Gentrificazione e avidità stanno seppellendo vivi i veri tifosi.


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La protesta dei tifosi del West Ham contro il nuovo corso della società

La scelta delle squadre di calcio di abbracciare il modello basato sul dominio del business comporta la perdita del loro ruolo di punto focale all’interno delle comunità locali, il luogo di ritrovo e condivisione delle persone appartenenti alle classi popolari. In epoca di iper-globalizzazione il cambiamento è inevitabile, ma quando coinvolge i club qual è l’impatto di questi cambiamenti sul pubblico del calcio?

Possiamo parlare di una gentrificazione delle città così come di una gentrificazione delle squadre di calcio. In entrambi i casi il processo è similare: si assiste a un trasferimento dei “nativi” di una particolare area/squadra di calcio per essere sostituiti da abitanti/tifosi appartenenti alle classi medio-alte.

Il cambiamento dei valori è un fatto assodato che ha avuto profondo impatto nel ridisegnare le caratteristiche originarie delle città e dei club. Per quanto riguarda le città gli effetti si notano soprattutto in rapporto al carattere, ai pub, all’atmosfera che si respira e ai sentimenti predominanti. Per i club si può fare un discorso simile: l’incremento dei prezzi dei biglietti, perdita di atmosfera all’interno degli stadi e il senso di solitudine al loro interno.

Il club “tradizionale”

È un luogo più che una cosa. È la personificazione dell’orgoglio che nutre la working class e della sua identità. Il club tradizionale era quel qualcosa attorno al quale la gente si poteva riunire, senza considerazione per ciò che accadeva all’infuori delle sorti della squadra, quel qualcosa attorno al quale gioire, mentre lo stadio era il luogo dove poter urlare, saltare, cantare e ubriacarsi in santa pace. Ma tutto questo sta lentamente scomparendo.

Noi non proviamo nessun sentimento per la ditta che ci fornisce i nostri pc o per il nostro provider di servizi telefonici. Ci possono piacere e al limite possiamo formare una certa fedeltà verso il brand, ma rimangono per l’appunto solo dei brand. E sebbene le squadre di calcio non saranno mai dei semplici brand, tuttavia esse sono anche dei brand, e stanno lentamente evolvendo verso la forma di anonime corporation brutalmente volte alla ricerca del profitto a tutti i costi.

I club tradizionali sono una specie in via d’estinzione, una cosa appartenente al recente passato. Non sono dinosauri, dal momento che è un qualcosa di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza in prima persona, ma siamo anche testimoni del fatto che il declino dei valori su cui si sorreggevano sta creando una frattura tra i club e noi, i suoi storici tifosi.

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Tifosi del FC United of Manchester contro il monday night

In Inghilterra, nelle leghe minori, si sta provando a dar vita a un nuovo modello economico per il calcio. Squadre come il Dulwich Hamlet o l’FC United of Manchester hanno provato a intraprendere un percorso diverso per costruire un modello di sport più idealizzato che recuperi alcuni dei valori perduti. Sfortunatamente sono solo dei pesci piccoli, e nonostante attraggano nuovi tifosi ogni anno rimangono comunque ai margini del gioco.

In Germania vige la regola del 50%+1, vale a dire la maggioranza della proprietà deve essere in mano ai tifosi, in modo che le decisioni non siano prese in contrasto con gli interessi dei tifosi. Il Borussia Dortmund, ad esempio, prevede biglietti economici, la possibilità di acquistare cibo e birre e di vedere la partita in piedi.

La città che cambia

Sebbene l’area più cool di Londra sia in costante trasformazione, la zona est è diventata un posto desiderabile per vivere e lavorare soltanto nell’ultimo decennio. L’essere diventato un luogo cool e la conseguente domanda di nuove abitazioni è stato uno dei motivi che hanno portato il West Ham ad abbandonare Upton Park, in luogo del quale guarda caso è sorto un complesso residenziale il cui appartamento più economico costa 360.000 sterline. Lo stadio che era sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale si è dovuto arrendere davanti all’incedere della seconda ondata del neoliberismo seguita al thatcherismo.

La gentrificazione è allo stesso tempo un simbolo di crescita e modernizzazione quanto una conseguenza della spietata ascesa del neoliberismo dagli anni ’80. Pensare che non avrebbe finito per toccare anche il calcio è stata un’illusione su cui si non cullati i tifosi, che hanno chiuso gli occhi davanti al piano a lungo termine ordito dai politici conservatori per estirpare ogni sembianza di solidarietà all’interno della working class, sia che fosse veicolata dalla musica, dal calcio o da qualunque altra subcultura.

La gentrificazione ha investito ogni aspetto della vita, perché quindi i tifosi hanno pensato che non avrebbe finito per coinvolgere anche il calcio? Dovremmo per caso essere messi in qualche elenco sulle specie protette, custoditi e protetti come si fa per i beni culturali? Ebbene sì, in qualche senso noi dovremmo essere protetti e salvaguardati. Chi non capisce l’importanza di conservare una cultura calcistica e di avere uno stadio come luogo di aggregazione della comunità sicuramente non è mai stato un vero tifoso di calcio. Ma sfortunatamente sono proprio queste persone che ne guidano il cambiamento nell’attuale direzione. La natura predatoria delle classi più abbienti, tesa a massimizzare i profitti sopra ogni cosa, non è sicuramente una novità degli ultimi anni, ma quando arriva a distruggere qualcosa che non si può ridurre ai cori o agli anfibi di pelle non stanno pianificando un futuro migliore, ma stanno modificando il DNA culturale di un’intera città, un’operazione potenzialmente devastante.

I nuovi impianti sono costruiti essenzialmente per far sentire a proprio agio il pubblico delle upper class. In questo senso il nuovo stadio del Tottenham è un esempio lampante. È impossibile spiegare cosa rappresenta per un tifoso il proprio stadio, è qualcosa tra l’arteria polmonare e il cuore stesso. I progettisti contemporanei non riescono a capire questo e lavorano per creare intorno ai club un’immagine di prestigio. L’esclusività in luogo dell’inclusività.

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Il nuovo stadio del Tottenham

Dai progetti del nuovo stadio degli Spurs si può evincere come gli spazi siano pensati per avere dei consumatori che si muovano in un supermercato. Non sarebbe sorprendente se per uscire dall’impianto sarà obbligatorio passare davanti ai negozi del club. Non per niente i critici hanno paragonato la nuova struttura a una biblioteca universitaria o a un aeroporto, non esattamente i luoghi più prossimi a uno stadio di calcio.
Manipolando i propri tifosi per sostituirli con un pubblico più abbiente i club rischiano di fratturare le dinamiche sociali dall’interno. Procedere a sostituire un pezzo che non è rotto è un’operazione del tutto equivalente a dire a questi tifosi che loro non sono più i benvenuti. Introdurre una diversificazione nel trattamento dei tifosi può distruggere le fondamenta della comunità su cui le squadre si reggono, ponendo ai margini i tifosi della prima ora. Ciò impone una domanda: perché qualcuno può volere la distruzione di un qualcosa di così prezioso per la stessa società nella quale vive?

Tutto ebbe inizio con una tragedia

Come spesso accade in questi casi, quando succede una tragedia essa viene sfruttata per motivi politici. Questi eventi sono cavalcati da chi è più abile a comprendere quali saranno le immediate conseguenze. È il caso del disastro di Hillsborough e delle sue 96 vittime, che ci ha accompagnato dentro la nuova era del calcio-business, camuffato da piano mirato a garantire la sicurezza dei tifosi. Il rapporto Taylor che seguì al disastro di Hillsborough auspicava l’obbligo per i tifosi delle prime due serie del calcio inglese di assistere alle partite seduti. Due anni dopo sarebbero arrivati Rupert Mardoch e Sky ad acquistare i diritti per trasmettere la neonata Premier League.

I tifosi da un giorno all’altro furono trasformati in consumatori della nuova lega tutta orientata verso il business, caratteristica che solitamente era associata alle franchigie e alle leghe degli sport statunitensi. In pochi anni tutto sarebbe cambiato all’insegna del comfort e della formalità. Ciò che era presentato come un cambiamento necessario somigliava molto di più a un elaborato trucco per trasformare il gioco del calcio in una merce da impacchettare e vendere. Quando la verità sul disastro di Hillsborough venne a galla, e fu chiaro che la colpa dell’accaduto non era dei tifosi ma della negligenza della polizia, la tragedia iniziò a sembrare parte di un elaborato piano per cavare altri soldi da chi meno poteva permetterselo e sanzionare così una parte della società che era vista dal governo conservatore come una fonte perpetua di disturbo. È chiaro che il calcio inglese dovesse fare dei passi verso la modernizzazione, ma bisogna anche interrogarsi sui motivi che portarono a compiere determinate scelte in maniera così affrettata.

Rex Nash in “The Sociology of English Football in the 1990s: Fandom, Business and Future Research” ha evidenziato che: “Oltre l’ovvia conseguenza sulla composizione del pubblico degli stadi, vi è il rischio di distruggere le reti sociali che formano il popolo del calcio, queste reti si sono formate con la partecipazione attiva ai match, la loro scomparsa muta per sempre il rapporto dei tifosi con il calcio”. Così come altri comportamenti che sono modificati attraverso la leva economica, nel calcio assistiamo a fette di popolazione tagliate fuori dai prezzi troppo alti, alla trasformazione dell’esperienza partita, a uno sport confezionato su misura in modo da massimizzare il guadagno per persona. Sempre Nash afferma che “I club hanno costantemente alzato i prezzi dei biglietti in modo da escludere certe classi di fan, gli anni novanta sono stati caratterizzati dalle deliberate mosse dei top club atte a sfruttare il fatto di essere dei brand globali”.

Tutto ciò non è mai stato tanto chiaro come ora. Solo 10 anni fa sarebbe sembrato impossibile vedere calciatori valutati mezzo miliardo o dover pagare anche 100 sterline per assistere a un incontro, ma i tifosi sono talmente immersi nell’ambiente del calcio che molti alla fine chiudono un occhio. Coloro che hanno detto basta hanno smesso di seguire il loro club, o al limite di frequentare con regolarità gli stadi, mentre altri hanno deciso di seguire i club di categorie inferiori. E perché no? Quando si va a vedere uno dei top club europei si finisce per spendere una fortuna per stare circondati da coloro che Roy Keane chiamava spregiativamente “brigata del sandwich al gamberetto”, che possono permettersi tutto ciò e con i quali mai avresti scelto di andare assieme a vedere una partita.

Le ricadute

Eduardo Galeano in “Splendori e miserie del gioco del calcio” ci restituisce la migliore definizione di quale sia il significato culturale di questo sport: “Un vuoto stupefacente: la storia ufficiale ignora il calcio. I testi di storia contemporanea neanche lo menzionano di sfuggita, perfino in Paesi nei quali il calcio è stato e continua ad essere il simbolo primordiale dell’identità nazionale. Gioco ergo sono: lo stile di gioco è il modo di essere che rivela l’unicità di ogni comunità e il suo diritto ad essere differente”. Sfortunatamente col suo trasmigrare dalle radici culturali in cui è sorto alla indistinta pantomima odierna anche i valori culturali originari si stanno estinguendo. Il calcio degli anni ’70, ’80 e ’90 che noi guardiamo con occhi romantici aveva molti difetti, ma anziché cercare di appianarli li abbiamo trasformati ed enfatizzati. Ciò che il calcio poteva esser stato sembra un ricordo lontano come non mai. E se lo sport inizia a perdere la propria identità lo stesso accade ai suoi fan.

Il calcio è un vero e proprio specchio della società. Come ha evidenziato il sociologo David Goldblatt il suo impatto sulla mentalità della società è dato dal capitale sociale che si accumula nel tempo e si trasmette tra le generazioni con tutto il carico emotivo del racconto che si sviluppa intorno al club e alla sua storia.
Permettere che i club e gli stadi siano allontanati da noi, che il campionato del mondo sia tenuto in paesi con nessuna tradizione calcistica, che il costo di essere un fan oggi raggiunga livelli folli, significa impoverire il carico emotivo della narrazione fino al punto in cui sarà difficile trovare una somiglianza con lo sport che abbiamo conosciuto.

Guardare avanti

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Sebbene i fan si sentano all’angolo come mai prima d’ora non tutte le speranze sono perdute. Il movimento contro il calcio moderno sta gettando le basi affinché il malumore dei tifosi sia ascoltato, ora è necessario adoperarsi in modo che il malcontento arrivi alle orecchie delle società.
Come per i sindacati del passato che combattevano le loro battaglie contro l’erosione culturale è necessario che si raggiunga un certo livello di organizzazione. Tanto per cominciare deve essere chiaro cosa i tifosi vogliono e cosa non vogliono. I supporter del Borussia Dortmund hanno organizzato una marcia di 25.000 persone contro i posticipi del lunedì. Perché non replicarlo?

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La marcia dei tifosi del Borussia Dortmund contro la commercializzazione del calcio.

Le persone in posizione di potere capiscono solo il linguaggio dei soldi. E battere su questo tema può essere il modo migliore per difenderci dai loro sogni di omologazione. La regola tedesca del 50+1 della proprietà in mano ai tifosi li protegge da molti dei problemi con i quali si devono confrontare i tifosi nel calcio moderno, consegna loro una leva di potere molto importante per evitare certe storture, prima fra tutte quella che comporta la lenta trasformazione dei tifosi in clienti, che sembra ormai prevalere in tutte le altre principali leghe del globo.

Detto in parole povere i tifosi non stanno facendo una vera esperienza di ciò è realmente il calcio. La reazione dei fan del Tottenham davanti al progetto del nuovo stadio così come l’invasione di campo dei supporter del West Ham hanno chiaramente mostrato che i tifosi non sono più disposti ad accettare di essere messi in secondo piano dagli investitori. Vogliono prendere l’iniziativa, ma accorre fare bene e in fretta, perché la situazione è critica e il fango arriva già alla cintola.

Questa è la nostra traduzione dell’articolo di Edd Norval apparso su These football times.

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