AcciaioFere


primi della strada 2

di Massimo Sorci*

Non c’è niente da fare. Ci sono cose che ti inseguono. E alcune sono pure pesanti. Come l’acciaio. Lo hai capito quando, appena arrivato a Genova, sei stato catapultato – per lavoro – a Campi, nell’area ʺa caldoʺ delle acciaierie di Cornigliano. Prima spenta e poi demolita. La cokeria, l’altoforno, i silos tirati giù come castelli di carte. E – dopo – uno sbrego di fronte al mare azzurro, come una gengiva nera senza dente dentro. Pochi giorni fa poi, a Palazzo Ducale – che è un posto decisamente meno cupo – è stata inaugurata “Scatti d’industria”, una grande mostra fotografica sugli anni d’oro delle fabbriche italiane con più di mille immagini degli archivi della Fondazione Ansaldo. Tra queste, anche la foto del “grande maglio con mazza battente delle acciaierie di Terni”. L’hai guardata, hai visto il bianco e nero degli operai – qualcuno magari conosceva pure i tuoi nonni – e il cuore ti si è fermato un po’.

Ci sono cose che ti inseguono, anche se non le cerchi. E se hai letto Acciaiomare, un libro bellissimo e poetico di Angelo Mellone sull’identità operaia e sul senso delle radici, è chiaro che, appena sai del ritorno dei tedeschi alle acciaierie di Terni dopo la parentesi finlandese di Outokumpu, il sangue ti comincia a parlare. Ma la Thyssenkrupp – ti domanda – non aveva ceduto l’inox due anni fa? E se l’operazione fosse soltanto una partita di giro finanziaria senza lo straccio di un piano industriale? E così le foto dell’archivio Ansaldo in mostra a Palazzo Ducale ti fanno paura. Belle, per carità, però morte. Con l’orgoglio del lavoro dentro, certo, ma andate, perdute, “dismesse”. Perchè le acciaierie, quelle vere, non vivono mica in bianco e nero. L’Italia sembra invece consolarsi e inorgoglirsi – in mancanza di una politica industriale da nazione normale – coi ricordi della gloria che fu. E intanto – come scrive Mellone – “regala fabbriche in confezione assortita insieme ai cioccolatini”.

Ma lasciamo stare queste cose, chè magari porta pure male. Qua si deve parlare di calcio, no? Il calciogiocato, come si dice adesso. Una roba, il pallone, che però non può prescindere dal luogo dove lo si gioca. E, si badi, non è soltanto una faccenda romantica, ma anche fisica. Ternana e acciaio sono indissolubilmente legati. Prendete il vecchio stadio di Viale Brin. “La Pista”, come veniva chiamato, era di proprietà della Società Terni. Adesso c’è un parcheggio, ma la Ternana ci ha disputato anche la serie B, prima della costruzione del Libero Liberati. E pare di sentirlo ancora l’urlo dei tifosi scandito dal botto del maglio, a poche decine di metri. Il fumo delle ciminiere al posto dei fumogeni. La Ternana è una squadra siderurgica, dopotutto. Come gli ucraini del Dnipro, il club fondato nel 1918 dallo stabilimento metallurgico Bryansk, che ha partecipato ai campionati dell’allora Unione sovietica cambiando il proprio nome prima in Stal (che in russo vuol dire acciaio) e poi nell’inequivocabile Metalurg.

Ternana metallurgica, insomma, squadra tosta – piace pensarla così – organizzata, pochi abatini e tanta sostanza. Anche il gioco corto di Corrado Viciani – non lo si scopre adesso – era un calcio operaio, tutto sudore e muscoli, più applicazione che tecnica. Reale. Pesante. D’acciaio, appunto. Magari la distanza fa vedere cose che ormai non ci sono più, però immagino che sia ancora questo il pallone che il tifoso rossoverde ama veder giocare: gli ricorda da dove viene e – frammista al sangue dei padri – gli fa tornare su una sana nostalgia per lo spirito di viale Brin, quando gli avversari lo capivano subito con chi avevano a che fare. Bastava che gettassero lo sguardo un po’ più in là, verso i cancelli degli stabilimenti. E’ per questo che il ritorno di Thyssenkrupp – che dal punto di vista industriale appare un po’ strano – fa paura. Come quelle squadre costruite senza logica e senza anima, frutto di operazioni di mercato fini a se stesse che magari nascondono chissà cos’altro.

Ci sono cose che ti porti dietro, dicevo. Dovunque tu vada. L’acciaio e la Ternana, per esempio. E, se Angelo Mellone – tarantino emigrato a Roma, visceralmente legato alle acciaierie della sua città – invece che tifare per la Lazio, tifasse per il Taranto Football Club, sarebbe il mio intellettuale di riferimento. Vero come è vera una lastra di inox.

* pubblicato su TernanaNews 

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