Helmut Duckadam, l’eroe che non ti aspetti


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Il 7 Maggio 1986 il mondo non ha ancora capito bene quello che succede in Ucraina settentrionale, dove l’aviazione sovietica sta affannosamente cercando di limitare i danni del più grave incidente nucleare della storia.

E proprio da un paese dell’Europa dell’est – forse il più povero dopo l’Albania – arriva la squadra che cerca di sovvertire il pronostico che vuole il Barcellona di Venables, a cui mancano solo le grandi orecchie in bacheca, logico vincitore di una scialba edizione della Coppa dei Campioni.

E’ il primo anno senza le inglesi, squalificate dopo i fatti dell’Heysel. La Juve campione in carica perde Serena per infortunio e affida allo sciagurato Pacione le sorti dell’attacco nel ritorno dei quarti contro i blaugrana. Per i bianconeri è già iniziata la fase calante: Rino Marchesi e il ritiro di Le Roi Michel sono dietro l’angolo. Un po’ di bel calcio lo fa vedere l’Anderlecht di Vincenzino Scifo, che nel mondiale messicano arriverà quarto con il Belgio più forte di sempre.

A sorpresa però è la Steaua (la Stella) di Bucarest ad eliminare i forti belgi e a volare a Siviglia per la finalissima, dove è sostenuta dai pochi rumeni che sono riusciti ad ottenere il visto per la trasferta. Troppo forte la paura di richieste di asilo politico in Spagna per permettere a più di un migliaio di sostenitori di esibirsi in un commovente confronto contro 60.000 culés carichi di sangria e convinti di avere la Coppa già in tasca. Forte di alcuni talenti homemade come Marcos Alonso e Alexanco, ma soprattutto di Bernd Schuster, stella indiscussa, ma dotato di una costanza molto poco teutonica.

La Steaua non è arrivata a Siviglia per caso. Dietro le vittorie c’è un lavoro di anni che ha 3 protagonisti: Ioan Alexandrescu, uomo mercato che recluta i maggiori talenti della Romania; l’allenatore di etnia ungherese Emerich Jenei; Valentin Ceauşescu – stimatissimo dirigente nonché figlio adottivo del dittatore (Lacatus gli offrì addirittura rifugio durante i giorni caldi del Dicembre ’89). La triade dei Carpazi porta la squadra del Ministero della Difesa a vincere lo scudetto 1984-1985 e a dominare il calcio rumeno della seconda metà degli anni Ottanta. Squadra di buon livello tecnico, con l’ottimo Belodedici, Boloni, Piturca e l’idolo Lacatus una spanna sopra gli altri. I successi in campo nazionale trovano riscontro anche in Europa: la Steaua perderà una semifinale di Coppa Campioni due anni dopo contro lo sciagurato Benfica – sconfitto nell’ennesima finale europea dal PSV – e ne prenderà 4 dal Milan di Sacchi nella finale 1988-1989.

Al Ramón Sánchez Pizjuán la partita è scorbutica e decisamente poco spettacolare. La Steaua è maestra nell’addormentare il gioco quando vuole – qualche malpensante di gusti difficili potrebbe parlare addirittura di catenaccio – e il Barcellona non è proprio al top del suo calcio. E così, a colpi di ostruzionismo e passaggi all’indietro al portiere, si arriva ai calci di rigore. La seconda edizione della Coppa dei Campioni che si conclude dal dischetto sembra confermare un torneo sottotono.

Ma addavenì baffone, Helmut Duckadam. Prototipo del portiere anni ’80, di origine tedesca, è in serata di grazia. Anzi, è in una serata monumentale. Dopo aver bloccato i rigori di Alexanco e Pedraza, assiste alla sassata vincente di Lacatus e para a Pichi  Alonso il terzo rigore calciato di fila alla sua destra. La rete di Balint porta lo Steaua sul 2-0, per il Barcellona si presenta sul dischetto Marcos Alonso, convinto che il portierone dovrà per forza buttarsi a sinistra, ma si sbaglia. E così il Barcellona dovrà aspettare ancora 6 anni prima che Rambo Koeman soffi la Coppa alla Samp di Boskov.

Duckadam diventa il protagonista assoluto della vittoria, e per lui si inizia a parlare di proposte da mezza Europa, incluso lo United di Alex Ferguson. Ma la carriera ad alti livelli dell’eroe di Siviglia finisce praticamente con i rigori di Siviglia.

Ed è qui che iniziano a circolare voci fantozziane sul suo improvviso ritiro. La prima è che Nicu Ceausescu, altro figlio del leader, abbia mandato dei sicari a spezzargli le entrambe le mani per la troppa invidia. Il motivo? Pare che re Juan Carlos in persona, super tifoso merengue, dopo 120 minuti di sana gufata abbia goduto così tanto da regalare una Mercedes (o secondo altre versioni, una Ferrari) al povero Helmut. La seconda versione, diffusa dal club, è che il portiere fosse stato colpito da una rara disfunzione sanguigna che lo avrebbe tenuto 3 anni fuori dai campi.

La verità pare sia più banale, ma non meno tragica. Duckadam nell’estate dopo il trionfo sarebbe stato colpito da una trombosi al braccio, in seguito al quale rischia addirittura l’amputazione dell’arto.

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Helmut Duckdam ai giorni nostri in posa con la Coppa

Scampato il pericolo, vola a Tokio per assistere alla sconfitta nell’Intercontinentale contro il River Plate, dopo di che viene scaricato dalla sua squadra. Il futuro immediato è un posto da guardia di frontiera vicino al confine ungherese, ma qualche anno fa il vulcanico proprietario dello Steaua Gigi Becali – con un’astuta mossa nostalgica – lo nomina presidente del club.

Il calcio toglie, il calcio dà.

di Roberto Scanu per Mondocalcio Magazine.

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