“Non perché è mio figlio….” Ovvero la disgrazia dei genitori-procuratori


bambini  calcio

di Luca Vargiu*

Solamente uno ogni enne migliaia di giovani che giocano riesce a diventare un calciatore professionista. Le teorie sono tante, si va dalla più ottimistica che dice 5mila, per poi passare a 8mila, fino ad arrivare a 24mila.

Numeri a parte, la realtà è: difficile, difficilissimo riuscire a sfondare in questo mondo e proprio i genitori dovrebbero essere i primi a saperlo.

Definire un peso la presenza, spesso invadente e chiassosa, di mamma e papà non è un’esagerazione. Per il ragazzo è quasi una disgrazia sportiva!

E tu lo sai bene.

Quando hai iniziato a lavorare, hai concentrato le tue energie sulla ricerca dei giovani. Perciò hai collezionato una pletora di incontri con i genitori. E ti tocca ammetterlo: il numero di quelli equilibrati che vivono l’avventura del proprio figlio in modo sereno e con i piedi ben saldi a terra è basso. Infinitesimale. La possibilità di vedere il loro pargolo che raggiunge il successo li rende sordi e ciechi. Muti, mai! E, ahimè, il cervello risulta spesso in modalità offline.

“Non perché è mio figlio… ma tra tutti lui è il più bravo! Non lo dico io, lo dicono gli altri!” Questa è una delle tipiche frasi che senti, quando li incontri per la prima volta oppure quando cercano di mettersi in contatto con te per farti conoscere il ragazzo che, oltre a essere il più bravo, di solito: non sbaglia mai e, se non gioca, ovvio è per colpa del mister che – altra frase standard – “non capisce un cazzo di calcio”.

L’autocritica non esiste, gli errori non vengono mai evidenziati, meglio scaricarli sugli altri. E crescere in un contesto simile non è certo costruttivo.

Le aspettative della famiglia sono alte, altissime. Un calciatore in casa può davvero cambiare la vita e allora anche lo studio rischia di essere trascurato, prima, e messo da parte, poi.

“Per quest’anno è meglio concentrare tutte le energie sul pallone.” Come se lo sviluppo della materia grigia praticato al mattino a scuola impedisse l’uso delle gambe il pomeriggio sul campo d’allenamento.

Non puoi sostituirti alla famiglia ma ai tuoi ragazzi, sorridendo, consigli sempre di continuare gli studi. Quantomeno per essere in grado di rilasciare le future interviste nel dopo partita parlando un italiano decente, evitando così di farsi prendere in giro e alimentare il cliché del calciatore abile con la palla ma inabile con la parola.

Uno degli errori più grandi che un genitore possa commettere è non insistere (magari obbligare) il proprio figlio affinché non abbandoni gli studi. Si tratta di ragazzi tra i 14 e i 17 anni, che hanno grandi potenzialità (certo) enormi margini di miglioramento (sicuro) ma per arrivare al traguardo dovranno ancora percorrere parecchia strada con il rischio concreto di perdersi in un attimo. Pensare che la maturazione del giovane calciatore debba avvenire sul campo ma non solo, è sintomo di intelligenza e lungimiranza, e porterà a curare aspetti altrettanto importanti per la crescita di un uomo che, presto (se il calcio non avrà il futuro sperato) o tardi (a fine carriera) lo porteranno a confrontarsi con la vita reale, ad affrontare il mondo del lavoro e a doversi creare uno spazio nella società.

Qui dovrebbero intervenire anche le società calcistiche, garantendo e consigliando ai giovani, soprattutto a quelli che arrivano da fuori, l’istruzione. Non che questo non accada, ma mettere a disposizione istituti privati (il cui costo sempre più spesso resta a carico della famiglia) che garantiscono un trattamento di riguardo agli stanchi atleti non è la soluzione più saggia.

Nella testa di un calciatore adolescente medio – e ahimè anche in quella di molti genitori – il percorso standard che lo aspetta nel prossimo futuro è ben delineato: giocare, guadagnare, sposare una velina (o similare) per poi continuare come commentatore Sky una volta terminata la carriera.

Può sembrare un’esagerazione, ma non lo è.

Adori lavorare con i giovani, hai avuto la possibilità di incontrarne tanti anche in altri contesti, devi però ammettere che quelli che hai conosciuto in ambito calcistico sono i più “leggeri”. Crescono vedendo gli esempi dei grandi campioni dando per scontato che questa sia la regola e non l’eccezione. Credono sia tutto facile, quando di facile non c’è nulla e quando se ne accorgono, spesso, è tardi.

Proprio questa visione del mondo tanto superficiale rende questi ragazzi, famiglie comprese, facili prede dei tanti improvvisati del pallone che abilmente dicono ciò che l’interlocutore vuole ascoltare per poi chiedere un lauto compenso. Un meccanismo subdolo che complica la vita di chi, come te, preferisce dire le cose come stanno.

Quando individui un calciatore interessante, lo visioni per un po’ di tempo, seguendolo durante gli allenamenti e poi in partita e, infine – quando decidi che è arrivato il momento di farti avanti – ti presenti al ragazzo e alla famiglia. Se riesci, prendi informazioni sul fatto che sia seguito o no da qualche agente e – anche se sai che nessun mandato può vincolare un giovane senza contratto – in presenza di colleghi, ti fai da parte. Non insisti, ti presenti e al massimo attendi sviluppi.

Il primo incontro molto spesso avviene dopo un allenamento ma, talvolta, anche dopo una partita di campionato, quasi sempre si cerca un posto tranquillo dove poter parlare finendo così in qualche bar.

Ci sei tu, c’è il ragazzo e c’è il padre. La mamma quasi sempre la conosci in una seconda fase, ed è sempre la conquista più difficile perché, ai suoi occhi, tu sei la persona che le sta portando via dalle braccia il “bambino”. Sempre contraria a soluzioni lontano da casa, ha spesso un peso decisivo nelle scelte del ragazzo.

Tu potresti avere tutti ai tuoi piedi in pochi minuti, se iniziassi a dire che insieme con te il futuro sarà radioso, che con te la promessa sarà in una botte di ferro, che conosci bene Tizio (personaggio noto) e Caio (personaggio ancor più noto), che presto ci sarà l’approdo in una grande squadra, che in quanto a sponsor avranno l’imbarazzo della scelta…

Invece preferisci stare zitto. E quando apri bocca ribadisci che la strada è lunga e i sacrifici da compiere sono tanti.

E riguardano tutti.

Mamme incluse.

Perché spesso non basta essere bravi, occorre anche una buona dose di fortuna. Le probabilità di diventare calciatore sono minime rispetto a quelle di non diventarlo, è un dato di fatto e averne coscienza fin da subito può solo aiutare a concentrarsi sull’obiettivo finale.

Non sveli chissà quale segreto, è solo la realtà. Ma le bugie sono gratis e chi sta dall’altra parte rimane spiazzato da tanta schiettezza.

Primo punto critico dell’incontro.

Perché poco importa spiegare il tuo modo di lavorare, indicare il percorso da seguire se non è questo che interessa a chi ti sta ascoltando. Lo capisci quando, dopo il tuo bel discorsetto, ti viene fatta la classica domanda: “Tu chi hai in Serie A?”

Quando hai iniziato, andare a conquistare un giocatore già fatto e finito era l’ultimo dei tuoi pensieri. Sei agli inizi e ti occupi di giovani. Il tuo obiettivo è seguirli nel percorso che – si spera – nel prossimo futuro riesca a condurli fino alla massima serie. Perciò la speranza è che la tua scuderia sia ricca di promesse. Punto.

Alla domanda rispondi sempre nella stessa maniera e rivolgendoti al calciatore: “Non ho nessuno, ma se seguissi per esempio Marchisio (Milito, De Rossi, Rooney o Buffon dipende dal contesto in cui ti trovi), tu saresti più forte di quello che sei adesso, oppure rimarresti sempre uno che si deve fare un culo così per riuscire ad arrivare?”

Ecco il secondo punto critico dell’incontro.

Il tuo pregio – che in questo ambiente per molti è un difetto – è quello di avere la più ferma intenzione di andare avanti facendo una cosa molto semplice, quanto impopolare: seguire le regole e rispettare le persone che incontri, mettendo in campo competenza e professionalità.

Quest’avventura – o sfida o pazzia, pensatela come volete – è un impegno che hai deciso di portare avanti secondo il tuo modo di pensare. Sai che arrivare dall’esterno e non dal mondo del calcio, non avere giocatori affermati, rende agli occhi degli altri la tua figura meno accattivante. Non prometti niente di più che serietà e impegno: chi capisce il tuo modo di lavorare e si rende conto di quanto sia difficile la strada da percorrere e quanto lavoro ci sia da fare, ti segue – non che la fiducia conquistata sia eterna – per tutti gli altri il mercato mette a disposizione colleghi più potenti (che i ragazzini nemmeno li guardano) e i migliori ciarlatani.

Nel mondo del calcio due più due può fare cinque, talvolta tre, di rado quattro. Questo è il microcosmo in cui devi imparare a muoverti e devi farlo alla svelta. Altrimenti sei spacciato.

Ciò che sai? Non ti scelgono perché a te preferiscono nomi altisonanti, perché dà maggiori garanzie l’avvocato più smaliziato, non ti scelgono perché il Gatto e la Volpe hanno più appeal del Grillo Parlante e chi racconta meglio le frottole a sostenere un esame non ci pensa nemmeno.

Ma il ragazzo che indugia sui due punti critici, quasi sempre, sceglie te.

* dal libro Palle, calci e palloni (s)gonfiati

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