Il vichingo che stregò la Dea. La storia del pazzo amore tra Stromberg e l’Atalanta


fonte: ecodibergamo.it

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Questa è la storia di un amore inconsueto. Un amplesso tra divinità differenti, romanticismo rimbalzante che solo il calcio degli anni ’80 sapeva regalare. Serie A stagione 1984-85, nel campionato italiano arrivavano talenti indiscussi, giocolieri e artisti del pallone. Maradona al Napoli, Rummenigge all’Inter, Sócrates alla Fiorentina, Júnior al Torino, Souness alla Sampdoria, Wilkins e Hateley al Milan e Strömberg all’Atalanta.

Strömberg, non famosissimo, di sicuro meno degli altri. Il cognome sembrava una marca di pneumatici, il nome di battesimo non migliorava le cose figuriamoci poi pronunciato con la cadenza bergamasca. Glenn Peter Strömberg centrocampista svedese nato a Brämaregården il 5 gennaio 1960. Centonovantuno centimetri di muscoli distribuiti in ottantacinque chilogrammi. Bello, sano e biondo. Insomma straniero.

Il colpo di fulmine tra la Dea forzuta e il degno figlio di Odino scoppiò quasi subito. Il numero sette nerazzurro, al primo anno a Bergamo, con Nedo Sonetti in panca, collezionò ben 27 presenze andando a segno due volte. Una relazione duratura, finita nel 1992, anno in qui lo scandivano appese le scarpette al chiodo.

Nel corso degli otto anni la stagione migliore, quella indimenticabile seppur agrodolce, è stata quella dell’86-87. Scivolata tra i cadetti, l’Atalanta perde la finale di Coppa Italia contro il Napoli e accede di diritto alla Coppa delle Coppe. In panca arriva Emiliano Mondonico, l’allenatore di Rivolta d’Adda può contare su alcuni acquisti rivelatisi determinanti, quali il centravanti Oliviero Garlini, Daniele Fortunato e Eligio Nicolini, che con Stromberg e Bonacina costituiscono un centrocampo di sicuro spessore.

Prima che la Coppa delle Coppe diventasse un aborto del calcio moderno, aveva il sano profumo d’Europa anche senza tanti zeri. Una squadra di serie B impegnata in una competizione europea affascinava tutti. Oggi non solo non esiste più il trofeo, ma le regole non scritte del calcio Business non ne avrebbero di certo permesso la partecipazione.

L’avventura europea della Dea cominciò il sedici settembre con una sconfitta in trasferta contro i gallesi del Merthyr Town Football Club, sconfitta rovesciata nel ritorno dei sedicesimi di finale, lo stesso mese, grazie alle reti di Garlini e Cantarutti. Stessa storia negli ottavi: i nerazzurri perdono prima in Grecia contro l’Iraklion Creta vincono poi in casa accedendo così ai quarti di finale.

L’avversario comincia a farsi di spessore, questa volta l’ostacolo si chiama Sporting Lisbona. A giocare in casa tocca prima all’Atalanta, Nicolini su rigore e Cantarutti a dieci minuti dalla fine, sigillano un secco due a zero e parte della qualificazione. Il ritorno in Portogallo è ancora Cantarutti protagonista, pareggia il conto sempre nei minuti finali e manda la squadra in semifinale.

Nella favola sembra palesarsi il lieto fine. Dentro fuori. Niente frasi di circostanza, essere arrivati a quel punto non poteva bastare come vittoria, era un obbligo provare a portare a casa la coppa.

Ancora una volta il primo round si gioca in trasferta, ancora una volta si inizia con una sconfitta. L’Atalanta perde 2-1 in casa dello KV Mechelen, a tenere a galla i bergamaschi la è la rete di Stromberg, quasi come una promessa d’amore, la volontà di regalare alla propria amata un gioiello valevole in eterno.

La gara di ritorno però è tutt’altro che felice. La rete di Garlini, che apre le marcature, è inutile, i Belgi ne buttano dentro altri due e vanno dritti in finale (vinta contro gli olandesi dell’Ajax).

 

La mezza promessa di Stromberg fatta all’andata si scioglie così come neve al sole, non è lo stesso per l’amore tra le due divinità. Un amore indissolubile destinato a durare in eterno, reso attuale nei ricordi, nei racconti degli atalantini e degli innamorati di questo sport.

Tommaso Lupoli per Mondo Calcio

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