Con Seedorf per la prima volta l’Italia ha un allenatore nero. E lo accoglie a modo suo


Caso mai non ve ne foste accorti, con Clarence Seedorf per la prima volta sulla panchina di un grande club italiano c’è un allenatore nero.

Il  fatto è storico, di per sé. Basti pensare che, per tagliare lo stesso traguardo, l’Inghilterra – che in termini di lotta al razzismo, in tutti i campi della società, è avanti a noi anni luce – ha dovuto aspettare il 2008 e la nomina di Paul Ince sulla panchina dei Blackburn Rovers. Peraltro senza riuscire a rompere realmente il tabu una volta per tutte.

In Italia invece non ci sono precedenti. Le sole eccezioni sono quelle di Faustino Cané, che aveva allenato squadre minori campane, dalla Frattese alla Juve Stabia, e di Juary, trainer di Aversa Normanna e Sestri Levante. Ma nessuno di loro era riuscito neppure a sfiorare i vertici del calcio nazionale.

Cosa ci si può aspettare allora di fronte a un tale evento epocale?

Ai più la cosa sembra essere passata inosservata. Forse perché Seedorf, pupillo da sempre della famiglia Berlusconi, non è uno qualsiasi. Il suo approdo sulla panchina del Milan era atteso da tempo, giusto coronamento di una carriera da predestinato.

In altre parole quella dell’olandese è una sorta di eccezione, e non annuncia certo l’avvento di un mondo del calcio in cui il razzismo lascia spazio all’integrazione.

Su quest’ultimo punto, i dubbi sono pochi. Basta dare uno sguardo ai social network, dove è tutto un fiorire di allusioni ai “veri” motivi che avrebbero spinto il presidente del Milan Barbara Berlusconi (dimenticavo l’aggravante, è una donna!) a esonerare Allegri e chiamare al suo posto Seedorf. 

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Qualcun’altro lascia stare in pace Barbara e se la prede solo con Seedorf.

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Insomma, niente di nuovo sotto il sole: è l’Italia, bellezza!

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