Il mito dimenticato di Stefan Schwoch a Napoli (o del perché non dovrebbero esistere eroi di serie B)


Stefan Schwoch. Nella sua seconda stagione a Napoli, in serie B, segnò 22 gol in 35 partite

Stefan Schwoch. Con la maglia del Napoli, in serie B, segnò 28 gol in 57 partite

di Paolo Piccirillo*

Arrivò a gennaio, ma io a fine campionato ancora non sapevo pronunciare il suo nome.

Ero un bambino e come tutti i bambini ero esigente: non mi bastavano quattro gol in serie B per farmi appassionare a una specie di tedesco, o slavo, chissà, che per quello che s’era detto su di lui (un professionista del gol, veloce, un cecchino, immarcabile) di gol ne avrebbe dovuti fare almeno il doppio. Almeno a dieci gol doveva arrivare per sistemarsi nel mio cuore al fianco di gente come Altomare, Cruz o addirittura Taglialatela.

Schwoch arrivò in un periodo veramente difficile per il Napoli; altro che “il purgatorio della serie C”, che va molto di moda esorcizzare in questi anni di rinascita.

Quel Napoli lì era un inferno di sconfitte, punti racimolati per non finirci sul campo in serie C.

Era dura per un bambino tifare Napoli in quegli anni. Perché i bambini hanno bisogno di miti, di eroi, e quelli che consideravamo i nostri eroi non erano neanche lontanamente paragonabili a gente come Ronaldo (il Fenomeno), Maldini, Baresi o Del Piero, Baggio, e più tardi Kakà.

I nostri erano eroi personali, che era ridicolo tirare fuori in mezzo ai napoletani juventini, milanisti e interisti, ma era prezioso pensarli come tali, quelle volte che vincevamo e speravamo che chissà, forse l’anno prossimo… La serie A…

L’anno prossimo arrivò. Quell’anno arrivò.

E fu l’anno di Stefan Schwoch, ovvero l’anno in cui imparai cosa sono gli eroi.

Prima di tutto imparai a pronunciare il suo nome. Tutta Napoli si rese conto che quel cognome che all’inizio pareva una specie di codice fiscale, così impenetrabile, in realtà nascondeva in sé un tipico suono napoletano, quello della s un po’ portoghese prima della v. Schwoch, che ricordava l’orologio “swatch” solo nella pronuncia del cognome, perché poi in mezzo al campo era un missile, al massimo un freccia, quando non stava in giornata. Correva e faceva gol, e più correva e più segnava. Non si stancava mai, mi ricordo questo, non era mai stanco, non usciva mai dal campo. Un incrocio tra il Pocho Lavezzi e il Matador Cavani.

Lo so, lo so che ho esagerato. Lo so che stavamo in serie B e che Cavani è Cavani (per la cronaca: indovinate chi, prima dell’arrivo del Matador sotto il Vesuvio, deteneva insieme a Vojak il record di gol in stagione della storia del Napoli? Proprio Stefan, con 22 gol). Ma il punto è proprio questo: qual è la differenza tra i sogni che ho fatto con Schwoch e quelli che faccio (e spero farò…) con Cavani?

Esistono allora eroi di serie B? Le emozioni hanno una categoria?

All’epoca queste domande ancora non me le facevo. All’epoca ero nella prima fase della nascita di un eroe d’infanzia, ero al primo stadio, quello dell’immaginazione. Immaginare come sarà tutta una vita con lui. Schwoch per sempre nel Napoli, in seria A, in champions, magari insieme ad altri campioni ancora.

Poi c’è un’altra fase. Lo stadio della fiducia e della speranza.

In quegli anni se non andavo al S. Paolo non avevo modo di vedere la partita. Dovevo ascoltarla in radio. E ricordo che ogni volta che Schwoch prendeva palla io speravo che stesse lì lì per inventarsi qualcosa, inventarsi la vittoria; speravo che la palla andasse sempre a lui, immaginavo la partita ma in realtà speravo. In Stefan Schwoch, anche la voce di un giovane Auriemma diventava più decisa quando diceva: “Sansone Schwoch”, e quando lo diceva io mi sentivo una certezza dentro, come se ci stesse mio padre in mezzo al campo. Ecco, arriva un momento in cui il tuo eroe diventa definitivamente tale. È quando capisci che gli eroi sono i tuoi secondi padri.

Per me Schwoch, per tanti motivi, non ultimo il fatto che davvero io vivevo solo ed esclusivamente di calcio, ogni domenica era il mio unico padre.

Non esistono emozioni migliori o peggiori, che salgono di categoria o retrocedono. Non esistono eroi di serie B.

Questo l’ho capito quando nella stagione 99/2000 il Napoli salì nella massima serie. E non perché il mio eroe mi aveva portato in una categoria superiore, non perché non avevamo più il peso della B addosso. Ma perché Stefano Schwoch, l’eroe della mia infanzia, in serie A non venne con me.

Qualche settimana prima un mio coetaneo juventino, quando ormai era quasi fatta la nostra promozione in A, mi disse che poi tanto Schwoch se ne sarebbe andato a fine stagione, perché era un attaccante da serie B.

Io non gli credetti, e ovviamente mi diede anche fastidio.

Però poi quello aggiunse: “E comunque i grandi calciatori più te li ricordi e più, nella tua testa, diventano grandi”.

Schwoch non seguì il Napoli in serie A, l’anno successivo andò al Torino, sempre in B e poi al Vicenza, dove chiuse la carriera.

Quell’anno la mia squadra era in A, ma io giravo per strada con la maglia di Schwoch dell’anno appena trascorso.

In mezzo alle maglie di Del Piero e Ronaldo io non sfiguravo, perché avevo anche io storie da raccontare, emozioni vere da trasmettere. Avevo un eroe e avevo capito anche l’ultima fase di quando si conosce un eroe, l’ultimo stadio.

Gli eroi, se a un certo punto non ti lasciano solo, non sono veri eroi.

PS Questo poster è in camera mia da quasi quindici anni. E non ho alcuna intenzione di toglierlo

stefan

* Paolo Piccirillo (1987) è nato a Santa Maria Capua Vetere (CE). Vive e lavora a Roma.
Nel 2010 ha pubblicato “Zoo col semaforo” (Nutrimenti) ed è stato inserito nella lista dei 50 scrittori italiani under 40 più promettenti stilata dal Sole24Ore. Domani arriva nelle librerie il suo nuovo romanzo, “La terra del sacerdote” (Neri Pozza).

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