Curve pericolose. Se la discriminazione diventa oggettiva


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di Pasquale Coccia*

Negli ultimi mesi del 2013 nume­rose curve squa­dre di serie A sono state chiuse, per l’uso da parte degli ultrà di frasi raz­zi­ste o discri­mi­nanti sul piano ter­ri­to­riale rivolti a tifosi o gio­ca­tori di una deter­mi­nata area geo­gra­fica. A cam­pio­nato appena ripreso, abbiamo chie­sto a Mauro Valeri, che dirige l’Osservatorio sul raz­zi­smo e l’antirazzismo nel cal­cio (Orac), se que­ste misure hanno sor­tito qual­che effetto, se c’è spa­zio per una cul­tura anti­raz­zi­sta negli stadi o la par­tita è persa, e che cosa suc­cede negli stadi euro­pei dove gio­cano squa­dre di grande pre­sti­gio. Mauro Valeri, che inse­gna Socio­lo­gia delle rela­zioni etni­che all’Università La Sapienza di Roma, ha pub­bli­cato Black ita­lians. Atleti neri in maglia azzurra (Edup,2005), Che razza di tifo. Dieci anni di raz­zi­smo nel cal­cio ita­liano, (Don­zelli 2010), Stare ai gio­chi. Olim­piadi tra discri­mi­na­zioni e inclu­sioni (Odra­dek 2012).

Per­ché negli stadi ita­liani si è arri­vati a que­sto livello di intolleranza?

Il grande errore della sini­stra è stato di sot­to­va­lu­tare il ter­reno dello sport, lo ha sem­pre inteso come “oppio dei popoli” una com­po­nente che c’è ed è con­di­vi­si­bile, ma sotto l’aspetto dei mes­saggi anti­raz­zi­sti lo sport e il cal­cio in par­ti­co­lare sono stati sot­to­va­lu­tati, hanno rap­pre­sen­tato un ter­reno di inve­sti­mento poli­tico dei nazi-ultrà e dei boss delle curve, ai quali è stato lasciato campo libero, per­ciò hanno sta­bi­lito loro il ter­reno di con­fine del raz­zi­smo, mani­po­lando i ter­mini e atte­nuando i signi­fi­cati. A Roma, nel quar­tiere San Lorenzo, c’è un club di tifosi della Lazio costi­tuito da ade­renti a Forza Nuova, che espone alle fine­stre ban­diere con evi­denti sim­boli fasci­sti, ma nes­suno si scan­da­lizza. La sini­stra non ha mai sta­bi­lito una linea di demar­ca­zione su que­sto ter­reno, non ha mai ten­tato di indi­vi­duare quali ter­mini negli stadi sono espres­sione di raz­zi­smo. E’ rima­sta pri­gio­niera dei vec­chi schemi, secondo cui l’azione e le parole raz­zi­ste sono da con­si­de­rarsi tali solo se espresse da gruppi di tifosi fasci­sti, ma nel corso del tempo sono state fatte pro­prie anche da tifo­se­rie di sini­stra. In tutta Europa, invece, la discri­mi­na­zione avviene sul fatto, chiun­que sia il pro­ta­go­ni­sta, viene valu­tata l’azione non se il gruppo di tifosi o il sin­golo è di destra o di sini­stra, esi­ste la respon­sa­bi­lità soggettiva.

Che cosa ha pro­dotto que­sto vuoto?

L’assenza della sini­stra sull’identificazione delle parole e dei gesti raz­zi­sti ha lasciato libertà alla destra, che ha spo­stato più in là il discri­mine dei ter­mini, sono pas­sate tesi, fatte pro­prie dalla gran parte della stampa spor­tiva, secondo cui i “buu” o i versi della scim­mia rivolti ai gio­ca­tori di colore rien­tra­vano nel diritto di libertà di pen­siero dei tifosi o al mas­simo veni­vano con­si­de­rati espres­sione di male­du­ca­zione, mai di raz­zi­smo. Non si è defi­nito con chia­rezza quali espres­sioni o parole rien­tra­vano negli sfottò tra i tifosi e quali erano espres­sioni di evi­dente raz­zi­smo. La sini­stra deve avere più corag­gio e pro­porre un codice di iden­ti­fi­ca­zione anti­raz­zi­sta, in que­sti anni le parole raz­zi­ste e i gesti sono stati “deu­ma­niz­zati” ed è stato per­messo di tutto. Recen­te­mente ho incon­trato un gruppo di ragazzi che fre­quen­tano la curva della Lazio, abbiamo par­lato di raz­zi­smo e di quello che può essere offen­sivo per i cal­cia­tori di colore, mi hanno detto che i “buu” allo sta­dio non li faranno più, ma sem­pli­ce­mente per­ché la società rischia la chiu­sura della curva o un’ammenda salata.

Negli altri paesi euro­pei vivono gli stessi problemi?

All’estero sono diret­ta­mente le squa­dre di cal­cio a farsi pro­mo­tori di cam­pa­gne anti­raz­zi­ste. Gio­ca­tori e tifosi del Liver­pool insieme si sono incon­trati e hanno indi­vi­duato ciò che può essere raz­zi­sta e va denun­ciato. Il Borus­sia Dort­mund ha recen­te­mente iden­ti­fi­cato ed espulso un tifoso che pro­nun­ciava frasi omo­fobe con­tro i cal­cia­tori avver­sari, a segna­larlo agli steward è stato il suo vicino di posto. Il West Ham, che noto­ria­mente ha una tifo­se­ria anti­se­mita, ha indi­vi­duato sei tifosi abbo­nati che durante una par­tita ave­vano pro­nun­ciato frasi raz­zi­ste nei con­fronti dei gio­ca­tori avver­sari, iden­ti­fi­cati dagli steward sono stati espulsi dai loro club e le loro tes­sere sono state trac­ciate, non potranno più met­tere piede allo sta­dio. In que­gli stessi giorni anche alcuni ultrà della Lazio veni­vano accu­sati di frasi raz­zi­ste, ma il pre­si­dente Lotito disse che si trat­tava sem­pli­ce­mente di ragazzi maleducati.

Per­ché le squa­dre ita­liane non seguono il modello europeo?

In Ita­lia la chiu­sura delle curve non ha sor­tito risul­tati, tutto è molto alea­to­rio, le società non si impe­gnano in prima per­sona con gli alle­na­tori e i gio­ca­tori schie­rati in un una cam­pa­gna anti­raz­zi­sta, come avviene all’estero dal Man­che­ster Uni­ted al Liver­pool fino al Bar­cel­lona. Negli stadi ita­liani, pur essen­doci il biglietto nume­rato, non sem­pre è pos­si­bile iden­ti­fi­care il tifoso, per­ché spesso su quella sedia c’è un’altra per­sona arri­vata prima, il tito­lare del posto si sistema lì vicino per non fare que­stioni. La ten­denza delle isti­tu­zioni cal­ci­sti­che è quella di smi­nuire l’accaduto, smi­nuire la discri­mi­na­zione ter­ri­to­riale, che è alla base della deci­sione dei giu­dici spor­tivi di chiu­dere le curve, signi­fica smi­nuire la discri­mi­na­zione raz­ziale. La chiu­sura delle curve avrebbe dovuto fran­tu­mare le tifo­se­rie, invece le ha rese più com­patte, ha accen­tuato il cam­pa­ni­li­smo e que­sto porta ad un aumento del busi­ness, dall’abbonamento allo sta­dio a quello alla tv della squa­dra di cal­cio. Mio figlio è un tifoso della Roma e va allo sta­dio, quando par­liamo mi dice che è asso­lu­ta­mente neces­sa­rio che la squa­dra abbia lo sta­dio di pro­prietà, ma che gli importa se la Roma ha lo sta­dio di pro­prietà no, non è un suo pro­blema, eppure pas­sano mes­saggi di que­sto genere che ten­dono a com­pat­tare i tifosi e ad ali­men­tare il busi­ness. La chiu­sura delle curve in Ita­lia deve avve­nire per respon­sa­bi­lità sog­get­tiva, ma le società non vogliono, per­ché non vogliono indi­vi­duare i tifosi respon­sa­bili, in Inghil­terra non chiu­dono mai le curve, il club non è rite­nuto responsabile.

La Juve ha man­dato i bam­bini in curva al posto degli ultrà.

Quella di man­dare i bam­bini nelle curve, inter­dette ai tifosi col­pe­voli di discri­mi­na­zione ter­ri­to­riale, come ha fatto la Juven­tus, rap­pre­senta una tro­vata che non risolve il pro­blema. Lo sta­dio viene vis­suto come il luogo dove sfo­garsi, quei bam­bini riflet­tono la cul­tura spor­tiva dei loro geni­tori, se allo sta­dio sen­tono gli adulti dire “arbi­tro di merda” o “negro di merda” anche i bam­bini uti­liz­ze­ranno quel lin­guag­gio, come è avve­nuto allo Juven­tus Stadium.

I media pos­sono svol­gere un ruolo impor­tante per una cul­tura spor­tiva dei tifosi?

In Ita­lia manca uno spa­zio cul­tu­rale nello sport e in par­ti­co­lare nel cal­cio, dove fare un‘approfondita rifles­sione anti­raz­zi­sta. A Sky, che detiene i diritti tele­vi­sivi del cam­pio­nato di cal­cio ita­liano e dei prin­ci­pali eventi cal­ci­stici come i mon­diali, i tele­cro­ni­sti che un tempo face­vano il com­mento della par­tita con tono distac­cato, sono stati sosti­tuiti dai com­men­ta­tori tifosi, che durante la tele­cro­naca fanno un tifo acceso e di parte. Tutto que­sto è deleterio.

Dalla discri­mi­na­zione raz­ziale a quella dei gay in Rus­sia. Che suc­ce­derà alle pros­sime olim­piadi inver­nali di Sochi?

All’estero nume­rosi atleti hanno preso posi­zione sulla man­canza dei diritti dei gay in Rus­sia con dichia­ra­zioni espli­cite, in Ita­lia nes­suno si è espresso, né gli atleti che par­te­ci­pe­ranno a Sochi né i diri­genti delle fede­ra­zioni spor­tive. C’è il silen­zio asso­luto, il pro­blema non esi­ste. Che suc­ce­derà se un atleta a seguito di una meda­glia d’oro abbrac­cerà o bacerà il suo com­pa­gno di vita? Potrà farlo o rischia la galera, secondo la legge sui gay appro­vata dalla Duma? Ai mon­diali di atle­tica tenu­tisi a Mosca ad ago­sto, un donna che gareg­giava si era dipinta le unghie color arco­ba­leno, su sol­le­cito delle auto­rità russe i diri­genti della fede­ra­zione inter­na­zio­nale sono inter­ve­nuti e le hanno detto che non poteva, lei ha tinto le unghie di rosso, die­tro quel gesto non vi era alcun signi­fi­cato politico.

* pubblicato su Alias – Il Manifesto, 10 gennaio 2014

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