Bardasci uruguagi, quel filo rosso(verde) che lega la Ternana all’Uruguay


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Massimo Sorci per mondocalcio.wordpress.com

La bandiera dell’Uruguay ha come stemma un bel sole stampato. È un sole d’oro che scalda solo a guardarlo, elementare, integro, che pare venire da un altro mondo. Occupa un quadrato bianco, in alto a sinistra, e osserva benevolo le strisce celesti che completano il vessillo. L’effetto finale è un gran cielo australe limpido, spazzato da un vento secco carico di promesse. Quel sole rappresenta Inti, il dio degli Inca. E si chiama “Sol de Mayo”, sole di maggio. Un mese – maggio – caro ai ternani per tutta una serie di ragioni su cui è inutile dilungarsi.

Ecco, la prima cosa che ho pensato appena ho visto la foto di Felipe Nicolas Avenatti, con quel suo sorrisone da bambino del 1993 su due metri di ossa e muscoli cresciuti all’improvviso, è stato proprio il sole giallo della bandiera dell’Uruguay. Integro ed elementare. E carico di promesse. La serie A? Non lo so. Un bel campionato da ricordare, questo sì che mi piacerebbe. Perché il Sud America, e i suoi cieli capovolti, i sogni li sa cullare.

È una faccenda non soltanto geografica. L’Uruguay – così come l’Argentina – è l’altrove, il nostro West. Ci scappavano gli italiani in cerca di fortuna. Da tutte le regioni. In Liguria per esempio c’è una valle mezzo sudamericana – la Val di Vara – dove si sono specializzati nella preparazione dell’asado, un piatto che non appartiene propriamente alla cucina ligure. È un arrosto di vitello che gli emigrati (ora tornati) hanno imparato a cucinare laggiù. E poi tutti quei cognomi uruguayani che sembra di stare a leggere l’elenco telefonico di una qualsiasi città italiana. Pure Avenatti. Pure Falletti, l’altro ragazzino dal sorriso integro ed elementare che quest’anno indossa il rossoverde.

La cosa che un po’ preoccupa – però – è che gli uruguagi sono esagerati. O tutto bene o tutto male. Prendete i calciatori che sono stati a Genova, sponda rossoblù. Per un Pato Aguilera che rifila due pappini al Liverpool nel 1992 c’è un Josè Perdomo di cui Boskov, indimenticato mister della Samp dello scudetto, una volta disse: “Se io sciolgo mio cane, lui gioca meglio”. C’è comunque una bella tradizione di campioni nella Celeste. Che non sono argentini e non sono brasiliani, ma hanno – quelli forti – la tenacia dei primi e il guizzo dei secondi. Lasciate stare Edinson Cavani – troppo facile parlarne – e pensate a Enzo Francescoli che ha giocato anche a Cagliari e a Torino a inizio anni 90. Classe pura. Oppure andate a scomodare la storia. Sì, perché l’Uruguay è la storia del calcio. La prima Coppa Rimet si disputò lì nel 1930 e la vinsero proprio loro con Josè Andrade, la maravilla negra, e Hèctor Scarone, ligure d’Uruguay pure lui.

A Terni tutti sperano che i due bardasci uruguagi siano della schiatta dei Francescoli e non dei Perdomo. Che abbiano – per dirla à la Paolo Conte – “la genialità di uno Schiaffino” e che godano della protezione del dio Inti. Anche perché, a pensarci bene, il “Sol de Mayo” non stonerebbe per niente sulla bandiera rossoverde di un’eventuale promozione in serie A.

 

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