In Egitto e Turchia gli ultras combattono per sopravvivere


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di James M. Dorsey*

In modo analogo ai Fratelli Musulmani, gli ultras in Egitto e Turchia stanno lottando per la sopravvivenza.

In Turchia, dopo la sospensione del derby tra Besiktas e Galatasary in seguito all’invasione di campo dei fan delle due squadre, le forze di polizia hanno perquisito le case di 72 supporter dei tre principali club di Istanbul – Besiktas, Fenerbahce e Galatasaray – arrestandone 72. La Federcalcio turca (Tff) ha punito il Besiktas, obbligando la squadra a giocare le prossime quattro gare interne a porte chiuse.

Gli oppositori del primo ministro Recep Tayyip Erdogan sospettano che il suo Partito di giustizia e sviluppo (Akp), abbia organizzato gli incidenti nel tentativo rafforzare la repressione dei Carsi, il principale gruppo di supporter di Besiktas, che ha giocato un ruolo chiave nelle proteste di massa antigovernative di metà anno. Questi ultimi puntano l’attenzione sulle scarse misure di sicurezza adottate in occasione della partita e sul fatto che un giovane leader dell’Akp si sia vantato su Facebook di avere ottenuto un biglietto gratis per il derby Besiktas-Galatasary e di essere stato uno dei primi a invadere il campo.

Inoltre il giornalista turco Mehmet Baransu ha documentato i legami tra l’Akp e i “1453 Kartallari” (Aquile 1453), un gruppo di supporter del Besiktas di stampo conservatore e rivale dei Carsi, chiamato così in ricordo dell’anno in cui il sultano ottomano Fatih il Conquistatore sottrasse Constantinopoli ai bizantini. Stando ad alcune testimonianze, nel corso dell’invasione di campo alcuni membri dei 1453 hanno gridato “Dio è grande” e attaccato i supporter Carsi.

L’incidente ha rafforzato la posizione del governo nell’ambito della disputa con la Fifa, l’organo di governo del calcio mondiale, e la Uefa, l’organismo europeo, in merito alla decisione di rimpiazzare, all’interno degli stadi, le guardie di sicurezza private con le forze di polizia ordinarie. La Fifa e la Uefa sono per principio a favore di una presenza di basso profilo della polizia nelle strutture sportive. Ma la decisione fa parte di di un tentativo da parte di Erdogan per mettere sotto controllo e depoliticizzare il calcio turco e criminalizzare i gruppi ultras in risposta al ruolo chiave recitato da questi ultimi nelle proteste di massa del giugno scorso. I Carsi hanno guidato l’unificazione dei gruppi ultras rivali di Istanbul, che hanno così costituito la prima linea negli scontri con la polizia.

Da quel momento il governo ha messo al bando gli slogan politici durante le partite e si è impegnato a tenere sotto controllo la comunicazione dei gruppi più attivi. Inoltre sta rafforzando i test anti-alcol in occasione delle gare e ha chiesto ai club di obbligare gli spettatori a firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare il divieto prima di entrare nello stadio.

Gli ultras hanno sfidato il divieto intonando durante le partite il coro “Taksim è dovunque, la resistenza è dovunque”, in riferimento alla piazza simbolo di Istanbul Taksim, che era diventata l’epicentro delle proteste iniziate con il piano di trasformare Gezi Park – che si affaccia sulla piazza – in un centro commerciale.

Rafforzando la campagna del governo, il presidente del Besiktas Fikret Orman ha criticato il comportamento della ditta di sicurezza privata noleggiata per dieci partite all’Ataturk Olympic Stadium di Istanbul, in quanto la struttura di proprietà del club è in ristrutturazione: “Le forze di sicurezza private non scappano davanti ai tifosi, li inseguono. Quello di cui siamo stati testimoni è stata una farsa”, ha dichiarato Orman, aggiungendo che i tifosi sono entrati nello stadio senza biglietto. Si ritiene che circa 10mila supporter siano entrati illegalmente nello stadio già pieno.

Il funzionario del ministero dello Sport e della Gioventù Mehmet Baykan ha dichiarato che “tre punti di ingresso sono stati violati, ed è stata interrotta la fornitura elettrica di tre tornelli e di otto macchine per la lettura dei biglietti. Sono state fermate 65 persone fornite di attrezzi adatti a tagliare i cavi”.

(…)

Intanto in Egitto

In modo analogo, le autorità egiziane stanno discutendo la strategia da adottare nei confronti degli ultras locali, che hanno giocato un ruolo decisivo nel rovesciamento del presidente Hosni Mubarak, nel 2011, così come nelle proteste post-Mubarak contro l’esercito. Il quotidiano Al-Ahram, vicino al regime, e per lungo tempo portavoce del governo, di recente si è chiesto: “Ora che hanno superato la linea rossa, agli ultras sarà mostrato il cartellino rosso? Si stanno scavando da soli la propria fossa? Gli ultras dei potenti club calcistici egiziani Ahli e Zamalek sono diventati un fenomeno pericoloso… In questi giorni gli ultras sono un simbolo di distruzione, attaccano l’opposizione e talvolta i loro stessi alleati”.

L’attenzione del quotidiano sugli ultras fa seguito a una serie di di incidenti in cui i supporter degli storici club del Cairo Al Ahli SC e Al Zamalek SC hanno attaccato i membri e i giocatori delle rispettive squadre, chiedendo le dimissioni dei dirigenti. Il presidente dello Zamalek Mamdouh Abbas ha respinto la richiesta di lasciare l’incarico, affermando di essere disposto a lasciarlo solo qualora il club adotti una mozione di sfiducia, è non in risposta al “terrore degli ultras”. Abbas ha chiesto al governo sostenuto dai militari di prendere iniziative contro gli Ultras White Knights (UWK), il gruppo militante di sostegno dello Zamalek, che ha denunciato come terroristi sportivi.

La scorsa settimana migliaia di fan dello Zamalek hanno celebrato il funerale di uno dei propri membri ucciso dalle forze di sicurezza mentre tentava di assaltare la sede del club. Il tentativo è avvenuto dopo che la sconfitta dello Zamalek in una gara della Champions League africana contro i rivali dell’Al Ahli. “Era impossibile che i dirigenti del club potessero andarsene in tranquillità, dopo che il sangue dei tifosi era stato versato”, ha dichiarato l’UWK in un comunicato. Al tempo stesso si erano deteriorate i rapporti tra gli Ultras Ahlawy, il gruppo di supporter dell’Al Ahli, e i giocatori, che avevano respinto i gesti di riconciliazione da parte dei fan.

I rapporti tra ultras e calciatori sono da tempo tesi in quanto gli ultras li vedono come mercenari, disposti a giocare per il club che li paga meglio, e risentono anche del fatto che, nel migliore dei casi, (i calciatori) sono rimasti indifferenti in occasione delle proteste anti-Mubarak, in considerazione dei privilegi che il regime garantiva loro. Cinque giocatori dell’Ahli – Ahmed Fathi, Sherif Ikrami, Abdallah Al-Said, Shehab Ahmed e Sherif Abdel-Fadil — di recente hanno lanciato una campagna contro gli ultras, in seguito al fallito tentativo fatto in passato per attenuare la militanza dei fan. Le relazioni sono migliorate per un breve periodo lo scorso anno, dopo che 74 tifosi dell’Ahli morirono negli scontri di natura politica scoppiati nello stadio di Port Said. L’attuale campagna dei calciatori ritrae gli ultras come una minaccia per la propria sicurezza.

I giocatori, così come i dirigenti del club, affermano che la militanza degli ultras li sta danneggiando economicamente in un momento in cui i club si trovano a in difficoltà finanziarie in conseguenza della riduzione degli sponsor, della pubblicità e dalla vendita dei biglietti, in quanto le partite sono state sospese per gran parte degli ultimi tre anni, a partire dallo scoppio delle proteste anti-Mubarak. Le gare professionistiche dovrebbero riprendere in questo mese.

In un attacco frontale agli ultras, che li colpisce nell’orgoglio per quanto riguarda l’indipendenza finanziaria, i funzionari dell’Al Ahli  e dello Zamalek hanno lasciato intendere che (gli ultras) vengono finanziati da parti terze e li hanno sfidati a rendere pubbliche le proprie fonti di finanziamento. “Adesso non ci lanciano contro solo i fuochi d’artificio, ma anche le pallottole. Non spendono più i soldi per i biglietti, ma per distruggere il club” , ha dichiarato Abbas. Al Ahram ha sottolineato che gli ultras “spendono molti soldi per i viaggi, comprare biglietti, petardi e altro materiale per sostenere le squadre. La loro provenienza sociale non sembra consentirgli di avere tutto quel denaro a disposizione. Il loro introito principale viene dalla vendita di magliette”.

Il generale Talaat Tantawi, un ufficiale dell’esercito a riposo convertitosi in consigliere per la sicurezza, ha denunciato che gli ultras – in maniera molto simile ai loro omologhi in Argentina – vengono manipolati da gruppi intenzionati a sfruttare la loro popolarità.  “E’ talmente facile infiltrarsi in questi gruppi e strumentalizzare il loro entusiasmo e la loro giovane età. Sono diventati dei facili obiettivi per raggiungere i fini politici e allontanarli dalla loro visione e missione principale, che è quella di sostenere lo sport. Altri sono entrati a farne parte e sono diventati Ultras e stanno agendo nella maniera che vediamo”, ha dichiarato Tantawi. Il tutto ignorando il fatto che gli ultras si sono politicizzati e forgiati durante anni di scontri con le forze di sicurezza durante l’era Mubarak.

* articolo integrale in inglese pubblicato su The Turbulent World of Middle East Soccer

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