Fair Play finanziario. E se fosse solo un modo per favorire i grandi club?


uefa-platini

Piergiuseppe Mulas per mondocalcio.wordpress.com

Dopo la finale di Supercoppa europea[1], Mourinho ha tirato in ballo il fair-play finanziario, accusando l’Uefa di “doppiopesismo”:

“Ci sono società per le quali il fair-play non entrerà mai in vigore o che pensano di poterlo ignorare visto che continuano a spendere somme incredibili”.

E se il fatto che queste parole provengano dall’allenatore della squadra che vede al vertice un certo Roman Abramovich può far sorridere, non si può certo negare che le parole di Mourinho non siano condivise da un numero crescente di addetti ai lavori e semplici tifosi, soprattutto dopo aver assistito in estate alle campagne acquisti faraoniche di Real Madrid, Monaco e Paris Saint Germain.

Ma cosa imporrebbero, di preciso, queste regole che l’Uefa sostiene, pomposamente, di aver varato “per il benessere generale del calcio”[2]?

Innanzitutto diamo uno sguardo a quelli che sono gli obiettivi che l’Uefa si propone di raggiungere attraverso l’adozione del fair-play finanziario. Tralasciamo quelli del punto uno del documento, che non riguardano aspetti di ordine strettamente finanziario, per concentrarci sul punto due[3]. L’Uefa si propone dunque di:

a)     migliorare le capacità economiche e finanziarie dei club, incrementando la trasparenza e la credibilità;

b)     riconoscere la necessaria importanza alla protezione dei creditori e assicurare che i club saldino puntualmente i propri debiti con calciatori, autorità fiscali e altri club;

c)     introdurre più razionalità e disciplina nella gestione finanziaria dei club;

d)     incoraggiare i club ad operare nel limite dei loro ricavi;

e)     incoraggiare un modo di spendere più responsabile per il bene del calcio nel lungo periodo;

f)      proteggere nel lungo periodo la sopravvivenza e sostenibilità del calcio europeo.

Per arrivare a realizzare questi obiettivi l’Uefa richiede che i club soddisfino certi criteri, i quali sono propedeutici al rilascio della licenza, indispensabile per l’accesso alle competizioni europee. Questi criteri sono di vario ordine e richiedono che siano rispettati degli standard minimi concernenti i settori giovanili, le infrastrutture, il personale medico, tecnico e amministrativo e ovviamente i famosi “conti in ordine”. In cosa consistano questi famosi conti in ordine è risaputo: i club devono essere in grado di far fronte alle proprie spese esclusivamente facendo conto sulle entrate “correnti”, vale a dire vendita dei biglietti, sponsorizzazioni, diritti tv, surplus dalla compravendita di giocatori. Non possono però coprire i disavanzi della gestione corrente attraverso ricapitalizzazioni dei proprietari. Niente più magnati, tycoon o semplici presidenti pazzi che investono milioni a fondo perduto nel calcio.

O almeno così sulla carta. Già, perché fatta la legge trovato l’inganno. Gli emiri proprietari di Manchester City e Paris Saint Germain hanno infatti escogitato immediatamente il modo di aggirare la legge sottoscrivendo in prima persona sponsorizzazioni milionarie, facendo così passare degli aumenti di capitale come entrate correnti. Da qui nascono le lamentele di Mourinho e non solo, visto che alla prova dei fatti il financial fair-play si è dimostrato un’arma spuntata.

Il fatto che i massimi vertici Uefa si ostinino a imporlo, nonostante la sua credibilità sia durata meno dell’imbattibilità di Neto, ci spinge a chiederci se il motivo reale di tanto pervicacia non sia quello sbandierato ai quattro venti di rendere più equilibrate e appassionanti le competizioni ma qualcos’altro. Se mettiamo da parte quello che è il messaggio veicolato dal mass media e ci concentriamo sui documenti ufficiali dell’Uefa forse potremmo ipotizzare una risposta.

Se infatti diamo un’altra occhiata agli obiettivi sopra esposti ci accorgeremo che in nessun punto l’Uefa dichiara di voler in qualche modo rendere più equilibrato, o anche solo meno sperequato economicamente, il calcio. Vi è solo, alla lettera f), un vago e generico richiamo alla sopravvivenza e sostenibilità del calcio; frase che di per sé non dice nulla, infatti quale tifoso di calcio, anche senza essere un alto dirigente europeo, non si augura che il calcio sopravviva?

Non è che questo obiettivo viene perseguito a discapito proprio della competizione più vera? Se si impedisce ai club medio-piccoli di indebitarsi per competere in sostanza si cristallizzano le differenze di un dato momento storico senza più possibilità di invertire i rapporti di forza. Nel calcio le entrate correnti dipendono strettamente dai risultati: le squadre che vincono di più hanno naturalmente più tifosi e si garantiscono maggiori entrate.  Il fair-play finanziario in sostanza stabilisce che per investire e costruire una grande squadra bisogna essere già una grande squadra. Una curiosa variante del comma 22: per diventare grandi bisogna investire, ma se si è piccoli non si può investire.

Oltretutto non capiamo in base a quale mandato istituzionale l’Uefa si ponga l’obiettivo di garantire i creditori. Ma non ci dovrebbe pensare il mercato? O le banche non sono in grado da sé di capire che le garanzie che un club di calcio può fornire sono quanto di più esile vi sia? Insomma, le regole Uefa appaiono come un misto di paternalismo e di “classismo calcistico”.

Sia ben chiaro che ci rendiamo conto che il problema dell’eccessivo indebitamento dei club è reale e rischia di creare problemi seri al mondo del calcio. Non crediamo però che le soluzioni approntate dall’Uefa siano idonee. Una soluzione molto più appropriata sarebbe quella di istituire, sul modello dell’NBA, una sorta di salary cap a livello europeo, in modo da agire sul lato della spesa per stipendi, che costituisce il grosso delle uscite dei club, salvaguardando la possibilità di tutti di provare a costruire squadre competitive, riequilibrando i rapporti di forza e impedendo eccessive esposizioni.

Perché questa ipotesi non è stata presa neanche in considerazione? Ci pare chiaro che i grossi club si opporrebbero, per loro è molto più vantaggioso strozzare la concorrenza sul nascere, creando di fatto un oligopolio legale.

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Una risposta a Fair Play finanziario. E se fosse solo un modo per favorire i grandi club?

  1. Anonimo ha detto:

    Giusto, le soluzioni come il salary cap ecc ci sarebbero!!

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