Brasile-Uruguay, e la più bella pagina di letteratura sul calcio mai scritta


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Dici Brasile-Uruguay e pensi al 16 luglio 1950, il giorno del Maracanaço. A Rio de Janeiro, davanti a 150mila persone i padroni di casa affrontano la celeste, nell’ultima gara dei Mondiali. La formula è a gironi e al Brasile basta un pareggio per conquistare la prima coppa Rimet della sua storia.

Per i brasiliani sembra una formalità: prima dello scontro diretto hanno dato spettacolo, rifilando 7 gol alla Svezia e 6 alla Spagna. Contro le stesse due squadre, gli uruguayani hanno invece arrancato: prima un pareggio con le furie rosse e poi una vittoria di misura con gli scandinavi, strappata a pochi minuti dal termine. Apparentemente il pronostico è scontato. E invece a vincere è l’Uruguay.

Per il Brasile è un dramma, che da sportivo si trasforma subito in reale: secondo le cronache dell’epoca, decine di persone muoiono di infarto all’interno dello stadio, altri si suicidano nelle ore successive. Le autorità proclamano tre giorni di lutto nazionale.

Dal canto suo, la Seleçao non disputa più una gara ufficiale per due lunghi anni. La prima partita dopo il disastro del Maracana il Brasile la gioca nel 1952, contro il Messico. Per l’occasione decide di abbandonare la maglia bianca usata fino ad allora, ritenuta “sfortunata”, e di indossare una nuova divisa verde-oro.

Da allora per il Brasile sono arrivati (quasi) solo successi. La macchia del Maracana però resta impressa nella storia della Seleçao e nella memoria di tutti gli sportivi, non solo brasiliani. Ai fatti di quel giorno si deve anche la più bella pagina di letteratura calcistica mai scritta. L’autore è un argentino, Osvaldo Soriano, che in “Cuentos de Fùtbol” [in Italia solo “Fùtbol”, edizioni Einaudi] riporta la testimonianza di Obdulio Varela, il capitano di quell’Uruguay. Fu lui, un mediano dai piedi ruvidi, il vero artefice di quell’impresa, più di Ghiggia e Schiaffino, gli autori delle due reti della celeste.

Alla tecnica inarrivabile del Brasile, una macchina da gol mai vista prima, Varela contrappose la psicologia, e con quella porto i suoi alla vittoria. Alla fine però, vagando tra i bar di Rio, in mezzo ad adulti che singhiozzavano come bambini, Varela si rese conto della tragedia causata. “Noi avevamo rovinato tutto. E non avevamo ottenuto niente””, dice Varela in un passo del racconto.

Qui sotto il testo di Soriano recitato da Toni Servillo:

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