Juventus-Napoli 1-3, la presa di Torino


Giordano - Napoli

di Maurizio de Giovanni*

Questa storia inizia con un fermo immagine, come in un film degli anni settanta, una di quelle commedie all’italiana che fanno vedere un fotogramma e poi, per metà film, spiegano come si è arrivati a quel punto; e per l’altra metà cosa succede dopo.

Questa particolare storia inizia con un ragazzo romano che guarda il cielo, aspettando qualcosa. Ha un pezzettino di lingua che gli spunta dalle labbra, lo sguardo assorto, le sopracciglia lievemente corrugate. Non è proprio diritto, ha la spalla sinistra avanti all’altra, le dita della mano in una posizione strana, mignolo teso, indice piegato, pollice all’interno. Trattiene il fiato, mentre guarda uno spicchio di cielo grigiastro. Non fa freddo, e invece dovrebbe, per la latitudine e la stagione: ma non fa freddo.

A trenta metri di distanza, quattro uomini venuti da lontano guardano lui mentre lui guarda lo spicchio di cielo, aspettando qualcosa. Quattro, in uno spazio sufficiente a stento per uno solo. Anche loro hanno la punta della lingua tra le labbra; mani sudate su spalle sudate, ettolitri di adrenalina, ammesso e non concesso che l’adrenalina sia un liquido. Almeno tre di loro pensano che il ragazzo romano sia pazzo. Probabilmente hanno ragione.

Per arrivare a questo punto ci sono voluti sessant’anni, quattro mesi, otto giorni e undici ore. E tanta di quella passione, che non potete nemmeno immaginare.

[…]

La ritualità fu rispettata, col solito breve riscaldamento della squadra ancora in tuta sul terreno di gioco. I nostri eroi vennero fuori da un tunnel che li portò in campo da chissà quale tabernacolo, nel ventre dello stadio. Li capeggiava, al solito, Lui.

Tutt’oggi non sentirete nominare se non in condizioni di inevitabilità il Capitano di quella squadra di Dei. Non saprei dire perché: in fondo, quel nome sarebbe sinonimo di gloria e trionfi. Molti di noi se non tutti, incluso il sottoscritto, hanno avuto in quell’Uomo la persona al mondo che ha erogato la maggior felicità, la più grande passione, le più calde lacrime di gioia. Eppure, non lo nominiamo. Forse ci sembrerebbe di sminuirlo, dandogli una connotazione anagrafica come se, assurdamente, si trattasse di un semplice essere umano. E umano non fu mai, nella grandezza del bene, che a noi interessò, e in quella del male, che pagò sulla propria pelle e che comunque furono fatti suoi.

Sta di fatto che quel giorno, quando calpestò con le scarpe slacciate quell’erba sacra e guardò verso il muro adorante di cui il sottoscritto era un mattoncino, tirò un profondo respiro che non ricordavo avergli visto fare. Seppi in quell’istante che era consapevole che quello, anche per Lui che solo pochi mesi prima e praticamente da solo aveva vinto la Coppa del Mondo, non era un momento qualsiasi; che il nove di novembre del magico ottantasei il vento sarebbe cambiato, una volta per tutte.

Il sottostante club Napoli Forcella, a proposito di vento, aveva aggiunto un paio di festosi fumogeni ai cinquanta cannoni di Maria che si era fumato nell’attesa: a noi che abitavamo di sopra, il connubio regalò un Walallah psichedelico, fatto di nebbia azzurra e immagini dorate. Se non fosse stato per l’immediato flusso di adrenalina e pressione sanguigna, nessuno per cinque file di spettatori avrebbe potuto superare alcun test antidroga.

Stringendosi la mano a centro campo, le due squadre manifestavano già prima di tirare il primo calcio le differenti caratteristiche. Loro belli, alti, simili nel fisico e nel tratto: Tacconi, Manfredonia, Cabrini, Serena, Laudrup. Magri, sereni, sciolti e tranquilli. E per di più, con la scritta “Ariston” sulla maglietta, in greco il meglio, e ti pareva. Un motto, più che una marca di cucine. Noi, invece, “Buitoni”. Ci avrebbero cotti aglio e olio, come fanno le cucine con gli spaghetti, disse Raffaele Cassandra con voce cavernosa, facendo riferimento ai due sponsor come se si trattasse di due gesti della morra cinese. Non lo degnammo di uno sguardo.

I nostri, invece: Garella sembrava un orango, senza collo sotto una massa di capelli da strega. De Napoli aveva la faccia della befana. Bagni, con le sue gambe a tunnel. Bruscolotti, con la mascella degna di uno studio del Lombroso. Sola, un nome una garanzia, sembrava uscito dal pennello di Arcimboldo, il pittore che assemblava i volti con i fiori e la frutta: in questo caso avrebbe usato gli ortaggi. Quanto a Lui, be’, era come al solito: slanciato, biondo e con gli occhi color del cielo. E alto due metri. E col mantello a coprire le ali.

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Sembra strano, ma ricordo poco del primo tempo in cui attaccavamo verso la porta più lontana. Ricordo però l’inizio. Prontivia, come dicono oltre la linea gotica, gli dei zebrati presero un palo. Andò così: si spinsero all’attacco sulla palla al centro, giusto per far vedere che erano ospitali, e un nostro difensore mostrando propensione alla dissenteria alleggerì in corner. Sulla parabola uscì il nostro portiere, Garella. Due parole su Garella: avete presente i portieri del calciobalilla? Bloccano essi forse la palla, la trattengono con le mani infondendo sicurezza agli altri pupazzi? No, eh? E nemmeno Garella. La prendeva, eccome se la prendeva, ma con il braccio, la testa, il carapace. Col fondoschiena, spesso, sia in senso metaforico che reale. Solo con le mani non la prendeva mai.

Per cui, sulla parabola esplorativa di uno juventino sul calcio d’angolo colpirono un paio di alieni di testa, senza nemmeno spettinarsi, e la palla carambolò sul palo. La tribuna d’onore tossicchiò, come un genitore condiscendente quando quel monellaccio del figliolo, in visita ad amici, corregge la padrona di casa che ha sbagliato un congiuntivo. Noi emettemmo un lungo gemito disperato, agonizzando. Luigi sbiancò ulteriormente, diventando sempre più simile a una statuetta souvenir di Lourdes, anche per il mantello e il copricapo azzurri; Raffaele, con un maligno sorriso, dichiarò che se lo sentiva; Salvatore, con la saggezza dell’uomo disperato, asserì che in altre occasioni quella palla sarebbe entrata, e che quello era il segno di un destino luminoso. Il club Napoli Forcella sputò ululando e ululò sputando, con uno spettacolare effetto temporale sui raccattapalle. Da parte mia pensai che sarebbe stato un terribile pomeriggio di passione, dimostrando una volta di più di essere preveggente.

Dalla nebbia della memoria viene fuori un tiro appena alto sulla nostra porta che, dalla nostra postazione, sembrava dentro, con conseguenti unghiata di Luigi e bestemmia di Raffaele di turno al suo fianco, e una Sua fiondata respinta dal malvagio Tacconi, re delle tenebre e principe degli inferi. Un paio di volte ci prendemmo una bella paura, col nostro portiere che non ne voleva sapere di bloccare il pallone; e un paio di volte facemmo noi paura a loro.

Si capiva che forse il pareggio andava bene a tutti, rimandare al futuro il redde rationem, con due partite lontane, magari noi a Verona e loro a Bologna o da qualche altra parte. Non ci andava di tornare a casa, tanti chilometri, avendo perso un’altra volta. E allora anche noi sardine tifavamo per il pareggio, trattenendo il fiato quando i nibelunghi attaccavano. Come che fu, arrivò l’intervallo. Zero a zero.

Chiacchierando mi resi conto che la nostra gente era contenta: ce la stavamo cavando e ce la giocavamo da pari a pari, senza paura in casa loro. Ma mancava ancora una vita. Stanchezza, sole, paura e fumi vari che provenivano dal club Napoli Forcella ci portavano quasi a desiderare una veloce conclusione senza danni.

Si fa la Storia

Ma il Destino aveva già da tempo deciso che tutti gli stati avremmo attraversato in quella giornata, eccetto la tranquillità. Cinque minuti dopo l’inizio del secondo tempo ci toccò vedere da lontano, verso l’area della nostra difesa, Cabrini guardare la porta e fare un cross; ci toccò vedere Garella che, come al solito, invece di bloccare la palla la respingeva; e ci toccò vedere avventarsi sulla predetta palla Laudrup, esangue danese con la faccia da vampiro, che la mandò in rete con un tocco lieve come una carezza. La tribuna di fronte emise un sommesso urlo, aristocratico e consapevole: ancora una volta, il fato si compiva e chi doveva vincere e vinceva. Ariston, c’era scritto sulle magliette che si abbracciavano a centrocampo. Non c’era di meglio, no.

Sul nostro settore calò un silenzio tragico. Raffaele asserì gravemente: lo sapevo. L’ho sempre saputo. Un esponente estroverso del club Napoli Forcella rivolse un’accorata invocazione all’anima di chi di recente era defunto in campo avverso. Luigi, bianco come un cencio, esalò un sospiro in falsetto; ancora oggi riteniamo che in quell’occasione sia svenuto, rimanendo in piedi solo perché non aveva lo spazio per accasciarsi. Salvatore, schiacciato tra me e circa duemilasettecento altri, esibì un sorriso malconcio. Ma non è ancora finita, sussurrò. Era l’unico che avesse ragione.

Nel nostro silenzio lunare e nelle distanti manifestazioni di gioia dei tifosi avversari, mentre i nostri erano fermi, a capo chino, macchie di azzurro smorto in mezzo al verde, accadde qualcosa di straordinario: Lui corse da metà campo e andò a prendere quel pallone in fondo alla rete. Poi, col pallone in mano, si fece vicino a Bagni, quello forte, quello che doveva lottare, quello senza il cui coraggio non c’era più niente da fare. Gli prese la testa fra le mani e gli disse qualcosa.

Ecco: io ho scelto un altro fotogramma per raccontare la nostra storia. In questo momento, distiamo da quel fotogramma circa venticinque minuti e vent’anni. Ma se dovessi dire quale fu l’attimo in cui nacque il Napoli dei due scudetti, della coppa Uefa e delle mille lacrime di gioia, delle trombe nella notte a piazza Trieste e Trento e di Oj vita, oj vita mia, quello il cui ricordo ci ha dato la forza di affrontare la serie C e le interviste a Salvatore Naldi, be’, l’attimo fu quello in cui Lui e Bagni decisero con uno sguardo e una parola che quella partita l’avremmo vinta. Non pareggiata: vinta. E la partita ricominciò.

Come se fosse arrivata la primavera, come se i barbari per una volta fossero venuti da sud, il Napoli cominciò ad attaccare. La tromba della carica la suonò Bianchi, il nostro malinconico allenatore, sostituendo un centrocampista difensivo con un attaccante: uscì Sola, entrò Carnevale. Potenza dei nomi: con l’incolpevole Sola uscì dal campo lo spettro di un’ennesima pedata sui nostri sederi, una Sòla, appunto, ed entrò l’anima del riso e della felicità incontrollata, il Carnevale. E poi dite che l’onomanzia non è una scienza esatta.

Col passare dei minuti i pallidi aristocratici furono rinchiusi tra le mura del proprio castello, assediati da truppe urlanti che parevano decuplicate nel numero e nelle forze. Tacconi fece cinque, sei miracoli in venti minuti: la sua successiva sopravvivenza e il fatto che tuttora non sia almeno tetraplegico è la dimostrazione che, ad onta delle credenze popolari, le bestemmie non colgono. Man mano prendemmo anche noi coraggio: cominciò un unico, costante urlo da belva, come se il settore ospiti del vecchio Comunale fosse diventato un grande animale, ferito e molto, molto incazzato.

I maledetti si difendevano in undici, la tribuna di fronte taceva e sospirava a ogni pericolo scampato. Ci provarono tutti i nostri, arrivò al tiro perfino Bruscolotti e questa, credetemi, è un’altra delle cose straordinarie che successero il nove novembre dell’ottantasei. Perché Bruscolotti Giuseppe detto la Mascella di Sassano non era un uomo, era un terzino: scolpito a colpi di Karate da un blocco di pietra lavica, tecnicamente dotato quanto uno Gnu e identicamente abile nel dribbling, uno che ha passato la metacampo quattro volte in carriera, una delle quali per andare in bagno con urgenza. E quel giorno addirittura tirò in porta, e i compagni lo guardarono allibiti. Calcio d’angolo. Tre, quattro, sei calci d’angolo. Due, tre punizioni. Quando il plurimaledetto Tacconi non ci arrivava, era un qualsiasi Caricola sulla linea a salvarli dalla giustizia divina. Finché.

Finché, sull’ennesimo calcio d’angolo, la palla rimane a rimbalzare in area in mezzo ad almeno ventisei stinchi, fino a incocciare quello giusto: quello di Ferrario Moreno da Lainate, Milano, stopper onesto e inconsapevole, fino ad allora noto soprattutto per le autoreti. Suo era lo stinco della Storia. Suo fu il gol del pareggio. Era il minuto ventisei del secondo tempo. Il mio affettuoso pensiero va ancora a questo milanese con la faccia da cow boy e il fisico da giocatore di tressette, che si avvia verso il centrocampo con un rachitico braccio alzato come se volesse andare in bagno. Lode a te, Ferrario Moreno da Lainate: non sei passato sulla terra invano.

Voglio lasciare all’immaginazione del lettore, ove egli esista, la violenza dell’urlo liberatorio. Avessimo almeno avuto lo spazio per muovere le braccia, ci sarebbe stato uno spettacolare gesto dell’ombrello moltiplicato diecimila verso l’ammutolita tribuna di fronte. Eravamo felici: avevamo preso il giusto pareggio. Ora, c’era solo da tirare avanti per una ventina di minuti e avremmo rimandato di una settimana il mollare la testa della classifica.

Ma qui successe una cosa straordinaria. Ancora ci si abbracciava urlando, che Lui e Bagni si fiondarono a recuperare il pallone come se il gol invece di farlo lo avessimo subito. Quei benedetti figli di puttana volevano vincere.

Appena Platini, che non credo fosse nemmeno sudato, e Serena, mobile e sciolto come un giocatore di Subbuteo e con identica pettinatura, ebbero rimesso la palla in gioco, si ritrovarono in mezzo a dieci diavoli azzurri che parevano venti. Noi urlammo. Recuperarono il pallone e si fiondarono in avanti. Noi urlammo. Romano scambiò palla con Lui e si avviò verso l’area. Noi urlammo. Romano tirò in porta, col veleno nel piede. Noi urlammo. Tacconi deviò la palla in angolo. Noi bestemmiammo.

Il calcio d’angolo si batté proprio sotto di noi. In area ognuno si andò a piazzare al proprio posto. Tacconi si sputò sui guantoni. Il club Napoli Forcella sputò sui raccattapalle. Lui si avvicinò alla bandierina, guardando noi e ostentando le spalle al campo. Noi urlammo, naturalmente. Lui sorrise. Luigi urlò in falsetto, come un Cugino di Campagna. Lui si girò verso il campo e calciò verso la Storia. La palla andò verso il primo palo, dove era appostato Renica, il nostro libero; l’uomo col cavallo dei pantaloni più alto di tutti i tempi. Saltò e colpì di testa all’indietro, dando un senso alla propria esistenza.

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Ed eccoci qui, ci ritroviamo nel nostro film e nel fotogramma che abbiamo salvato. Nel momento in cui si compì il Destino, e nulla fu mai più come prima.

Nello spicchio di cielo che il ragazzo romano guardava, la punta della lingua tra i denti e la spalla sinistra più avanti della destra, comparve un pianeta: un pianeta bianco e nero, che ruotava dopo l’impatto con i riccioli di Renica e, secondo una parabola prevista da Dio e da Lui, sarebbe caduta proprio nel metro quadro occupato da Bruno Giordano da Trastevere, classe cinquantasei.

Chiunque altro, e in un’altra qualsiasi circostanza anche lui stesso, avrebbe scelto un comodo appoggio di testa: la porta era spalancata e il maledetto Tacconi era andato finalmente a farfalle, superato dalla sponda del nostro difensore in licenza nell’altra area. Ma non Giordano, il nove di novembre dell’ottantasei. Non lui. Capimmo quello che avrebbe fatto: lo capimmo perché lo conoscevamo e lo amavamo, ne godevamo le geniali prestazioni domenica dopo domenica; e tuttavia ci augurammo che per una volta non lo facesse. Che scegliesse la via più facile. Che non buttasse via con un errore l’occasione più importante della nostra vita, e della sua.

Ma Bruno Giordano portava il nome, ancorché invertito, di uno che per coerenza era bruciato sul rogo; era uno che aveva avuto fame da piccolo e problemi con la giustizia, anche in famiglia. Era uno che aveva buttato i mondiali per una scommessa. Uno che le cose semplici non le aveva mai fatte. Era un genio. E secondo il proprio genio, Giordano si librò in aria come un Uccello del Paradiso. Si dispose in orizzontale rispetto al terreno. Si avvitò nel proprio spazio, di cui era padrone assoluto. Colpì il pallone in mezza rovesciata, di pieno collo piede, con tuta la forza della sua classe e delle mille occasioni gettate al vento.

Il rumore, che arrivò distinto a noi che trattenevamo il fiato, fu quello di un tappo di Champagne sputato fuori dalla bottiglia, e la rete che si gonfiò parve il liquido schiumoso e ubriacante che ne zampilla fuori. Ricadendo al suolo, Giordano Bruno da Trastevere si alzò e corse sotto di noi, battendo le mani. Lui a noi. Battendo le mani.

Ho quasi cinquant’anni, due splendidi figli e una dolcissima compagna. Ho un lavoro e un gratificante hobby, mi piace scrivere. Ho avuto tante soddisfazioni, in questi vent’anni. Ma mentre scrivo, qui, stasera, e cerco di raccontarvi cosa fu quell’attimo, ancora tremo e ho la pelle d’oca. E se tra voi qualcuno c’era, sa di cosa parlo.

* estratto da “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino.” Edizioni Cento Autori, 2011-10

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