In Egitto è braccio di ferro tra governo e ultras


(foto di Francesco La Pia ripresa da Futbologia.org)

(foto di Francesco La Pia ripresa da Futbologia.org)

Due anni e mezzo fa gli ultras egiziani avevano esercitato un ruolo centrale nelle proteste che portarono alla caduta del regime di Hosni Mubarak.

Da allora molte cose sono cambiate. Al governo sono arrivati i Fratelli Musulmani, e le promesse della cosiddetta “primavera araba” sono state in gran parte tradite. Il conflitto tra le autorità egiziane e i supporter però è andato avanti  e nelle ultime settimane sta raggiungendo un nuovo picco.

Lo scorso fine settimana gli ultras dei principali club egiziani hanno apertamente violato il divieto di assistere alle partite della Egyptian Premier League (Epl), il massimo campionato locale, in vigore – salvo episodiche interruzioni – da un anno e mezzo, a partire dal massacro di Port Said.

In aperta sfida al divieto imposto dalla Federcalcio egiziana (Efa) gli Ahlawi, ultras dell’Ahly, sono entrati sabato nello stadio dell’Aeronautica , dove era in programma il match contro il Gouna. Lo stesso hanno fatto il giorno successivo i White Knights, supporter dello Zamalek, in occasione della partita contro l’Ismaily. E scene simili si sono viste durante Ittihad – Arab Contractors ad Alessandria.

Verso la manifestazione del 30 giugno

Per l’occasione le autorità egiziane hanno deciso di non intervenire, consentendo a diverse migliaia di supporter (tra le 3mila e le 10mila unità, a secondo dalle stime) di agire indisturbati.

Un funzionario del ministero degli Interni, Khaled Metwally, ha provato a sminuire la portata dell’evento, spiegando che “l’obiettivo (del governo) è garantire la sicurezza negli stadi e non applicare le decisioni dell’Efa”.

Più verosimilmente le autorità egiziane non hanno voluto rischiare di alimentare nuove violenze alla vigilia dell’infuocata manifestazione del 30 giugno. Per quella data centinaia di migliaia di persone marceranno al Cairo verso il palazzo presidenziale per chiedere le dimissioni di Mohammed Morsi, l’esponente dei Fratelli Musulmani eletto esattamente un anno fa alla presidenza dell’Egitto nelle prime elezioni post Mubarak, e l’elezione di un primo ministro indipendente che tiri fuori l’Egitto dalla crisi e attui politiche di giustizia sociale.

Proprio gli ultras – e in particolare i sostenitori delle due principali squadre del Cairo, Zamalek e Ahly – sono rappresentati in gran numero[1] nel gruppo Tamarod (Ribelle), principale organizzatore della marcia di domenica.

Regolamenti di conti

Della minaccia proveniente dal mondo del tifo calcistico sono consapevoli gli stessi Fratelli Musulmani, come dimostrano gli annunciati investimenti del partito islamista nel passatempo più amato dagli egiziani.

Già in passato la fratellanza aveva pensato di rafforzare il proprio consenso mediante la creazione di un proprio club di calcio. Abbandonata quell’ipotesi, il partito islamista oggi avrebbe optato per un controllo indiretto suoi club già esistenti, “per ripulirli dalla corruzione”.

L’idea è di piazzare uomini di fiducia negli organigrammi societari dei club più seguiti, iniziando dallo Zamalek, che il prossimo settembre terra le elezioni per il rinnovo della dirigenza.

“L’organizzazione sta prendendo in considerazione la candidatura di propri rappresentanti o di sostenere qualcuno dei candidati in corsa”, ha fatto sapere nei giorni scorsi Gamal Abdallah, membro del comitato per lo sport dei Fratelli musulmani, secondo cui il partito islamista “intende prendere parte a tutte le future elezioni dei consigli di amministrazione delle società di calcio”.

Secondo le indiscrezioni delle ultime ore, il candidato prescelto è Mortada Mansour, che nelle elezioni fissate a settembre sfiderà Mamdouh Abbas, ricco uomo d’affari e attuale presidente del club.

In precedenza, un anno e mezzo fa, un duro colpo al mondo ultras era stato dato durante gli scontri di Port Said.

Da subito era parso evidente come le violenze scoppiate durante la partita tra al-Masry e al-Ahly, in cui erano morte 74 persone, non fossero attribuibili alla rivalità tra Green Eagles, la tifoseria locale, e Alawy, quella ospite, ma fossero piuttosto il risultato di un’operazione premeditata da parte delle forze di sicurezza per punire l’impegno politico dei tifosi dell’Al Ahly durante la rivolta di piazza Tahrir[2].

Inoltre la strage di Port Said è servita come “scusa” per ordinare la sospensione del campionato egiziano per un anno e la successiva ripresa a porte chiuse.

Gli ultras come ostacolo alla “normalizzazione”

Di fatto gli ultras sembrano costituire tuttora un ostacolo reale nel processo di restaurazione avviato in Egitto al termine delle rivolte del gennaio 2011 sotto l’inedita alleanza tra militari e islam radicale.

Visti nel contesto del conflitto di potere in atto in Egitto, i nuovi progetti di controllo sui club da parte del potere politico la messa al bando degli ultras dagli stadi possono essere fatti rientrare nel processo di normalizzazione avviato nell’ultimo anno, della quale hanno fatto le spese non solo i tifosi ma tutti i soggetti politici indipendenti protagonisti delle rivolte del gennaio 2011.

Di questo network non organico al potere gli ultras egiziani rappresentano uno dei soggetti meglio organizzati, e che possono rivendicare una lunga esperienza di confronto con le forze di sicurezza. Anche per questo non sembrano intenzionati a cedere tanto facilmente. Il braccio di ferro continua.

Carlo Maria Miele per Mondo Calcio


[2] Il successivo processo ha confermato i timori delle organizzazioni umanitarie e dei familiari delle vittime, condannando a morte 21 ultras del Masry e assolvendo per insufficienza di prove tutti i poliziotti presenti allo stadio.

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