Repressione in Turchia, nuove leggi contro studenti e ultras


di James M. Dorsey*

Il governo turco del premier Recep Tayyip Erdogan ha annunciato una serie di provvedimenti per evitare che stadi e campus universitari si trasformino in importanti luoghi di protesta, ora che la stagione calcistica e l’anno accademico sono cominciati. Con questa iniziativa, Erdogan sta seguendo l’esempio dell’uomo forte dell’esercito egiziano, il generale Abdel Fattah Al-Sisi, e di altri autocrati arabi che demonizzano i loro oppositori bollandoli come terroristi.

In una serie di recenti dichiarazioni dirette a studenti e ultrà, che a giugno hanno avuto un ruolo decisivo nelle proteste di massa di Gezi Park, il governo ha detto che intendeva sostituire le forze di sicurezza privata in servizio negli stadi e nei campus con le forze di polizia; che durante le partite saranno vietati i cori di slogan politici; che obbligherà i club a strappare agli spettatori la promessa solenne di rispettare il divieto prima di vedere una partita; e che saranno annullate le borse di studio per gli studenti che abbiano partecipato alle proteste antigovernative.

Il governo ha detto che poliziotti in borghese si mescoleranno agli ultrà durante le partite e che le loro attività sui social media saranno monitorate. È stato anche impresso un giro di vite al consumo di alcolici negli stadi.

Gli annunci sono stati accompagnati dalle dichiarazioni a muso duro di Erdogan, del suo vice Bulent Arinc e del ministro dello Sport Suat Kilic, oltre che da un video diffuso dall’ufficio Antiterrorismo e dalla polizia in cui si avverte che le proteste sono il primo passo verso il terrorismo.

Il video di 55 secondi, che mostra una giovane dimostrante donna trasformarsi in kamikaze, metteva in guardia il pubblico: “I nostri giovani, che sono la garanzia del nostro futuro, possono cominciare con piccole dimostrazioni di resistenza che sembrano innocenti e, dopo un breve lasso di tempo, impegnarsi senza battere ciglio in azioni che potrebbero togliere la vita a dozzine di persone innocenti”. Per tutta la durata del video, campeggiavano in bella vista le parole: “Prima che sia troppo tardi”.

Il video era successivo all’incriminazione di 20 membri dei Carsi, la tifoseria dello storico club di Istanbul Besiktas JC che ha un largo seguito in tutto il paese, con l’accusa di appartenere a un’organizzazione illegale. I Carsi hanno guidato le proteste di massa antigovernative di giugno, innescate da una brutale repressione ad opera della polizia degli ambientalisti che si battevano contro la demolizione del Gezi Park per far posto a un centro commerciale nella piazza simbolo di Istanbul, Taksim. I Carsi hanno condotto la protesta insieme ai supporter dei due acerrimi rivali del Besiktas a Istanbul, il Fenerbache FC e il Galatasaray FC.

I provvedimenti del governo fanno parte di una battaglia per gli spazi pubblici in corso in Turchia. Dopo il divieto di manifestazione in piazza Taksim emesso ai primi di luglio, le proteste si sono spostate nei parchi di quartiere in tutta la città. A Besiktas, nell’Abbasaga Park statue di importanti politici, giornalisti e scrittori turchi con indosso maschere antigas guardavano dall’alto in basso le assemblee notturne stile Hyde Park.

“Taksim è ovunque, la resistenza è ovunque”, era il motto di quelle riunioni notturne. Il tono sotteso era qualcosa di simile alla rottura della muraglia di terrore nel mondo arabo. Uniti dal desidero di maggiore libertà, i contestatori, con visioni del mondo e percorsi di vita diversi, hanno messo in scena attraverso canti, giochi e performance artistiche, una satira del potere condita di humour. I membri dei Carsi, con addosso la divisa bianconera del loro club, spesso moderavano i dibattiti. Affermavano insistentemente che la loro unica ideologia era l’opposizione alla repressione e all’ineguaglianza, citando lo slogan del gruppo: “Carsi, her şeye karşı!” (I Carsi sono contro tutto!).

Le affermazioni dei Carsi in Abbasaga Park come le rivendicazioni dei contestatori in qualsiasi altro parco rappresentavano una critica alla definizione, elaborata dal governo cittadino, di chi fosse titolato a fruire degli spazi pubblici. A una cerimonia per celebrare la riapertura del Gezi Park nei primi di luglio, il governatore di Istanbul Huseyin Avnni Mutlu ha reso noto che le proteste non sarebbero state tollerate.

“Invitiamo la nostra gente, il nostro popolo, i nostri bambini, gli anziani e le famiglie a visitare il parco”, ha detto Mutlu. Il suo messaggio implicito era che le famiglie fossero il solo nucleo sociale titolato a rivendicare gli spazi pubblici, e non i sottogruppi come i gay, che si erano frequentemente riuniti nel parco prima delle proteste. “Se certi gruppi affermano di essere la collettività e sostengono che ‘Questo parco ci appartiene, siamo noi i proprietari di questo parco’, noi non glielo lasceremo”, ha detto Mutlu.

Nell’ultimissima raffica di dichiarazioni governative, il vice premier Arinc ha detto che i provvedimenti erano una risposta alla voce che ultrà e studenti stavano programmando proteste di massa per settembre. Erdogan ha avvertito che ogni protesta sarà contrastata dalla polizia con quelli che ha definito i mezzi necessari. Kilic è andato oltre minacciando che “coloro che politicizzano lo stadio ne pagheranno il prezzo”.

Il ministro dello Sport ha aggiunto: “Se alcuni gruppi proveranno a infiltrare le tifoserie, farebbero bene a sapere che la Turchia non è una repubblica delle banane. Abbiamo combattuto il terrorismo per trent’anni. E siamo capaci di gestirlo. Non voglio sembrare minaccioso, ma dovreste sapere che non vale la pena mettere a rischio voi stessi e la vostra squadra. Tutti devono sapere che le norme saranno rafforzate. Spero che nessuno si faccia male, ma può succedere. Faccio notare che negli stadi ci sarà il monitoraggio elettronico. Rappresentanti del ministero saranno presenti negli stadi a guardare la partita, e stiamo introducendo i biglietti elettronici per monitorare i posti a sedere di ciascun tifoso”.

Il ministro ha avuto un messaggio analogo per gli studenti. “Possono provare a portare le proteste di Gezi nelle università. Ma le persone non dovrebbero rovinarsi la vita, non dovrebbero avere precedenti penali”, ha detto, con un capovolgimento ironico, visto che la Turchia, con la sua storia di golpe militari e la repressione dei media del governo Erdogan, ha schiere di intellettuali e giornalisti schedati dalla polizia. Tra i quali c’è Erdogan stesso, che ha trascorso quattro mesi in carcere per aver declamato una controversa poesia.

Il giornalista Bural Bekdil ha raccontato che Şamil Tayyar, deputato del partito di Erdogan al potere, Giustizia e Sviluppo, ha proposto al governo di punire il Besiktas se i suoi tifosi dovessero disobbedire al divieto di slogan politici confiscandogli lo stadio per trasformarlo in un parco. In alternativa, ha detto Bekdil, il governo potrebbe seguire il modello “noleggia-un-tifoso” dell’ultimo dittatore nordcoreano Kim Jong-Il. Kim ha pagato attori cinesi per farli assistere alle partite della Corea del Nord durante la Coppa del Mondo in Sudafrica del 2010. “Il Signor Kim aveva ragione. Quando non puoi conquistare i cuori e le menti, puoi sempre noleggiarli”, ha scritto Bekdil.

La linea del fronte in Turchia è tracciata in vari modi. La scorsa settimana, durante un’intervista televisiva, Erdogan è scoppiato in lacrime mentre veniva trasmesso un video con il testo di una lettera che il leader dei Fratelli musulmani Mohammed el-Beltagy, detenuto in carcere, ha scritto alla figlia 17enne, rimasta uccisa in piazza Raba’a al Adawiya al Cairo durante lo sgombero dei sit-in effettuato dalle forze di sicurezza ai primi di questo mese. “Credo che sia stata leale nella tua promessa a Dio, e Lui lo è stato con te. Altrimenti, non ti avrebbe chiamato accanto a Lui prima di me”, ha scritto el-Beltagy, che non ha potuto partecipare al funerale della figlia. Erdogan ha detto che gli ricordava i suoi figli, che si lamentavano del fatto che non avesse tempo da spendere con loro.

In realtà, molti turchi condividono i sentimenti di Erdogan, che si è rivelato uno dei critici più spietati del colpo di stato e della repressione dell’esercito egiziano. Sulla stessa linea del premier è il centrocampista e capitano della nazionale di calcio Emre Belozoglu che, dopo avere segnato col Fenerbache nel match inaugurale della stagione, ha fatto il saluto di Raba’a mostrando le quattro dita, saluto diventato simbolo di piazza Raba’a al Adawiya.

Tuttavia Erdogan si è rifiutato di esprimere analoghe emozioni per Ali Ismail Korkmaz, un manifestante di Eskisehir che il 2 giugno era stato malmenato da tizi che dicevano di stare cooperando con la polizia e preso parecchie volte a calci in testa da un poliziotto. Korkmaz è morto l’8 luglio per un’emorragia cerebrale. Il suo calvario è documentato in un video divulgato dal giornale Radikal.

Il linguaggio tosto del governo prosegue sulla strada del pugno di ferro, benché in questo senso i tentativi di spegnere ulteriori proteste stiano fallendo. Anzi, potrebbero alimentarle ancora di più. I tifosi del Fenerbache hanno ricordato al governo che la battaglia non è finita e potrebbero averla appena incominciata quando, durante un match contro il Salisburgo, hanno cantato in coro: “Dappertutto è piazza Taksim! Dappertutto è resistenza!” e reclamato le dimissioni di Erdogan. E recentemente, durante una partita, i supporter del Genclerbirligi FC di Ankara hanno tentato di aggirare il divieto di cantare “slogan politici”.

In un articolo sul sito di notizie T24, il giornalista sportivo Gulengul Altinsay ha accusato il governo di stare introducendo la legge marziale negli stadi. Rivolgendosi al governo, Altinsay ha suggerito: “Già che siamo, perché non indicare in un manifesto dello stato d’emergenza quali slogan sono consentiti. Se questo non funziona, si possono sempre riempire gli stadi con i manichini. Non c’è niente da fare, questa nazione usa il cervello solo quando è ridotta al silenzio”.

Con un altro capovolgimento ironico, il governo teme che proprio uno stadio di Istanbul intitolato a Erdogan possa diventare un punto essenziale della protesta. È lì che il Besiktas giocherà le partite casalinghe nella prossima stagione finché il suo terreno di gioco non sarà ristrutturato.

La questione non è meramente simbolica. Le elezioni municipali del prossimo marzo a Istanbul si preparano ad essere un banco di prova per le ambizioni di Erdogan di barattare la presidenza del Consiglio per quella della Repubblica dopo le prossime elezioni politiche.

“Se Erdogan perde Istanbul, la sua base di consenso potrebbe cominciare a sfilacciarsi. Ecco perché sta trasformando gli stadi in stati di polizia. Lo sport è diventato il campo di battaglia principale. Besiktas è il luogo in cui si decidono le sorti del conflitto. Erdogan sta mettendo il presidente del Besiktas Fikret Orman contro i Carsi, che lo hanno fatto eleggere. È la stessa strategia che ha usato con i media, sfruttando la loro vulnerabilità finanziaria”, ha detto un influente analista politico.

* Pubblicato su The Turbulent World of Middle East Soccer il 27 agosto 2013 – Traduzione di Luca de Luca 

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