I club spagnoli sommersi dai debiti, e la Liga rischia il fallimento


messi

di Rob Hughes*

Sta diventando consueto come il solstizio d’estate: gli undici giocatori più bravi di Spagna partecipano a un’altra prestigiosa finale – stavolta contro i brasiliani a Rio de Janeiro – mentre il resto della nazione iberica si domanda per quanto tempo ancora ai club sarà concesso di incrementare il debito pubblico prima che il sistema vada in default.

Proprio adesso, Xavi e Andrés Iniesta del Barcellona e Iker Casillas e Sergio Ramos del Real Madrid, uniscono i talenti dei due grandi club a sostegno della nazionale spagnola per mostrare al mondo come si dovrebbe giocare al calcio.

Dopo la conclusione della Confederations Cup, la nuova superstar del Brasile, Neymar, volerà al Barcellona, aggiungendo 50 milioni o giù di lì al bilancio della squadra.

E, stagione dopo stagione, politici e matematici passano i mesi estivi a spiegare ai presidenti delle società, ai calciatori e alla Liga cosa bisognerebbe fare per distribuire la ricchezza e imporre equità sia sul piano delle opportunità che su quello del reddito.

La scorsa settimana Miguel Cardenal, presidente del Consiglio spagnolo dello sport, ha calcolato che il debito complessivo di tutti i club attualmente viaggia oltre i 4 miliardi di euro. Di questi, ha detto, 670 milioni di euro, 874 milioni di dollari, sono dovuti all’erario.

Facile immaginare quanto quelle somme dovute possano far arrabbiare la popolazione e i politici spagnoli. Più di un quarto degli spagnoli è senza lavoro, con un tasso drammaticamente più alto tra i giovani. Che, ogni estate, si laureano con poche o nessuna prospettiva di trovare un impiego. Dall’altra parte ci sono calciatori e club pieni di soldi che, curiosamente, omettono di pagare le tasse.

Il 12 giugno, Lionel Messi, il giocatore più forte al mondo, è stato accusato di servirsi di una rete di società offshore con cui avrebbe evaso le tasse per circa 4 milioni di euro. L’argentino più osannato di Spagna ha subito una vera e propria gogna mediatica, e poco più di una settimana fa, per via di quelle accuse, è stato invitato a comparire in tribunale con il padre a settembre.

Sulla storia di Messi i media globali ci si sono buttati a pesce, ma, al confronto, poco si è scritto di quando il giocatore è volato a Dakar giovedì per prestare la sua immagine a un progetto del Qatar, che dava l’avvio alla distribuzione di un milione di reti anti-insetto all’anno ai bambini senegalesi in regioni infestate dalla malaria.

Magari ho un’idea romanzata di Messi, ma la considero assai verosimile, tanto quanto il fatto che affidi ad altri la responsabilità delle sue finanze mentre lui continua a giocare. E il volo a Dakar, anche se per un giorno, è più che probabile che sia stato un richiamo sincero a donare qualcosa a bambini molto meno privilegiati di lui.

Non è stato poi tanto tempo fa che Messi era uno scolaretto la cui famiglia poteva a stento permettersi i 900 dollari o più al mese per le medicine che servivano a curargli la deficienza dell’ormone della crescita.

Il Barcellona gli pagò le cure e gli diede un’istruzione presso la sua accademia, mentre allevava quel che si è rivelato essere il talento più efficace e affascinante della terra.

Vedere Messi e Neymar che si alternano all’attacco, correndo verso i passaggi di Iniesta e Xavi, è quasi senza prezzo. Ma qualcuno dovrà pagare, e non solo i 90mila tifosi su cui può contare il Barcellona allo stadio Camp Nou.

I contratti televisivi e gli accordi con gli sponsor finanziano il grosso degli ingaggi dei calciatori, insieme agli oneri che Barça e Real devono pagare per avere quei top player.

Ma sono i ricavi Tv a costituire, in Spagna, un perenne pomo della discordia. In Inghilterra, dove le retribuzioni sono paragonabili a quelle spagnole, i sempre crescenti, in apparenza, diritti globali della Tv, normalmente sono divisi tra i club. Ci sono 20 squadre nella Premier League, e l’utile di base derivato dalla Tv si suddivide tra loro.

In Spagna, ogni club è autonomo. Barcellona e Real Madrid sono diventati sempre più ricchi, mentre l’unica cosa che si è accresciuta con certezza ogni anno è il debito accumulato dal resto degli altri club che aspirano a competere con loro.

Naturalmente, non possono competere. Persino l’Atletico Madrid, che questa primavera è arrivato terzo in campionato dietro i due giganti, gioca sommerso da una montagna di debiti ed è sguarnito quando club di pari livello come Manchester City e Monaco si offrono di comprare i gioielli del suo attacco, Sergio Agüero e Radamel Falcao.

Peraltro quei compratori sono rafforzati dal fatto di avere proprietari stranieri ultraricchi – provenienti da Abu Dhabi nel caso del City, dalla Russia in quello del Monaco.

Tuttavia è dovere della Spagna risolvere i suoi problemi di gestione. Attuale campione del mondo non è solo la sua nazionale maggiore, ma anche l’Under 21. E il successo ottenuto anche ai livelli giovanili lascia intravedere che nei prossimi anni il paese sarà competitivo.

Eppure José Maria Gay dell’Università di Barcellona per anni ha segnalato che le spese avventate (e quelle ugualmente avventate sostenute dalle banche) stavano creando una bolla speculativa che, ne era sicuro, un giorno sarebbe scoppiata.

“Quando la gente mi chiede quali club corrono il rischio di scomparire,” ha detto Gay, “io rispondo che ci sono solo tre club – Barcellona, Real Madrid e Athletic Bilbao – che non corrono un rischio del genere”.

Il pasticcio spagnolo è un’ottima ragione perché Michel Platini, capo dell’autorità calcistica europea, la Uefa, sperimenti la sua regola sul “Fair Play finanziario”. Questa norma, che entrerà in vigore la prossima stagione, minaccia l’espulsione dalla Champions League o dall’Europa League per quei club che spendono più degli introiti strettamente connessi al calcio.

Il tempo dirà se le squadre finanziate da oligarchi o sceicchi del petrolio o fondi di investimento aggireranno la regola del Fair Play. Ma il tempo non è dalla parte di squadre come Deportivo la Coruña, Saragozza, Racing Santander, Maiorca, persino il Valencia.

La loro esistenza è minacciata. Cardenal, il presidente del Consiglio spagnolo dello sport, ha parlato recentemente di una soluzione che appare tanto sgradevole quanto logica. “Dobbiamo diventare un paese esportatore,” ha detto la scorsa settimana. “È un cambiamento storico, e il calcio spagnolo deve riconoscerlo.”

Potrebbe essere dura da mandar giù. Ma è la strada che precedenti campioni del mondo, come Brasile e Argentina, hanno dovuto percorrere.

* Pubblicato sul New York Times del 30 giugno 2013. Traduzione di Luca De Luca per Mondo Calcio

 

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