Pescara Rangers. Da trentacinque anni, l’Impero continua.


pescara rangers

di Barbara di Gregorio*

Volto pacato, sguardo fiero, capelli al vento, fronte perennemente cinta dalla fascia sottile che distingue i guerrieri: è l’indiano il necessario punto di partenza per raccontare i Pescara Rangers e la loro definizione di ultras. Nessuno sa bene da dove sia arrivato, nessuno ha idea di chi l’abbia disegnato per primo, nessuno, soprattutto, ricorda con esattezza quando e come si sia deciso di farne il simbolo della tifoseria pescarese; sembra quasi sia stato lui a scegliere i Rangers e a prendere sugli striscioni il posto che era suo di diritto. Ne aveva, come si vedrà, tutte le ragioni.

È facile tifare Pescara, nel 1976, quando un gruppo di diciottenni entusiasti fonda il primo gruppo ultras cittadino; ci sono già i Fedelissimi, è vero, ci sono le Donne Biancazzurre e altre associazioni  minori: ma adesso che la squadra, per la prima volta, lotta concretamente per conquistare la serie A, la chiusura dei vecchi club deve cedere il passo a una nuova concezione del tifo. Nuova a partire dal nome: non ci sono altri Rangers negli stadi italiani, quando Angelo Manzo, già presidente del club Excelsior e massimo esponente della tifoseria cittadina, inventa per il nuovo gruppo il titolo che presto avrebbero in tanti ripreso.

Il principale elemento di rottura, nella poetica ultrà dei Rangers, è l’idea che il tifo debba uscire dalle curve per contagiare col proprio entusiasmo l’intero stadio Adriatico; l’iniziativa di Manzo, che nel ’77, ad appena un anno dalla loro fondazione, li spedisce nelle tribune perchè coinvolgano nei cori l’intera cittadinanza presente, li consacra da subito come punto di riferimento dei sostenitori del  Pescara di ogni classe sociale ed età.  La squadra del resto in questi anni va come una bomba; è ancora il ’77, ad esempio, l’anno del leggendario gemellaggio col Vicenza: il nove gennaio,  grazie anche al sostegno dei suoi 4000 tifosi in trasferta, il Pescara sorprende gli avversari vicentini con un gol dell’ultimo minuto che ne scatena gli entusiasmi. Il trionfo, punto di partenza per un sodalizio tra ultras destinato a durare negli anni, è allo stesso tempo una vera consacrazione per chi in quella trasferta ha avuto una parte importante: alla fine del campionato i membri dei Rangers sono quasi decuplicati; e quando due anni dopo, nel ’79, la squadra riconquista finalmente la A, sono ben quarantamila i Pescaresi in estasi a tingere di biancazzurro lo stadio di Monza. Non sorprende che sugli striscioni campeggino in questi anni solo fulmini e teschi: bisogna aspettare il 1980, e le disastrose prove che riportano il Pescara alla B, per veder comparire sui vessilli dei Rangers il famoso indiano di cui si diceva all’inizio.

È forse il momento di guardarlo con un po’ più di attenzione: davvero non lo avete riconosciuto? E se vi dicessi di pensare al ranger più famoso del mondo? No, non Chuck Norris, l’altro; mi riferisco a Tex Willer: il nostro indiano somiglia in maniera impressionante al suo fido compagno di tante avventure, il pellerossa Tiger Jack, vale a dire, dispensatore instancabile di perle di saggezza e sostegno dei Rangers dell’Arizona nei momenti peggiori. Eccolo dunque venire in soccorso dei nostri quando il gioco si fa duro e i duri cominciano finalmente a giocare: nell’81 il Pescara è ancora in serie B; l’anno dopo perde dodici volte di seguito e inevitabilmente retrocede alla C; mentre tutti gli altri gruppi di tifosi si sciolgono, i Rangers accolgono gli esuli e procedono a testa alta contro le avversità del destino.

Tiger jack è leale; Tiger Jack è coraggioso; Tiger Jack è fedele ma soprattutto cocciuto. Pochi ma buoni, anche negli anni delle vacche magre, i Rangers riescono quasi sempre a portare in trasferta 60 o 70 persone. Ma è quando si riducono veramente all’osso che vivono le avventure più belle, ed è esemplare in questo senso la storia del gemellaggio con i tifosi del Messina: siamo alla metà degli anni ottanta, Galeone è lontano e la squadra ancora in fase di stallo. Dopo una disastrosa sconfitta a Modena è quasi un miracolo, la domenica successiva, mettere insieme una ventina di tifosi per andare a sostenere il Pescara a Messina; la strada è lunga, il pullman mezzo vuoto, il tempo inclemente, l’umore delle truppe, si presume, sotto i tacchi. I nostri vengono lasciati in periferia e l’unica per arrivare allo stadio e farsela a piedi da lì. Sgattaiolare verso la curva alla chetichella, oppure innalzare gli striscioni, e portarli con orgoglio attraverso una città che potrebbe prenderla male? Se avete intuito la filosofia dell’indiano conoscete già la risposta: schierato in forze sotto il vessillo di Tiger Jack, il minuscolo esercito di tifosi disperati si trasforma in una fiera dichiarazione di intenti; per il Pescara, soprattutto adesso, questo ed altro, sembrano dire i nostri puntando dritti allo stadio, e il loro coraggio viene inaspettatamente premiato dalla calorosa accoglienza degli ultras messinesi. È l’inizio di una nuova amicizia, una piccola vittoria dei Rangers sulla disastrosa stagione calcistica che sta ormai per concludersi.

Certo la squadra è destinata a regalare loro ben altre soddisfazioni. Tornerà in serie A per due volte, nell’88 e nel ’92, sotto la guida di Galeone, ma scivolerà poi indietro negli anni successivi fino alla B e in certe stagioni alla C; riprenderà quota solo dopo aver sfiorato la C2, le curve torneranno a riempirsi, e poi di nuovo a svuotarsi quando le cose si metteranno male da capo: ma non ha nessuna importanza, conoscere gli alti e bassi del Pescara, per capire come intendano il tifo i suoi più grandi sostenitori di sempre. Il simpatizzante sta con la squadra che vince. L’ultrà, che come il buon Tiger Jack e capace di guardare lontano, sta con la squadra punto e basta. I Pescara Rangers lo fanno da trentacinque anni: è per questo, in ultima analisi, che sono riusciti a guadagnarsi un posto di tutto rispetto nella mitologia locale della nostra città.

* Barbara Di Gregorio è nata a Pescara nel 1982. Ha pubblicato racconti su “Nuovi Argomenti”, “Eleanore Rigby” e nell’antologia Voi siete qui (minimum fax 2007). “Le Giostre sono per gli scemi” (Rizzoli, 2011) è il suo primo romanzo.

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