Iraq, la generazione dei bambini di guerra in semifinale ai Mondiali under 20


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In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù.

[Il terzo uomo, C. Reed, 1949]

Ci sono notizie che più di altre si prestano a una lettura retorica. L’approdo in semifinale dell’Iraq ai mondiali under 20 in corso in Turchia è l’esempio più classico.

Non a caso proprio la nazionale irachena, con l’imprevedibile vittoria dell Coppa d’Asia del 2007, fu presa a pretesto per celebrare il cosiddetto nuovo Iraq post-Saddam e soprattutto (in maniera nemmeno troppo indiretta) i suoi “liberatori” statunitensi.

E tuttavia, al di la delle letture “politiche” più o meno forzate, il successo dei giovani iracheni rappresenta un fatto eccezionale. La nazionale under 20 dell’Iraq, che nelle precedenti partecipazioni ai mondiali difficilmente avevano superato il primo turno, è arrivata per la prima volta a giocarsi un posto in finale. Ed è evidentemente degno di nota il fatto che a questo traguardo ci sia arrivata con giocatori formatisi nel momento più drammatico della storia irachena recente.

Basta fare due conti per rendersi conto che i protagonisti del mondiale in Turchia avevano al massimo 9 o 10 anni quando gli Stati Uniti hanno invaso il loro paese con la scusa farlocca delle armi chimiche possedute da Saddam Hussein.

I campioncini di oggi sono cresciuti – anche calcisticamente – in un paese devastato da una delle più sanguinose guerre degli ultimi decenni. Mentre i loro pari età inglesi (incontrati ed eliminati nel girone di qualificazione, un paio di settimane fa) si formavano negli avveniristici centri sportivi dei club della ricchissima Premier League, loro avevano a che fare con stenti di ogni sorta.

Se si tiene a mente tutto questo, la vittoria sulla Corea del Sud nei quarti e la conquista della semifinale contro l’Uruguay ha pochissimo di scontato. Non solo sportivamente, per i giovani iracheni, comunque vada a finire, quello ottenuto in Turchia è un successo storico.
Per il quale, è bene ricordarlo,  non devono ringraziare nessun liberatore straniero, ma solo sé stessi.

Carlo Maria Miele per Mondo Calcio

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