La breve favola della roja, il Cile ai Mondiali del 1998


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Gabriele Gramigna per Mondocalcio Magazine

Sogni e favole. E di questo che si tratta. I Mondiali rappresentano un sogno e vanno a toccare così in profondità la nostra anima da trasformarsi in favole. Quelle favole che, come spesso accade nelle nostre vite, iniziano facendoci sperare e sospirare ma che poi terminano in un nulla di fatto.

E’ il caso della nazione cilena nei mondiali francesi del 1998.
Il Cile è una lunga striscia di terra situata nella parte ovest dell’America del sud, conosciuta nel mondo soprattutto per le vicende politiche di Allende e Pinochet. In ambito pallonaro è la patria che diede i natali ad uno dei ribelli del calcio, ovvero Carlos Caszely.

Il cammino “mondiale” cileno non ha mai regalato grandi soddisfazioni al suo popolo; sono solo otto, infatti le presenze in questo torneo, tra cui degna di nota quella del 1962, giocata in casa e culminata con la conquista del terzo posto.

Nel 1998 dunque, il Cile arriva in Francia considerata come una delle squadre più facili da battere, anche grazie alla qualificazione ottenuta per differenza reti ai danni del Perù. La formazione sudamericana è una squadra tecnica, agile ma che almeno fino
a centrocampo non può vantare nomi altisonanti né grandi doti atletiche.

Diverso, il discorso per l’attacco, ed è proprio da questo reparto che nascono i sogni e le speranze cilene. Ivan Zamorano e Marcelo Salas sono le due stelle che guidano la Roja in quella  calda estate francese.

Nel 1998, Ivan “Bam Bam” Zamorano è l’attaccante dell’Inter, che ha appena vinto la Coppa Uefa, sfiorando anche il primo posto nel campionato italiano. Famoso per la sua straordinaria elevazione ed il suo micidiale colpo di testa, Ivan poteva vantare nel suo curriculum anche quattro stagioni nel Real Madrid che gli avevano fruttato a livello individuale un titolo di capocannoniere della Liga e di miglior calciatore straniero del campionato.

Marcelo Salas, invece, soprannominato “El Matador” parecchio tempo prima di Cavani, giocava come attaccante nella Lazio di Cragnotti, che l’aveva acquistato dal River Plate, club con il quale Marcelo aveva vinto 4 titoli nazionali argentini.

In quel preciso momento storico, nessuno poteva immaginare che questi due ragazzi con la faccia da indios e i capelli lunghi, sarebbero diventati i due giocatori con il maggior numero di reti in nazionale fino ad oggi, esattamente 37 per Salas e 34 per Zamorano.

Il girone che deve affrontare il Cile, nel mondiale transalpino, non è dei più facili dato che i”Rossi” si troveranno di fronte l’Austria, il Camerun ma soprattutto l’Italia di Roberto Baggio e Alex Del Piero.
La prima partita è proprio contro gli Azzurri, i favoriti del girone, che infatti dopo 10 minuti si portano in vantaggio grazie ad una rete di Bobo Vieri. Ma il Cile non demorde, alza il ritmo del match e dopo alcuni tentativi mal riusciti, Marcelo Salas, va a prendersi un pallone che vagava in area dopo un calcio d’angolo e di testa realizza l’1 a 1.

Al 5′ della ripresa, a sorpresa, il Cile si porta in vantaggio, ancora con Salas e dall’altra parte del mondo, al riparo delle Ande, il popolo cileno inizia a fare festa.

Ci pensa però un calcio di rigore concesso per un fallo di mani di Reyes e trasformato da Roberto Baggio a riportare la parità tra le due squadre a pochi minuti dal termine. Un inizio promettente per una nazionale che avrebbe dovuto fare da sparring partner alla blasonata Italia.

Sei giorni dopo è di nuovo ora di scendere in campo ed è anche di nuovo ora di un altro pareggio; questa volta però il risultato è accolto con meno entusiasmo rispetto al precedente, perché il Cile una volta portatosi in vantaggio, ancora grazie a Salas, domina l’intera partita contro gli austriaci, che trovano il pari soltanto a recupero inoltrato. E’ infatti il minuto ’93 quando Vastic rimette le cose in parità, con un gran tiro che viaggia dritto verso l’incrocio dei pali.

Il 23 giugno 1998 è la data fissata per l’ultima gara del girone ed il Cile affronta il Camerun. Ancora un pareggio, questa volta la rete del vantaggio è di Sierra, resa inutile però dalla replica di Mboma nella ripresa.

Tre partite tre pareggi. Ma il Cile ha convinto, ha fatto vedere un buon calcio e la matematica è dalla sua parte; si qualifica infatti per gli ottavi di finale, un risultato in cui erano in pochi a credere.
Ora però arriva il difficile, dato che la nazionale cilena dovrà affrontare una delle compagini più forti del mondo, una delle squadre più accreditate alla vittoria finale, il Brasile campione del mondo in carica. Il Brasile di Luiz Nazario da Lima, meglio conosciuto come Ronaldo.

Fino a quel momento il cammino cileno era stato quanto di più vicino ci possa essere ad una favola: quella squadra così poco considerata aveva fermato l’Italia, aveva rischiato di pagare un gol preso in pieno recupero, ma alla fine aveva ottenuto la qualificazione, trovandosi tra le sedici nazionali più forti del globo. Ora rimaneva da vedere cos’aveva in serbo per loro il grande dio del calcio, quello che tutto osserva e tutto decide.

Al Parco dei Principi, sfondo scelto per questa gara, il Cile arriva carico e lo si vede già durante gli inni nazionali: la telecamera fa una carrellata veloce sui visi dei giocatori ma non può fare a meno di non fermarsi quando incrocia il volto di Zamorano, contratto, teso che ad occhi chiusi sta cantando a squarciagola il suo inno. Nelle case di tutto il mondo, nei televisori collegati per quell’incontro, oltre il
tifo dagli spalti si sente solo la voce del numero 9 cileno che sta urlando il verso “O el asilo contra el opresiòn”. Il rifugio contro l’oppressione.

Ma finiti gli inni e sentito il fischio d’inizio, la partita vede solo una squadra in campo e non è il Cile. Le doppiette di Cesar Sampaio e del fenomeno Ronaldo schiantano una squadra mai in partita. La rete finale di Salas non è nient’altro che un omaggio alla bravura di questo
attaccante silenzioso e letale.

Oggi che il Cile può contare su un gruppo di giocatori decisamente più tecnico rispetto al passato, tra cui spiccano Arturo Vidal e Alexis Sanchez, nessuno può però negare che la nazionale del 1998, con quell’aria così donchisciottesca, con quei due ragazzacci là davanti intenti a guidare i propri compagni con grinta e sudore, fosse quanto di più vicino si possa immaginare ad una favola da raccontare un giorno ai propri nipoti.

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