Stadi israeliani. Una storia di razzismo, intolleranza e doppia morale


foto Reuters

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di James M. Dorsey*

Se consideriamo i campi di calcio israeliani un indicatore, il comportamento israeliano verso i palestinesi non lascia ben sperare in merito ai tentativi di pace del segretario di Stato statunitense John Kerry.

La storia che riecheggia dai campi è una storia di razzismo, superiorità razziale, intolleranza, doppia morale e di un piccolo sincero sforzo di affrontare una questione chiave che mina l’autorappresentazione di Israele come Stato democratico fondato sulle ceneri della discriminazione, del pregiudizio e del genocidio.

Miri Regev, una deputata del partito di governo del primo ministro Benyamin Netanyahu ed ex generale di brigata, ha recentemente illustrato il problema sulla sua pagina Facebook. Regev ha chiesto l’espulsione dal campionato locale del Bnei Sakhnin, squadra della città palestinese di Sakhin e tra le più importanti squadre israeliane, perché in una recente partita i suoi tifosi avevano sventolato una bandiera palestinese.

“La situazione in cui una squadra [di calcio] riceve supporto dallo Stato di Israele nel quadro della sua politica di sostegno allo sport, mentre i suoi tifosi sventolano le bandiere della Palestina, è inaccettabile”, dice Regev, promettendo di introdurre una legislazione contro la squadra nella Knesset, il parlamento israeliano.

Il giornalista israeliano Shlomi Eldar ha citato uno spettatore secondo il quale alcuni tifosi avrebbero sventolato due piccolo bandiere in una delle terrazze del Doha Stadium della città.

Più grave il fatto che Regev abbia omesso di dire che i supporter dell’arci-rivale del Bnei Sakhnin, la nazionalista Beitar Jerusalem, nota per i suoi sostenitori militanti e razzisti, avevano bruciato un Corano, il libro sacro dei musulmani, durante la partita.

Il Beitar suscitò indignazione lo scorso anno quando i suoi fan, in uno stadio, srotolarono uno striscione giallo con le parole, ‘Beitar, Puro Per Sempre’. Il linguaggio e l’immaginario rievocanti la propaganda nazista erano una protesta contro l’ingaggio da parte del club di due giocatori musulmani del Chechnya. In un Pese in cui gli israelo-palestinesi sono tra i migliori giocatori, il Beitar è l’unica squadra a non aver mai ingaggiato un palestinese.

Il Bnei Sakhnin, la prima squadra di una città israelo-palestinese a vincere il campionato nazionale, ha avuto giocatori israelo-palestinesi ed ebrei israeliani fianco a fianco fin dal giorno della sua fondazione.

Il calcio rappresenta per i palestinesi quello che lo studioso di questo sport Tamer Sorek definisce una enclave integrativa, uno spazio in cui gli israeliani non ebrei sono pienamente accettati nella società israeliana e possono crescere professionalmente senza inibizione.

Sorek racconta la storia del club israelo-palestinese, il Maccabi Kafr-Kana, che nella metà degli anni novanta visitò la Giordania per giocare contro l’Al Wehdat, un simbolo del nazionalismo palestinese che prende il nome dal campo profughi palestinese nella capitale giordana dove fu fondato. La partita acquisì un’importanza simbolica perché si affrontavano due team che rappresentavano delle identità condivise a lungo divise da confini molto più che fisici. Tra gli abitanti di Al Wehdat c’erano famiglie fuggite da Kafr-Kana quando fu fondato lo Stato israeliano.

Alcuni minuti prima che la partita iniziasse, i dirigenti dell’Al-Wehdat chiamarono in disparte il manager del Kafr-Kana e lo sponsor, Faysal Khatib, per chiedere di non far scendere in campo i suoi tre giocatori israeliani o di assicurarsi che non avrebbero parlato ebraico. Khatib rifiutò dicendo che la sua squadra era fatta di giocatori, non di palestinesi ed ebrei, e che tutti i suoi giocatori parlavano ebraico, non arabo. A Kathib ci vollero parecchi giorni per averla vinta. Quando la partita finalmente si giocò, il Kafr-Kana vinse 3 a 2. I suoi tre punti furono segnati dai suoi giocatori non arabofoni.

È una maniera di difendere un principio che ancora non è condiviso dalla Federcalcio israeliana (Ifa), l’unico organo di governo del calcio mediorientale ad avere un’unità e una politica antirazzismo, o dalla dirigenza del Beitar, i cui sforzi per contenere il razzismo dei suoi tifosi sono stati limitati. L’Ifa ha ripetutamente sanzionato il Beitar per il razzismo dei suoi tifosi, ma queste misure hanno avuto poco effetto.

Ad essere onesti, Israele non è l’unico posto in cui le politiche identitarie israeliane e palestinesi si riversano sul campo di gioco. Il club olandese Vitesse ha sollevato critiche quando, nel corso di questo mese, ha confermato una visita negli Emirati Arabi Uniti nonostante una decisione dell’ultimo minuto degli Eau di vietare l’ingresso al difensore israeliano della squadra Dan Mori.

In maniera analoga, la comunità ebraica è stata offesa quando in Cile un club fondato nel 1920 da immigrati palestinesi, il Palestino, ha incluso tutto Israele nella mappa della Palestina disegnata sulle sue maglie.

Il club tedesco FSV Frankfurt alla fine dello scorso anno annullò un accordo di sponsorizzazione con la compagnia di bandiera statale dell’Arabia Saudita dopo aver scoperto che il vettore non ammetteva passeggeri israeliani.

Nessuno di questi incidenti altera l’immagine di Israele dipinta sui campi, in un paese in cui i palestinesi con cittadinanza israeliana costituiscono secondo le stime il 20 per cento della popolazione. Tali episodi – così come la recente decisione del governo israeliano di autorizzare la costruzione di nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata – ispirano poca fiducia sul fatto che Israele desideri condividere l’impegno del Segretario di Stato Kerry per la pace in Medio Oriente.

In effetti, vista dal campo di gioco, la realtà israeliana potrebbe essere stata più accuratamente raffigurata dal ministro della Difesa Moshe Yaalon che si dice abbia recentemente affermato che Kerry, “che sta mettendo in atto un’incomprensibile ossessione e un coinvolgimento messianico – non può insegnarmi assolutamente nulla sul conflitto con i palestinesi. L’unica cosa che ci può salvare è se Kerry vince il premio per la pace e ci lascia tranquilli”. Yaalon è stato costretto a scusarsi per i suoi commenti.

* l’articolo originale in inglese. Traduzione di Caterina Miele

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