Una rivincita attesa 37 anni. Quando era il Liverpool a dominare l’Europa


Kennedy

Il 27 maggio del 1981 si gioca la finale della ventiseiesima edizione della Coppa dei Campioni e per la prima volta che a contendersi il titolo di campione d’Europa si ritrovano contrapposte una squadra spagnola e una inglese.
All’epoca, per quanto possa sembrare incredibile oggi, i favori del pronostico erano tutti per i ragazzi in maglia rossa. Dopo i fasti del Grande Real nei ’50, la Spagna nei seguenti vent’anni si è dovuta accontentare di vincere il massimo trofeo continentale solo una volta (il Real nel 1966 contro il Partizan) e di un’altra presenza in finale, la beffarda sconfitta dell’Atletico Madrid nel 1974 quando fu riacciuffato dal Bayern nel recupero prima di essere sonoramente sconfitto per 4-0 nella ripetizione del match (all’epoca non erano previsti i calci di rigore). L’Inghilterra invece è alla quinta finale consecutiva e, soprattutto, le ultime 4 le ha vinte: 2 volte di fila prima il Liverpool e poi il sorprendente Nottingham Forest di Brian Clough. Sono anni in cui il gioco delle squadre riflette in maniera piuttosto marcata quelle che sono le diverse tradizioni delle scuole nazionali, sulla Gazzetta Lodovico Maradei presenta così la sfida: “Una finale che condensa il meglio che la prestigiosa manifestazione possa offrire, di fronte non solo la più forte squadra inglese e la più prestigiosa squadra spagnola, se non europea, ma due mondi, due concezioni calcistiche che da sempre si confrontano e si sfidano, quello latino e quello anglosassone. L’assalto del Real al trono del Liverpool racchiude in sé la suggestione di un calcio fatto di estro e di tecnica alle prese con la possanza e l’irriducibilità della tradizione anglosassone.”

Non si può sicuramente dire che quei giorni di maggio precedenti l’atto finale del massimo trofeo calcistico continentale siano stati monotoni, soprattutto in Italia. A fine aprile le Brigate rosse sequestrano il democristiano Ciro Cirillo, consigliere regionale della Campania, il 13 un cittadino turco che all’anagrafe fa Alì Agca spara a Giovanni Paolo II in una Piazza San Pietro gremita, il 17 gli elettori respingono l’abrogazione della legge sull’aborto, il 21 viene resa pubblica la lista degli appartenenti alla loggia massonica segreta Propaganda 2, meglio nota come P2, mentre nel mondo del calcio divampano le polemiche arbitrali in seguito al burrascoso finale di campionato che visto la Juventus prevalere sulla Roma anche grazie al pareggio nello scontro diretto, viziato a detta dei giallorossi dal gol ingiustamente annullato a Turone. Una questione di centimetri, come dirà il presidente romanista Viola, destinata a far discutere per molti anni a venire.

In Inghilterra, mentre fremono i preparativi per il matrimonio di Carlo erede al trono del Regno Unito, Principe di Galles e Conte di Chester con Diana Frances Spencer, non si è ancora placcato l’eco suscitato dalla morte di un giovane detenuto nordirlandese appartenente all’IRA, Bobby Sands, avvenuta il 5 maggio dopo 66 giorni di sciopero della fame contro le condizioni disumane di detenzione dei prigionieri politici nel famigerato Blocco H. Nonostante le proteste internazionali il governo conservatore di Margaret Tatcher si è mostrato irremovibile e a nulla è valsa neanche l’elezione di Sands al Parlamento di Westminster, del quale farà parte solo formalmente per 25 giorni.

London May Day

Simpatizzanti dell’Ira manifestazione per la liberazione di Bobby Sands  (Photo by Central Press/Getty Images)

La finale si gioca al Parco dei Principi di Parigi, già teatro della finale 6 anni prima, quando a farla da protagonista più che le squadre in campo furono i tifosi del Leeds, che ingaggiarono violenti scontri dentro e fuori lo stadio con la polizia francese. Fiumi di birra e un arbitraggio scandaloso si rivelarono una miscela esplosiva. Anche la finale di Coppa dei Campioni faceva la sua conoscenza della violenza hooligans, e da lì a pochi anni sarebbe stata il teatro del suo tragico apice.

il prologo del film-documentario “Leeds United: The Wilderness Years” inizia proprio con i fatti della finale del 1975.

Il cammino delle due squadre è abbastanza agevole fino alle semifinali, quando l’elenco delle superstiti recita: Liverpool, Real Madrid, Inter e Bayern Monaco. Tutte le squadre dei paesi con maggiore blasone sono ancora in gioco, il sorteggio non ha riservato finali anticipate nei primi turni. Le semifinali, come era facile pronosticare, si rivelano molto equilibrate. Il Liverpool è bloccato sullo 0-0 in casa dal Bayern, al ritorno in Baviera gli assalti dei tedeschi non portano frutti e a 7 minuti dalla fine Ray Kennedy segna il gol che regala la finale agli inglesi, il pareggio di Rumenigge allo scadere serve solo per le statistiche. Nell’altra semifinale l’Inter al Bernabeu si fa paralizzare dal più classico miedo escenico. Sciupa diverse buone occasioni in contropiede e si fa castigare 2 volte da Santillana e Juanito. Al ritorno la vittoria per 1-0 siglata da Bini non basta ai nerazzurri, e la truppa guidata dal sergente di ferro Eugenio Bersellini lascia la competizione non senza rammarico.

la semifinale di ritorno tra Liverpool e Bayern Monaco

Sulla panchina inglese siede Bob Paisley, una vita spesa interamente al servizio dei Reds, del quale è stato giocatore per poi diventare l’artefice dell’ascesa del Liverpool ai vertici del calcio nazionale e continentale insieme a Bill Shankly, dapprima come suo secondo e dal 1974 come allenatore titolare. L’allenatore delle merengues invece da giocatore è stato una meteora del calcio italiano, 13 presenze impreziosite da un gol nella Sampdoria nel campionato 1961-62. Aria gioviale, dotato di grande ironia, da molti è descritto già come una vecchia volpe a dispetto dei soli 50 anni. Ha vinto il campionato la stagione precedente al suo primo anno sulla panchina dei blancos dopo le esperienze nella patria del calcio totale con Den Haag e Feyenoord e in Spagna col la Real Saragozza. Avrà modo di farsi apprezzare anche da noi come allenatore dopo la non brillante parentesi come giocatore, il suo nome è Vujadin Boskov.

La vigilia della finale è contraddistinta dalla più classica pretattica. Paisley non scioglie la riserva sull’utilizzo di Kenny Dalglish, fresco di guarigione da una distorsione alla caviglia, mentre nel Real c’è il ballottaggio tra Pineda e Laurie Cunningham per il ruolo di ala sinistra. Alla sfortunata ala inglese è associato il ricordo della partita dello scrittore e tifoso del Real, anzi del tifoso del Real e scrittore Javier Marias, non tanto per la prestazione della serata non proprio memorabile, ma perché Cunningham fu l’unica persona che Marias si ritrovo ad intervistare in vita sua. “All’epoca avevo una fidanzata americana che stava cercando di raccogliere delle interviste a personalità di Madrid per poi rivendersele in patria. Le suggerì il nome di Laurie Cunningham. Sebbene il pubblico statunitense non fosse interessato al calcio Cunningham era il secondo giocatore nero a indossare la maglia della nazionale e il primo inglese ad essere ingaggiato dal Real Madrid, dettagli che potevano interessare anche un pubblico non appassionato di calcio. Scrissi le domande e lei le tradusse in inglese, ricordo che Cunningham lo intravidi appena, notai particolarmente il fatto che fosse scalzo a un piede, in una palestra dove si allenava per recuperare da un infortunio. Se sabato dovessimo vincere il mio ricordo andrà a lui, che mi era simpatico e che non ebbe fortuna, prima per gli infortuni e poi per quella tragica morte in un incidente stradale qui a Madrid nel 1989, dove era tornato per giocare col Rayo Vallecano.”

Laurie Cunningham

Laurie Cunningham in azione in un match contro il Barcellona

Quando vengono diramate le formazioni non vi è nessuna particolare sorpresa: Dalglish è della partita, mentre Cunningham ha avuto la meglio su Pineda. Le squadre si temono e lo spettacolo ne risente. Il Real mantiene il possesso palla ma non riesce mai a rendersi pericoloso anche perché Boskov, preoccupato dalla velocità degli attaccanti del Liverpool, sta comunque molto attento a non scoprirsi. Si va al riposo senza una vera occasione da gol. A inizio ripresa l’episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti del match: Angel salta un avversario a centrocampo e indovina un passaggio filtrante sul quale la difesa del Liverpool si fa trovare male allineata, il fuorigioco non scatta e Camacho si trova lanciato verso la porta avversaria con Clemence male posizionato nella più classica terra di nessuno, il pallonetto è piuttosto elementare ma Camacho sbaglia clamorosamente la misura e la palla passa sopra la traversa. La partita diventa più veloce, ma non accade niente di significativo fino al gol. Ray Kennedy batte una rimessa laterale all’altezza dell’area di rigore sull’out sinistro, Alan Kennedy controlla il pallone in corsa di petto, il difensore spagnolo Cortes sarebbe in anticipo, ma liscia clamorosamente e permette a Kennedy di involarsi verso la porta e a trafiggere da posizione defilata Augustin in uscita con un preciso sinistro dal basso verso l’alto. “Ero in una situazione nella quale potevo decidere se tirare in porta o cercare un compagno al centro dell’area. Presi il rischio e decisi di calciare sul primo palo, mi pare sia stata un decisione giusta” ha raccontato Kennedy a El Pais. Il Real si butta disperatamente in avanti ma è il Liverpool a divorarsi in contropiede due occasioni per raddoppiare, la prima con Dalglish che dopo aver dribblato il suo marcatore tira alto dal limite dell’area, la seconda con Souness che arriva a rimorchio e da posizione centrale calcia addosso ad Augustin. Arriva il fischio finale dell’ungherese Palotai e il capitano Phil Thompson può alzare al cielo di Parigi la terza coppa della storia del Liverpool, il quinto trofeo consecutivo per una squadra inglese.

Bob Paisley diventa così il primo allenatore a vincere tre volte la Coppa dei Campioni, mentre Boskov ripeterà l’amara esperienza di perdere una finale 11 anni dopo da allenatore della Sampdoria. L’egemonia inglese sul Continente si esaurirà solo a seguito dei fatti dell’Heysel, mentre il Real dovrà attendere altri 17 anni per tornare a disputare, e questa volta vincere, una finale di quella che ormai si chiama Champions League.

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