La relazione dialettica tra ultras e Rivoluzione in Egitto


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di Mohamed Elgohari*

La Rivoluzione del 25 gennaio ha prodotto nuovi contesti, per cui tutti gli attori sociali, non soltanto gli ultras, si sono ritrovati nel mezzo di un esteso conflitto sociale e politico tra lo stato e la società. Interagendo con queste realtà, gli ultras hanno affrontato più sfide di quante ne abbiano affrontate molti altri gruppi sociali e politici.

Quando un gruppo politico riformista o rivoluzionario si impegna politicamente contro il regime in carica, quel gruppo può cogliere l’opportunità che una rivoluzione offre di partecipare al rovesciamento del regime e poi cercare di cambiare le regole del gioco politico. All’opposto, un gruppo politico conservatore può certamente decidere di schierarsi con il regime in carica contro la rivoluzione e i rivoluzionari. Per un gruppo apolitico radicalmente diverso come gli ultras, tuttavia, dirimere tale questione non è affatto semplice.

Per i gruppi ultras il dilemma riguardante la partecipazione alla rivoluzione è derivato da due delle loro principali caratteristiche: primo, la loro natura intrinsecamente apolitica, e secondo, l’intima diversità delle esperienze dei loro vari gruppi, specie per quanto riguarda le convinzioni politiche individuali dei membri. L’idea di fondo che tiene insieme l’organizzazione interna di un gruppo ultras non proviene da un retroterra ideologico o politico, ma piuttosto da amore e lealtà nei confronti del club. È su queste basi che i leader dei gruppi possono assicurare la disciplina al loro interno.

Esistono parecchi motivi su cui si fonda l’obbedienza degli ultras verso i membri anziani. Primo, un membro ordinario può diventare leader solo dopo un lunghissimo processo di accumulazione di esperienze relative al funzionamento del gruppo. In quella fase, i membri affrontano molte situazioni difficili, e devono dimostrare di avere le capacità per risolverle. Basandosi su queste esperienze, la persona gode di credibilità e autorità presso i membri ordinari[1]. Secondo, i membri ordinari intuiscono che l’osservanza delle istruzioni del leader serve agli interessi primari e fondamentali del club e del loro gruppo rispetto ai gruppi rivali dentro e fuori lo stadio. L’ultima ragione che spinge all’obbedienza è la paura di restare esclusi dal gruppo nel caso in cui essi trascurino le istruzioni, eludano il compito assegnato, o violino una delle leggi e regole generali degli ultras[2]. Coloro che non si attengono alle istruzioni del leader, e prendono decisioni per conto proprio, non sono i benvenuti nel gruppo e devono andarsene, anche se sono figure influenti. Mohamed Gamal Bishir, noto anche come Gemey Hood, un blogger che era uno dei membri fondatori degli UWK, violò due leggi fondamentali degli ultras: evitare l’esposizione mediatica, e il rispetto della segretezza delle attività del gruppo. Apparve sui media per parlare degli ultras, e scrisse un libro su di loro, che è stato pubblicato e letto da migliaia di egiziani[3].

Uno dei compiti principali che i leader assegnano ai membri è un certo impegno nella curva. Questo compito, o “al-mission” come piace chiamarlo agli ultras, ha un rilievo organizzativo molto importante, poiché tiene insieme tutti i membri del gruppo all’interno dello stadio. La mission favorisce la coesione del gruppo, e qualora sia assente, questa coesione ne risulta minacciata, e il potenziale delle divisioni interne aumenta. Infatti, ogni movimento è suscettibile di fallire se il discorso, l’azione e il comportamento collettivi cessano di esprimere le componenti di fondo dell’identità collettiva del gruppo[4]. Per gli ultras, l’assenza dei repertori unificanti della curva è durata due anni, soprattutto dopo la catastrofe di Port Said, e poi dopo la sospensione del campionato locale

Essendo incapaci di imporre maggior disciplina al di fuori degli scopi di particolari “missions”, gli ultras sono stati incapaci di imporre qualunque decisione politica ai membri del gruppo dopo l’inizio delle proteste il 25 gennaio. Il risultato è stato che, per parecchi mesi, l’interazione di molti ultras con la rivoluzione si è giocata a livello individuale. Prima delle proteste del 25 gennaio, gli Ultras Ahlawy e gli Ultras White Knights rilasciavano dichiarazioni che ponevano l’accento sul fatto che i gruppi erano stati fondati con lo spirito di fare del tifo calcistico, e che non avevano niente a che vedere con la politica. Al tempo stesso, le dichiarazioni confermavano pure la libertà di ciascun individuo di prendere parte alle proteste secondo le proprie convinzioni politiche personali.

Una delle ragioni principali per cui molti ultras hanno deciso di prendere parte alle proteste è stata la storia di violenza tra gruppi ultras e forze dell’ordine. L’idea di colpire la polizia nel giorno del suo anniversario nazionale, il 25 gennaio, ha unito i gruppi ultras rivali nel desiderio di scontrarsi con l’apparato di sicurezza. Mohamed Ahmed, un membro degli UA, ricorda che era in prima linea nelle proteste con un amico degli UWK: “Quando vedemmo la reazione violenta della polizia, ci tornò in mente il modo in cui ci trattava mentre andavamo allo stadio o anche per le strade”. In che modo questa partecipazione alla rivoluzione ha influito sulle dinamiche interne ai gruppi ultras?

L’impegno degli ultras con le altre forze politiche rivoluzionarie prima e dopo la rivoluzione ha radicalmente modificato il discorso pubblico dei gruppi, il modo in cui si confrontano con la società e con lo stato e la polizia. Come accennato sopra, in precedenza non c’era stato nessuno spazio per la politica all’interno dei gruppi. Ciò nonostante, la rivoluzione, con il massiccio coinvolgimento individuale di molti ultras, e successivamente la strage dei settantadue membri degli UA a Port Said nel febbraio del 2012, hanno mostrato ai gruppi la funzione e la natura del lavoro politico e dell’attivismo politico. Invece di ricorrere alla cieca violenza contro la polizia e lo stato, hanno imparato ad attuare un insieme di strategie di pressione politica, per ottenere giustizia e punire i responsabili. Per la prima volta, gli egiziani sono stati testimoni di ultras che organizzavano cortei, proteste, sit-in, e usavano una violenza politicamente motivata contro le istituzioni dello stato. Pertanto, è possibile affermare che la rivoluzione ha aiutato gli ultras a normalizzare l’uso di strategie di pressione politica piuttosto che il mero e insensato esercizio della violenza.

La rivoluzione ha modificato anche le dinamiche interne ai gruppi ultras, lasciando il segno sia sulla coesione della loro organizzazione sia sulla “mentalità ultras”, vincolata all’essere parte di una fratellanza. L’unità e la solidarietà che scaturivano dalla comune passione per il club, e il forte legame personale che si era creato tra gli appartenenti, hanno cominciato a indebolirsi e dissolversi. La politica, per definizione, implica compromessi, variazioni nel pensiero e nel comportamento, e forse delle divergenze irriducibili. Trascorrere più di un anno lontano dalle “missions” unificanti della curva, e viceversa impegnarsi in politica, ha indebolito questi vincoli interni ai gruppi. I gruppi ultras, specie gli UA, sono stati teatro di divisioni sul loro ruolo futuro dopo il verdetto finale riguardante il caso di Port Said, emesso il 9 marzo del 2013. Il 16 giugno, gli Ultras Devils (UD), l’altro grande gruppo ultras che supporta il club al-Ahly, hanno sospeso le loro attività fino a data da destinarsi. La sospensione, come emerge dai commenti sulla pagina Facebook del gruppo, è sorta a causa di divergenze interne che riguardano il modo più appropriato di assicurare alla giustizia coloro che hanno pianificato il massacro di Port Said. Alcuni volevano intensificare la lotta al regime finché non fossero stati vendicati gli amici uccisi, mentre altri temevano un ulteriore spargimento di sangue, e volevano tornare allo stadio per dare supporto alla propria squadra in modo creativo.

In mezzo a queste tensioni, sembra che i leader ultras abbiano concluso che proseguire l’impegno politico rischiava di erodere l’identità collettiva del gruppo, il che avrebbe potuto portare alla loro distruzione[5]. È questo atteggiamento, credo, a fornire il contesto per la recente ostinazione dei gruppi ultras nello sfidare il divieto sulla partecipazione dei tifosi alle partite del campionato e nell’ignorare i richiami delle massicce proteste del 30 giugno contro il presidente egiziano Mohamed Morsi.

In futuro è improbabile che si riproporrà un ruolo politico collettivo dei gruppi ultras, a meno che non si presenti un’altra minaccia immediata alla loro identità, simile ai fatti di Port Said. Semplicemente, l’identità dei gruppi ultras non può sopravvivere al di fuori dello stadio e della curva. Ecco perché gli UA, UWK, UGE, e gli Ultras Yellow Dragons di Ismailiyya hanno tutti partecipato insistentemente ai match delle loro squadre contro il volere delle autorità. Mentre a livello individuale possono anche essere stati in prima linea nelle proteste del 30 giugno, come gruppo, gli ultras hanno chiaramente deciso, con grande passione e determinazione, di lasciarsi la politica alle spalle e ritornare a casa loro, la curva.

[Puntata/3 – fine]

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* Pubblicato su Jadaliyya. Traduzione di Luca De Luca


[1] A. S., Intervista dell’autore.

[2] Buffon, Intervista dell’autore.

[3] Buffon, Intervista dell’autore.

[4] Francesca Polletta e James M. Jasper, Collective Identity and Social Movements, Annual Review of Sociology 27 (2001), 292.

[5] Polletta e Jasper, Collective Identity and Social Movements, 92.

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