Largo all’avanguardia!


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di Massimo Sorci

C’è stato un periodo, all’inizio degli anni Settanta, in cui a Terni si praticava un calcio decisamente d’avanguardia, un calcio che non vedevi in nessun altro stadio d’Italia, dove imperversava – invece – il credo breriano del gioco di rimessa. In conca Corrado Viciani aveva imposto un modello rivoluzionario: una fitta ragnatela di passaggi corti tra giocatori che correvano uno vicino all’altro e che si scambiavano di posizione in un fantastico tiqui-taca precatalano. Un modulo parecchio innovativo – almeno da noi – e pure proficuo, visto che fu in grado di regalare ai rossoverdi la prima serie A della storia.

Sempre negli anni Settanta – ma alla fine – un tale che si chiamava Roberto Freak Antoni, e di mestiere faceva il frontman degli Skiantos, si mise a prendere per i fondelli addirittura Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè che rappresentavano il mainstream dell’allora musica impegnata (breriana?) urlando dal palco strofe surreali tipo ″compran tutti i cantautori / come fanno i rematori / quando voglion fare i cori″.

La canzone è – appunto – Largo all’avanguardia. Un vero e proprio manifesto. Una rivoluzione tattica quella di Corrado Viciani, punk in salsa emiliana quella di Freak Antoni. Mutuata – la prima – dall’Olanda di Michels e dal River Plate degli anni Quaranta, La Màquina che giocava un calcio in cui, come diceva la punta Carlos Peucelle, ″alcuni entrano, altri escono, tutti attaccano, tutti difendono″. Una rivoluzione creativa – la seconda – ma anche un po’ politica, soprattutto quando gli Skiantos sbertucciavano le pose e la seriosità antagonista dei fratelli più grandi che stavano piano piano trovando il loro comodo posto al sole (″Un risotto vi seppellirà″, invece della sessantottarda ″risata″).

Persone sicuramente diverse nello stile comportamentale, Freak Antoni e Corrado Viciani, anche soltanto per l’età. Tanto che a qualcuno il raffronto potrà senz’altro apparire vertiginoso e inappropriato. Perchè se l’uno faceva della fantasia un po’ anarcoide il proprio marchio di fabbrica, per l’altro l’estro era poco più di un orpello da sacrificare sull’altare dell’organizzazione e della disciplina. L’unica improvvisazione possibile doveva essere – per dare frutti – collettiva e non individuale. L’effetto che ne sortì però, sia per il primo che per il secondo, fu una gran bella ventata di aria fresca nei rispettivi ambiti professionali. Viciani, per il bene del calcio italiano, si augurava che l’Inter catenacciara perdesse contro i lancieri dell’Ajax nella finale di Coppa dei Campioni, cosa che si verificò puntualmente. Freak Antoni intanto pestava ″duro alla rinfusa″, suonando ″senza l’impianto″ e contro quelli che… ″sono un ribelle, mamma″.

Ecco, magari la coincidenza l’ho notata soltanto io, ma questi due signori per niente conformisti, e che nella vita hanno raccolto meno di quanto abbiano meritato, sono venuti a mancare entrambi mercoledì 12 febbraio 2014. Tra il dolore di chi gli ha voluto bene e ne ha riconosciuto il genio, ma anche nell’indifferenza del grande pubblico. E non c’è da meravigliarsene, forse. Anche perchè l’avanguardia è alternativa, non fa sconti comitiva e il pubblico… beh, si sa com’è il pubblico.

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