – che avevano dato via al movimento – ai ragazzi della classe lavoratrice nella loro tarda adoloscenza che occupavano posti impiegatizi di basso rango. La possibilità di disporre di somme di denaro unita al fatto che ancora questi ragazzi vivevano in casa coi genitori li rese in un certo senso indipendenti dalle generazioni precedenti e soprattutto questa nuova massa di mod spostò l’impronta sull’identità del gruppo da giovani alternativi intellettuali interessati perlopiù alla musica jazz contemporanea e alla letteratura a ragazzotti di scarsa cultura con tendenze edonistiche, dichiaratamente materialisti e totalmente ossessionati dalla moda, nell’illusione che l’aspetto fosse un modo per scalare la gerarchia sociale. Si autoribattezzarono “faces”, facce, per potersi distinguere ulteriormente dai mod meno dotati di disponibilità finanziarie e quindi meno ”sharp-dressed” di loro che ribattezzarono spregiativamente ”tickets”.

La coesione della working class rimase tale comunque almeno per ciò che riguardava il calcio e questi giovani, come i loro padri, cominciarono a frequentare gli stadi, ma diversamente da loro si presentavano anche qui vestiti impeccabilmente come imposto dalla tendenza mod. Come ben ricordato da Roger Daltrey riferendosi ai primi anni Sessanta, quando era un giovane operaio piega-lamiere con il sogno di diventare una rockstar, “era quella una pratica che all’epoca si faceva il sabato pomeriggio (andare alla partita, ndr), andavamo tutti era un modo per stare insieme e divertirsi”.

L’esplosione della musica leggera aprì un’altra strada a chi era interessato ad uscire dalla condizione sociale in cui si trovava, prerogativa che fino ad allora era rimasta unica dello sport professionistico, calcio in particolare ma anche rugby league nel nord dell’Inghilterra e in alcuni casi persino il cricket. Risulta comunque interessante notare che l’influenza della musica ska-bluebeat sui giovani mod bianchi, contribuì in qualche modo a favorire una certa integrazione con i ragazzi di colore figli degli emigrati provenienti dalle Indie Occidentali che si trasferirono in gran numero in Inghilterra durante gli anni Cinquanta. In alcuni sobborghi di Londra e soprattutto nelle aree metropolitane delle West Midlands, la frequentazione da parte dei giovani mod bianchi di locali dove si suonava musica di provenienza giamaicana, a loro volta frequentati da ragazzi di etnie diverse, permise a questi ultimi di cominciare a frequentare le gradinate degli stadi, interessarsi al calcio e successivamente di cominciare a far parte delle squadre. La sequenza partita di calcio, negozi di dischi o vestiti e mod “allnighter” divenne per qualche anno un classico.

La scena mod si esaurì rapidamente, lasciando spazio alle successive evoluzioni skinhead/bootboy in un primo tempo e casual poi, con un progressivo abbandono dell’interesse nella musica e un crescente dilagare della violenza intorno alle partite, anche se va ricordato che negli anni Settanta nel nord dell’Inghilterra parecchi giovani tifosi legati ai movimenti modernisti continuarono a mantenere interessi musicali e a riempire i leggendari locali northern-soul quali il Blackpool Mecca o il Wigan Casino.

Era il proletariato che metteva la testa fuori, dopo i disastri della guerra, che cercava riscatto, un mondo nuovo, un’epoca che non fosse più un grigio trascinarsi dal lavoro al pub al letto. Il riscatto più veloce e più scintillante poteva venire scalando le classifiche di vendita discografiche con una band oppure calcando i campi di calcio. Chi non ce la faceva poteva, però, ugualmente far suo un briciolo di quel glamour, di quell’energia, di quella freschezza, poteva essere partecipe per quei novanta minuti di una curva, insieme ad altre migliaia di persone, con gli stessi colori, intonando lo stesso canto oppure per lo stesso tempo sotto un palco, vestito e pettinato come i propri idoli, cantando insieme a loro le canzoni preferite.

In Italia, con altri problemi e un’altra cultura, le cose furono diverse e l’identificazione con i musicisti o i calciatori forse meno viscerale ma ugualmente il processo non si discostò troppo. Calcio e musica sono sempre andate a braccetto, tanto più ai nostri giorni in cui entrambi sono prevalentemente business e dove la spontaneità “dal basso” è ormai aspetto preistorico. Ora le stesse modalità le ritroviamo nelle favelas brasiliane ma soprattutto nelle città o nei villaggi africani da dove, per evitare tragici viaggi all’insegna d incognite oscure, il calcio può essere un eccellente biglietto di sola andata.

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*autori di “Rock’n’Goal - Calcio e musica, passioni pop”, VoloLibero ed.

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Polemica a Verona, gruppi musicali di estrema destra per le celebrazioni dell’Hellas

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Quando si tratta di festeggiare, per l’Hellas Verona la polemica è la regola.

Due anni fa per celebrare la promozione in B l’allenatore degli scaligeri Mandorlini volle “omaggiare” gli avversari della Salernitana cantando “Ti amo terrone”, degli Skiantos.

Oggi, in occasione delle celebrazioni per i 110 anni del club, fa di peggio. Tra i gruppi invitati a cantare per l’evento di lunedì prossimo all’Arena, come riportano oggi i quotidiani cittadini, ci sono anche i Sumbu Brothers e i 1903, gruppi amatissimi dalla curva sud ma anche apertamente schierati ad estrema destra. 

Un consigliere del Pd, Damiano Fermo, ha sollevato la questione con una interrogazione al presidente del Consiglio comunale e al sindaco Flavio Tosi.

“All’interno della manifestazione sono invitati a partecipare ed esibirsi due gruppi musicali i cui testi di talune canzoni sono di discutibile livello culturale, di dubbio rispetto costituzionale e chiaramente in contrasto con l’alto profilo culturale che la location areniana imporrebbe di rispettare”, ha dichiarato Fermo, contestando il fatto che “si sia voluto mettere un riferimento culturale improprio all’interno di una festa che riguarda tutta la città e che non ha niente a che fare con una sottocultura nazifascista”.

La vecchia gloria gialloblu Luciano Marangon, che presiede l’associazione organizzatrice dell’evento, respinge la polemica: “Si tratta di sette interventi musicali, uno per ciascun ospite, con le canzoni dedicate all’Hellas. Non c’è nulla di politico”.

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Caso Bergamini, nuove verità sul “calciatore suicidato”

Denis Bergamini

di Carlo M. Miele

Trapelano a poco a poco le verità sulla morte di Denis Bergamini, il 27enne centrocampista del Cosenza travolto da un camion il 18 novembre del 1989 sulla statale 106 jonica. Piccoli elementi contribuiscono a fare luce su uno dei casi più controversi della recente storia criminale italiana, frettolosamente chiuso dalla magistratura come “suicidio” e poi riaperto solo a distanza di molti anni.

Adesso la procura di Castrovillari tira in ballo Isabella Internò, l’ex fidanzata del centrocampista, a cui è stato notificato un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Proprio la sua testimonianza, insieme a quella del camionista che aveva investito Berganini, era risultata decisiva, nel ‘92, per escludere l’ipotesi di omicidio. In quella prima deposizione Internò racconta che Denis è depresso, stanco delle pressioni dell’ambiente, e ha deciso di fuggire all’estero, verso qualche meta esotica. Quel pomeriggio – stando sempre all’ex fidanzata – il calciatore passa a prenderla con la sua Maserati bianca, e imbocca la statale jonica, con l’intenzione di raggiungere Taranto e imbarcarsi per chissà dove. La ragazza però si rifiuta di seguirlo. Ne nasce un violento litigio. Allora Bergamini si ferma su una piazzola e all’apice della disperazione si lancia sotto alle ruote di un camion in transito.

Peccato che alla tesi del suicidio, con l’eccezione dei magistrati che per primi esaminarono il caso, non abbia mai creduto nessuno. I familiari di Denis da subito hanno spinto per una riapertura delle indagini. E per conoscere la verità si battono da sempre anche i tifosi del Cosenza.

Alla fine degli anni novanta, e nel silenzio generale, Carlo Petrini si prese la briga di condurre un’inchiesta sul caso, poi raccolta nel libro “Il calciatore suicidato”. Ne emergevano più dubbi che verità. Si parlava di anche traffico di droga, di partite vendute. Solo voci, per quanto insistenti. Di certo, veniva  smontata l’ipotesi di un suicidio.

È stato così che due anni fa la Procura di Castrovillari ha deciso di riprendere in mano il caso e di affidare nuove perizie mediche sulle cause della morte ai Ris di Messina e ad un medico legale.

L’esito non ha lasciato dubbi: nel momento in cui fu investito dal camion Bergamini era già morto. La causa fu una “emorragia iperacuta”, procurata da lesioni nella parte bassa dell’addome. Il resto del corpo, invece, non presentava lesioni. Un quadro insomma incompatibile con la ricostruzione fatta da Internò e dal camionista, e poi ratificata dai magistrati calabresi in quella prima sentenza di  oltre venti anni fa.

Oggi sappiamo che Bergamini è stato ucciso. Resta da stabilire come e perché.

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