Il giorno in cui Gabriel Garcia Marquez amò il calcio


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Questo è il testo di “Il giuramento”, il racconto che scrisse Gabriel Garcia Marquez nel giugno del 1950 per testimoniare la sua passione per il calcio e per lo Junior di Barranquilla.

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E allora riuscii ad arrivare allo stadio. Siccome si trattava di una partita più attesa di tutte le precedenti, dovevo arrivare presto. Confesso che mai sono arrivato con tanto anticipo in nessun posto e mai ne sono uscito così sfinito.

Alfonso e German non hanno mai tentato di convertirmi al rito domenicale del calcio, nonostante sospettassero di certo che un giorno mi sarei convertito in questo energumeno che ieri stava sulle gradinate dello stadio municipale, ripulito da qualunque parvenza che possa essere considerata come l’ultimo barlume di civiltà.

Il momento in cui mi sono reso conto che stavo diventando un tifoso accanito è stato quando mi sono accorto che c’era qualcosa di cui per tutta la mia vita mi ero vantato e che ieri mi risultava fastidiosamente inaccettabile: il senso del ridicolo. Adesso mi spiego perché questi signori, normalmente cosi rigidi, si sciolgono quando si mettono, come d’ordinanza, i loro capellini multicolori.

Attraverso questo semplice gesto si trasformano automaticamente in altre persone, come se il capellino fosse la divisa di una nuova personalità. Non so se la mia patente di tifoso è ancora troppo fresca per permettermi certe osservazioni sulla partita di ieri, però visto che abbiamo deciso che una della condizioni essenziali del tifoso è la perdita di qualunque senso del ridicolo, dirò quello che ho visto (o che credo di aver visto), cominciando a cimentarmi da subito nelle vesti sportive.

Come prima osservazione, mi sembra che lo Junior abbia dominato sul Millonarios sin dal primo minuto. Se la linea bianca che divide il campo a metà ha un qualche significato, la mia prima affermazione è sicura, dato che ho visto poche volte la palla nella metà campo difesa dallo Junior. (Come va il mio debutto come commentatore?)

D’altra parte, se i giocatori dello Junior fossero stati scrittori, mi sembra che il maestro Heleno sarebbe stato uno straordinario autore di polizieschi. Il suo senso del calcolo, i suoi movimento rilassati da investigatore e le le sue uscite improvvise e sorprendenti gli danno sufficienti meriti per essere l’inventore di un nuovo detective da racconto poliziesco.

Haroldo, dal canto suo, sarebbe stato una specie di Marcelino Menendez Pelayo, con quella facilità che ha il brasiliano di essere allo stesso tempo attivo in ogni parte, como se stesse al servizio di 11 persone simultaneamente, come se il punto non fosse andare a rete ma scrivere tutti gli appunti che scriveva don Marcelino.

Berascochea sarebbe stato, senza dubbio, un autore prolifico. Però, anche scrivendo 700 libri, ognuno di loro avrebbe trattato della testa degli spilli. E che grande critico d’arte sarebbe stato Don Santos, che ieri ha giocato per quattro, sbarrando la strada a tutti quegli scribacchini che volevano arrivare con grande sforzo alla porta dell’immortalità.

De Latour aveva scritto versi. Inspirati e lunghi versi, cosa che non può dirsi di Ary. Difatti di Ary non si può dire niente, visto che i suoi compagni dello Junior non gli hanno dato l’opportunità di dimostrare minimamente il proprio talento letterario.

E questo per non parlare dei Milionarios, dei quali il gran Di Stefano, si sa, è maestro di retorica.

Con questo ingresso ufficiale che oggi faccio nel santuario dei fratelli tifosi, non ho niente da perdere. Tutto quello che voglio adesso è convertire qualcuno. Penso che sarà il mio amico, il dottor Adalberto Reyes, l’eletto che inviterò sulle gradinate dello stadio per la prima di ritorno. Affinché non sia più, sportivamente parlando, la pecora nera.

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