Il calcio non è entertainment. Tifa per la squadra della tua città


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Alessandro Bezzi per mondocalcio.wordpress.com

Il pezzo di Christopher Harris si presenta da solo: “Perché tifare la squadra della propria città è fuori moda”. In sostanza, al tempo della globalizzazione, sostenere la squadra locale sarebbe insensato se non addirittura antistorico. Una riflessione che forse può andar bene per lo sport statunitense, ma che mi pare inapplicabile al contesto europeo. Negli Usa il confine tra entertainment e sport è molto più labile; e una franchigia della NBA, per capirci, può “migrare” da una città all’altra in base ad un criterio economico, senza valutare troppo il legame identitario.

Il calcio è un prodotto in vendita sul mercato globale, lo sappiamo tutti; ed è logico che i grandi club, sempre più simili a multinazionali, facciano tournee negli States per conquistare nuove fette di mercato per dirette tv e merchandising.

Per Harris, questi sono “tifosi”, come si capisce quando parla del Manchester (“Si stima che abbia oltre 330 milioni di tifosi in tutto il mondo”); a me sembrano più dei consumatori di un prodotto in offerta speciale al supermercato. Una domanda di Harris (“Perché andare a vedere un calcio inferiore giocato dalla squadra della tua città quando sul tuo televisore puoi vedere il meglio del meglio da tutto il mondo?”) evidenzia proprio questa visione dello sport. Da spettatore, non da tifoso.

Certo, tutti siamo “consumatori di calcio”, il problema è che questa visione, dominante, considera solo la propensione al consumo e ignora totalmente la passione. In Inghilterra è stata la politica dei prezzi a cacciare la working class dagli stadi in nome di un nuovo target di pubblico, le famiglie. Meno numeroso, colorato e appassionato, ma più tranquillo. E soprattutto molto più propenso a comperare gadget e merchandising vario.

Se volete conoscere un vero tifoso dello United, non andate negli Usa. E neanche all’Old Trafford; andate in qualche campo sperduto nella brughiera, a vedere il Fcum, fondato dai tifosi dello United dopo l’arrivo della nuova proprietà. Sentendosi scippati del loro club, ne hanno fatto una versione autofinanziata ed autogestita; il sabato sono sulle gradinate di uno stadio di VII divisione, mentre il martedì sera si sgolano alla tv guardandosi lo United in Champion’s.

La situazione italiana la conosciamo bene; eccetto che nelle grandi città, che esprimono bacini di pubblico importanti, gran parte dei tifosi si dichiara juventina, milanista o interista. Un peccato, a mio modo di vedere, perché riduce anche le speranze di far nascere un forte sentimento identitario locale; peraltro, drenando risorse economiche da Sud al Nord, come tristemente avviene da sempre. Accade così che l’emigrato meridionale a Milano si trovi a fare cori contro i napoletani. O che l’operaio Fiat di Termini Imerese si trovi a tifare juventus, di fatto pagando il suo divertimento allo stesso Agnelli per cui lavora. Se avessimo una cultura calcistica più radicata nel territorio magari faremmo invece come nelle piccole città inglesi; si va a vedere la squadra locale e si “tifa” per una grande squadra di Premier alla tv.

Harris ha ragione: “Le fedi locali decrescono mentre la globalizzazione si espande sempre di più“; e globalizzazione significa anche omologazione culturale, verso abitudini, modelli e squadre considerate di successo.  Ovviamente, si è liberi di tifare una squadra di un’altra città, o di un altro Paese, ed esultare per i suoi trionfi. È certamente più facile: il calcio è un prodotto globale, dove la squadra che vanta il magnate più ricco può comprarsi i migliori giocatori, bambini viziati e lavoratori high skilled al tempo stesso. Imprenditori che non hanno alcun legame con una città che comprano talentuosi calciatori di tutto il mondo: è la globalizzazione, baby.

In tutto questo, l’unico fattore identitario possono essere i tifosi. Gli scudetti del Napoli di Maradona, come racconta Galeano, furono anche il gioioso esplodere di un orgoglio meridionale fino ad allora addormentato; la più bella coreografia che ricordo è in Fiorentina – Juventus del 1991, con il Duomo e Ponte Vecchio a ricordare a Baggio cosa si fosse lasciato alle spalle.

Tifare per la squadra della propria città significa sentirsi parte di una comunità, ed essere orgogliosi delle proprie radici. Non è obbligatorio, ma se il calcio vuole rimanere uno sport e non diventare definitivamente uno show, almeno i tifosi devono continuare ad essere veri.

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8 risposte a Il calcio non è entertainment. Tifa per la squadra della tua città

  1. Luca Stigliani ha detto:

    Ciò che c’è scritto in questo post è un vangelo.
    è quello che ho pensato (e commentato) appena letto l’articolo di Harris. Qui non siamo negli States!
    Complimenti per l’articolo!

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  2. rinomarinelli ha detto:

    Reblogged this on pellegrino e il lupo and commented:
    Verissimo.
    “Tifare per la squadra della propria città significa sentirsi parte di una comunità, ed essere orgogliosi delle proprie radici.”

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  3. casciavitfc ha detto:

    L’ha ribloggato su Casciavit FCe ha commentato:
    Support your local football team

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  4. giuseppe ha detto:

    il calcio non è entertainment per chi lo pratica …….ma per chi lo guarda si…

    Questo articolo è veramente penoso nella sua semplificazione e demagogia estrema, il calcio è uno sport per chi lo pratica , per gli undici che stanno in campo, sport appunto non appartenenza ad una maglia o ad una tifoseria, ma al calcio in se….ovvero giocare al meglio lottare fare sacrifici e se possibile divertirsi….la cosa penosa ripeto è pensare e scrivere come se i veri attori dello sport( appunto) calcio siano i tifosi , ovvero nell’accezione ultras, i tifosi che vanno allo stadio.

    I tifosi sono esclusivamente fruitori dello sport altrui, appassionati si , coinvolti a livello mentale va bene pure, ma farli assurgere al ruolo di protagonisti mi sembra veramente la cosa più fuorviante che si possa fare, ovvero la cosa che nel 90 per cento dei casi, determina i comportamenti violenti, la spersonalizzazione totalitaria che il tifo ha nei confronti soprattutto dei giovani

    Poi portare come esempio Osvaldo Soriano che da argentino e quindi coinvolto personalmente, reagala poesia ad un evento come lo scudetto del napoli è ancora più fuorviante e demagogico…..gli scrittori sudamericani nonostante le loro estrazioni territoriali hanno regalato pagine meravigliose soprattutto quando narravano di giocatori e partite lontane dalla loro fede calcistica e dal loro territorio natio, ricordandoci ciò che nn dovremmo mai dimenticare , cioè che il calcio e lo sport in generale per chi lo guarda , ovvero per il suo fruitore finale è un momento di spettacolo di gioia fanciullesca e di pura bellezza, tutte cose da nn confondere con sentimenti di divisione e di odio come il nazionalismo , il territorialismo e ammennicoli vari…..grazie

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  5. giuseppe ha detto:

    tra l’altro fare una divisione nel pubblico calcistico tra classi disagiate e famiglie denota una retorica pseudo proletaristica veramente fuori tempo massimo…cosa c’è di più vicino alla passione di un bambino allo stadio che chiede al padre una maglietta del suo idolo? eh no ! secondo l’autore dell’articolo il tifoso vero è quello che va allo stadio a bruciare fumogeni a picchiarsi a inveire contro gli avversari e i suoi giocatori….quello che va a sfogare la sua frustrazione proletaria la domenica…..aiutando cosi lo status quo a rimanere al suo posto , facendo cosi del calcio la valvola di sfogo della povertà e dei problemi….ovvero ciò che ha creato la violenza negli stadi e l’utilizzo del calcio da parte delle classi dominanti…..chiudo qui perché sarebbe troppo lungo….

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    • redazione ha detto:

      Di articoli sul tema “local team”, pro e contro, ne stiamo pubblicando diversi, e i commenti non mancano. Bene. In fondo l’intenzione era proprio questa: aprire un dibattito su un tema sentito e che divide. Personalmente credo che chiunque, a un certo punto della propria vita (in genere tardi, non certo durante l’infanzia), si interroga sul “senso” del proprio tifo, e una risposta se la dà. Di questo vorremmo ragionare, non di altro. Non c’è l’intenzione di sostenere una posizione a discapito di un’altra, di stabilire chi fa bene e chi sbaglia. Forse qualcuno (specie nel filone di pensiero “supportyourlocalteam”) lo fa. Non noi. Non ci piacciono gli integralismi, tantomeno se si parla di calcio. Ognuno guarda al pallone come vuole, ci vede quello che vuole, gli attribuisce il significato che vuole.

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  6. Nic ha detto:

    Forse in quest’articolo si generalizza un po’ troppo, ma fondamentalmente mi trovo d’accordo con tutti i concetti espressi

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  7. Pier ha detto:

    Quello che scrive l’autore “Se avessimo una cultura calcistica più radicata nel territorio magari faremmo invece come nelle piccole città inglesi; si va a vedere la squadra locale e si “tifa” per una grande squadra di Premier alla tv” in realtà accadeva anche in Italia, prima dell’arrivo della maledetta paytv. Perfino al mio paese a guardare la terza categoria c’erano cento persone (con la radiolina alle orecchie ovviamente). L’ingombranza della tv ha rovinato il calcio, l’unica strada per preservarlo è quella intrapresa dai tifosi dello united.

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