La squadra che non poteva perdere. La spedizione dell’URSS alle Olimpiadi del 1952


Soviet_Union_national_football_team_1958

Piergiuseppe Mulas per mondocalcio.wordpress.com

Quando il 5 marzo 1953 Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio noto semplicemente come Stalin, muore, un intero paese cede alla commozione. All’epoca egli era ancora considerato unanimemente come il vincitore della Grande guerra patriottica, il suo lato oscuro non era ancora stato portato alla luce.

Ma nondimeno ci fu più di una persona che tirò un sospiro di sollievo. Tra questi sicuramente Boris Andreevič Arkaed’ev, di professione (si fa per dire, dato che il professionismo nello sport in Urss era un tabù) allenatore di calcio.

Arkad’ev fu nominato commissario tecnico della nazionale sovietica di calcio nel 1952, a seguito della svolta storica con la quale l’Urss aveva accettato di confrontarsi con le rappresentative dei paesi borghesi. In pochi mesi avrebbe quindi dovuto costruire dal nulla una squadra che nelle intenzione dei massimi vertici sovietici non si limitasse solamente a onorare il famoso motto del barone de Coubertin.

Infatti, come si può facilmente immaginare, le pressioni intorno alla spedizione olimpica, e in particolare alla nazionale di calcio data la popolarità del football, raggiunsero i massimi livelli. I timori per i riflessi negativi che un eventuale débâcle avrebbe causato all’immagine del paese del socialismo realizzato avevano reso insonni le notti di molti dirigenti, quando si dovette decidere se accettare la sfida con i paesi occidentali. La leggenda vuole che condizione per partecipare fosse l’invio di biglietti personalizzati all’indirizzo di Stalin con i quali si fornivano ampie garanzie di vittoria finale.

Fatto sta che Boris Arkad’ev si trovò assegnato il non facile compito di ricostruire da zero una nazionale di calcio che da lì a poche settimane avrebbe dovuto fare di tutto per vincere una competizione che, se non era equiparabile ad un mondiale (resisteva il veto nei confronti dei professionisti), si poneva comunque su un livello di tutto rispetto.

Boris Arkad’ev fa lezione di tattica

Boris Arkad’ev fa lezione di tattica

A dispetto del poco tempo e delle molteplici pressioni Arkad’ev riuscì ad allestire una squadra altamente competitiva, che nelle amichevoli precedenti il torneo, che giocò tutte sotto mentite spoglie per paura di sfigurare, arrivò persino a battere la fortissima Ungheria di Puskás e Kocics con il risultato di 2-1. Stella della squadra era Vsevolod Bobrov, centravanti capace con il CDKA, la squadra del Ministero della Difesa, si segnare 80 reti in 79 partire tra il ’45 e il ’49.

Ma le pressioni e i tentativi di condizionare il lavoro del commissario tecnico non venivano meno nonostante i buoni risultati, ma anzi si intensificarono man mano che si avvicinava l’appuntamento olimpico. Alla vigilia della partenza per la Finlandia venne richiesto a giocatori e staff tecnico di firmare un impegno solenne a vincere la manifestazione da consegnare nelle mani di Stalin. I giocatori si rifiutarono e alla fine la spuntarono, ma il solo fatto che un tentativo del genere fosse stato fatto la dice lunga sul clima che si era creato intorno ai ragazzi di Arkad’ev.

Il 15 luglio 1952 arrivò il gran giorno dell’esordio in una competizione ufficiale della nazionale sovietica di calcio. L’avversario sorteggiato per il preliminare era la Bulgaria, con la quale avevano giocato e pareggiato 2 volte a Mosca in amichevole prima del torneo. L’atmosfera intorno alla squadra era ovviamente molto pesante, e la prestazione ne risultò inficiata. Il centrocampista Igor’ Netto ricorda come tutti avessero giocato molto al di sotto delle loro possibilità, letteralmente terrorizzati dall’idea di commettere errori. I 90 regolamentari terminarono 0-0 e si andò ai supplementari. Al minuto 95 la Bulgaria si portò in vantaggio con una rete di Kolev, e a quel punto, capito di non avere più niente da perdere la squadra di Arkad’ev si destò dal torpore che le aveva imprigionata per tutto l’incontro e, trascinata da Bobrov, reagì con furore. Nel giro di quattro minuti il risultato venne ribaltato: prima pareggia lo stesso Bobrov e poi sempre il centravanti russo propizia l’assist per il sorpasso firmato da Trofimov.

Il sorteggio dell’ottavo di finale creò non poche fibrillazioni ai dirigenti politici della delegazione olimpica: l’avversario che la sorte poneva sul cammino dei sovietici sarebbe stato niente di meno che la Jugoslavia. Dal 1948 i rapporti tra Tito e Stalin si erano irrimediabilmente guastati, la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform e da quella data in avanti sui mezzi di comunicazione sovietici ci fu una costante escalation nei toni della campagna di stampa contro “il traditore Tito”, definito alla stregua di un servo prezzolato dell’imperialismo americano. Si può quindi facilmente immaginare con quanta tranquillità fu accolta la notizia dell’imminente sfida tra le due nazionali, anche considerato che la squadra degli slavi del sud dal punto di vista tecnico si presentava come una delle più forti.

In molti avranno persino maledetto di aver superato il turno precedente a spese della Bulgaria, un’eliminazione con questi ultimi sarebbe stata accettata sicuramente con molta più serenità.

Le pressioni raggiunsero livelli inimmaginabili e proseguirono fino a pochi minuti prima che le due squadre scendessero in campo, il 20 luglio a Tempere. Dopo un buon avvio di Bobrov e compagni la Jugoslavia venne fuori e si portò in vantaggio al 29’ con Mitić. Da quel momento per l’estremo difensore Ivanov la partita si trasforma in un vero incubo: prima del riposo gli jugoslavi segnano altri 2 goal con Bobek e Zebek, fissando il parziale sul 3-0. Neanche il tempo di ricominciare che Ognjanov segna la rete del 4-0, che sembra archiviare definitivamente le speranze di rimonta. Al 53’ Bobrov realizza quella che ad avviso degli spettatori di Tampere è la classica rete della bandiera, tanto più che dopo sei minuti Zebek firma la sua doppietta personale portando la Jugoslavia sul 5-1. Al 75’ Trofimov accorcia nuovamente le distanze, ma nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto nell’ultimo quarto d’ora dell’incontro. Al ’77 il solito Borbov segna un’altra rete e si ripete all’87 per la sua tripletta personale. A tre minuti dalla fine si stava concretizzando l’incredibile rimonta, che diventa realtà a 29 secondi dallo scoccare del fatidico novantesimo, quando il centrocampista Petrov devia in rete il pallone calciato dalla bandierina. 5-5 e squadre costrette si supplementari, durante i quali i sovietici sfiorarono addirittura la vittoria, fermati solo dal palo e da una prodigiosa parata del portiere jugoslavo.

Non essendo previsti all’epoca i calci di rigore la partita dovette essere ripetuta 2 giorni dopo, il 22 luglio. Nonostante la fatica accumulata nel primo match il 21 luglio i sovietici si sottoposero a una dura seduta di allenamento, mentre gli jugoslavi poterono riposare una giornata intera. Nel frattempo all’ambasciata sovietica giunse un telegramma firmato I. Stalin, nel quale ancora una volta si ricordava a tutti i protagonisti che quella che sarebbe andata in scena non sarebbe stata una semplice partita di calcio.

Al ‘6 minuto i sovietici si portarono già in vantaggio con il goal segnato neanche a dirlo da Borbov. A quel punto però la squadra di Arkad’ev commise il fatale errore di chiudersi dietro a difendere l’esiguo vantaggio con tutta la partita ancora da giocare. Mitić e Bobek firmarono il sorpasso già nel primo tempo e Čajkovski al ’54 portò il risultato sul 3-1. Questa volta i sovietici, stanchi anche a causa dell’inspiegabile carico di lavoro del giorno prima, non trovarono le forze per reagire e il risultato non cambiò più.

Appena terminato l’incontro, mentre esplodeva la gioia degli jugoslavi, la comitiva sovietica fu immediatamente riportata nella sede del ritiro olimpico e il giorno dopo rimpatriata. I giocatori furono lasciati liberi di tornare alle loro abitazioni, ma l’incidente era tutt’altro che chiuso. Sulla stampa, alla ripresa del campionato, si intensificarono i commenti negativi nei confronti delle squadre che avevano fornito giocatori alla nazionale.

Alla fine delle Olimpiadi la delegazione sovietica fu convocata al Cremlino, e l’insuccesso della nazionale di calcio non fu un argomento tralasciato. Berija in persona criticò aspramente i calciatori ma soprattutto l’allenatore Arkad’ev, da lui mal sopportato in quanto era alla guida della CDSA, acerrima rivale della Dinamo Mosca, la protetta del potente ministro della polizia di Stalin. A latere della conferenza stampa il segretario del Comitato Centrale del Pcus ordinò lo scioglimento della CDSA a causa del danno inflitto al prestigio dello sport sovietico. In realtà i giocatori della CDSA facenti parte della fallimentare spedizione non erano presenti in misura così preponderante da poter essere seriamente considerati come gli unici responsabili, ma abbiamo già detto che Berija sfruttò l’occasione per eliminare il principale rivale della Dinamo. La massima serie del campionato di calcio passò da 15 a 14 squadre nel volgere di una giornata, con Arkad’ev e tutta la squadra lasciati invano ad aspettare il bus che li doveva condurre allo stadio per la sfida con la Dinamo Kiev.

Ma i guai per Boris Arkaed’ev non finivano qui. Il 15 gennaio 1953 fu messo all’indice dai suoi stessi colleghi in occasione di una conferenza organizzata dal Comitato Pansovietico per le questioni della Cultura Fisica e dello Sport. Sotto accusa finivano le sue idee tecnico-tattiche, che sarebbero contrarie allo spirito sovietico e perciò responsabili della disfatta di Tampere. L’attacco portato avanti dagli altri allenatori dovette inquietare non poco l’ex commissario tecnico, dato che questo tipo di attacchi rappresentavano spesso solo l’inizio di un possibile iter giudiziario foriero di conseguenze ben più serie per la persona di Arkad’ev. Fortuna volle che ormai alla morte di Stalin mancasse solo un mese e mezzo, e che con la scomparsa del dittatore e la rovinosa caduta di Berija tutte le accuse contro Arkad’ev non ebbero alcun corso.

Arkad’ev tornò a vincere il campionato sovietico alla guida della Lokomotiv Mosca nel 1957, e nel 1958 riprese, anche se solo per una stagione, la guida del suo CDSA, nel frattempo risorto con la nuova denominazione di CSKA, che tuttora mantiene. Il CSKA invece dovette aspettare fino al 1970 per vincere nuovamente il campionato.

NB Le informazioni alla base di questo racconto sono tratte dal libro “I piedi dei Soviet”, di Mario Alessandro Curletto

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