Come il dottor Socrates anticipò Lula


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di Emiliano Guanella*

Brasile, 1982, diciottesimo anno di dittatura militare, stadio Morumbì di San Paolo. Gli undici titolari del Corinthians entrano sul campo con un lungo striscione bianco: “Vincere o perdere, ma sempre con la democrazia”. In prima fila c’è il “dottor” Socrates, che due anni più tardi avrebbe spiccato il grande salto per andare a giocare in Italia, alla Fiorentina. Dietro di lui i compagni di squadra Wladimir, Casagrande, Biro-Biro, Ataliba.

Nasceva così un movimento destinato a rivoluzionare i contorni del calcio brasiliano incidendo profondamente su una società che cercava faticosamente di scrollarsi di dosso il regime militare. Una vicenda narrata in un libro che lo stesso Socrates ha scritto a quattro mani con un giovane giornalista brasiliano, Riccardo Gozzi, e che sta per uscire in Brasile. Nella serata di presentazione del volume in un grande centro culturale di San Paolo, c’era la fila per ascoltare le parole del “dottore”.

«Vent’anni fa – ha confessato Socrates a l’Unità – il Brasile era una dittatura ma nel calcio ci fu lo spazio per far nascere un movimento fortemente democratico. Oggi, grazie a Dio, il Brasile è una democrazia piena ma i dirigenti di calcio si comportano come dei veri e propri dittatori e i calciatori, ormai, pensano solo a mettersi in mostra agli occhi dei procuratori delle squadre europee».

In duecento pagine fitte di aneddoti e foto dell’epoca gli autori ripercorrono le vicende della “Democrazia Corinthiana”, un’utopia in campo, come recita il sottotitolo del libro. Per la prima volta nella storia del futebol i calciatori di uno dei club più importanti e blasonati del Brasile osarono alzare la voce contro la gestione di un presidente padre- padrone, Vicente Mateus, un tipo che restava a galla da nove anni grazie a piccoli giochi di corruzione, comprandosi i voti nelle elezioni per il rinnovo delle cariche societarie e camuffando i bilanci societari per portarsi a casa cospicui extra sottobanco. Mateus e Socrates, che ai tempi era il giocatore più forte di tutta la squadra, non si amavano affatto. Per punire la “sfrontatezza” del giocatore, che aveva osato chiedere un aumento di stipendio in vista del rinnovo del contratto, il dirigente lo privò per un’intera stagione dei premi partita, che costituivano più della metà del guadagno di un calciatore del Corinthians.

Nel 1982, però, il piccolo despota fece un errore che gli sarebbe costato caro. Pur di rimanere al potere lasciò la presidenza al suo delfino, Wladimir Perez, che pensava di poter utilizzare come semplice prestanome. Ma Perez era un uomo intelligente che sapeva fiutare i tempi e si dimostrò molto attento alle relazioni con la squadra e il corpo tecnico. I calciatori decisero di fondare una sorte di sindacato interno, la “Democrazia Corinthiana”.

«Mettevamo tutto ai voti – ricorda Socrates – dall’acquisto di un nuovo giocatore, al numero delle partite amichevoli, alla durata dei ritiri prima dei match più importanti. L’aspetto tecnico spettava all’allenatore, tutto il resto all’assemblea dei giocatori assieme alla presidenza».

Il movimento fu fortemente osteggiato dalla stampa conservatrice ma i titoli conquistati sul campo, due campionati paulisti consecutivi, ottime campagne nel brasilerao (la serie A nazionale), brillanti esibizioni all’estero, convinsero anche i più scettici. Ma non solo. La popolarità dei giocatori della “Democrazia Corinthiana” superò l’ambito prettamente calcistico e entrò a far parte della grossa mobilitazione per il ritorno delle democrazia. Socrates e compagni parteciparono attivamente alla campagna per l’elezione diretta del presidente della Repubblica, la famosa “Direita-Ja”. Erano, come ricorda nel prologo del libro il decano dei giornalisti sportivi brasiliani, Yuka Kfouri, la faccia pulita di una nuova società, che affondava le radici in uno dei fenomeni sociali più importanti per la vita dei brasiliani, il calcio.

«Ci credevamo davvero, nel nostro progetto e nella possibilità di cambiare le regole del gioco, nel calcio e nella società. Furono anni intensissimi. I titoli conquistati furono il vero combustibile per il movimento».

Oggi, però le cose sono assai diverse. Di calciatori “impegnati”, in Brasile come nel resto del mondo, ce ne sono sempre meno e quei pochi che osano reclamare vengono bollati con la scomoda etichetta di “ribelli”. Un esempio per tutti, i calciatori del Fluminense di Rio de Janeiro, arrivati quest’anno alle semifinale dei play off con stipendi arretrati di due, tre mesi.

Altri tempi davvero, ammette lo stesso Socrates, quelli di “Democrazia Corinthiana”. Il “dottore”, che oggi fa il commentatore sportivo in televisione non ha smesso di guardare al sociale. Prima delle elezioni l’ex fuoriclasse si è incontrato con il presidente del Brasile Luiz Inacio “Lula” al quale ha promesso la sua collaborazione per il programma del nuovo governo “Fame Zero”, un ambizioso piano sociale che punta a sfamare 53milioni di persone che vivono sotto i livelli della povertà. L’ultima battuta, inevitabile, è tutta per la “sua” Fiorentina.

«Ho sofferto moltissimo per le vicende della società. Ogni domenica cerco tra i siti in internet per vedere come è andata la nuova squadra che gioca in C2 e faccio il tifo perché torni presto in serie A. Firenze se lo merita».

Parola del dottor Socrates.

* pubblicato su l’Unità del 20 dicembre 2002

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