Calcio e musica, la storia di un “flirt” infinito


il Pink Floyd Football Club

il Pink Floyd Football Club

di Antonio Bacciocchi e Alberto Galletti*

Il calcio è da sempre uno dei grandi passatempi della classe lavoratrice inglese. L’introduzione del professionismo nel calcio a fine Ottocento unito a un aumento dei compensi e alla riduzione dell’orario di lavoro fece sì che i lavoratori si ritrovassero con tempo libero da impiegare, in particolar modo il sabato pomeriggio. Le affluenze negli stadi crebbero velocemente fino a raggiungere dimensioni enormi già a partire agli anni Dieci del secolo scorso. All’inizio degli anni Cinquanta con l’arrivo dagli Stati Uniti del r’n’b prima e l’esplosione del rock‘n’roll poi, la musica leggera cominciò a diffondersi e a entrare nell’ambito dei passatempi in particolar modo tra gli strati più giovani della popolazione nelle classi sociali più basse. Questo fenomeno cominciò a influenzarne comportamenti e aspetto.

Si può inquadrare in questo ambito la nascita dei teddy boy, giovani in età adolescenziale – si impone per loro il termine “teenager” – che prendono ad abbigliarsi alla maniera edoardiana per distinguersi dai coetanei contemporanei normalmente abbigliati in vestiti di fattezza grossolana tipici dell’immediato dopoguerra. Il gusto si evolve  rapidamente e l’irruzione sulla scena di Elvis Presley cambia in maniera determinante il look teddy boy che scivolò rapidamente su aspetti più rockabilly. Furono loro i primi esponenti di movimenti giovanili ad apparire sulle gradinate degli stadi inglesi, non si trattò comunque di una frequentazione collettiva e le loro presenze alle partite si possono ritenere sporadiche e del tutto accidentali.

Verso la metà degli anni Sessanta la cose cominciarono a cambiare. Il movimento mod si allargò dall’iniziale cerchia di studenti degli istituti d’arte – che avevano dato via al movimento – ai ragazzi della classe lavoratrice nella loro tarda adoloscenza che occupavano posti impiegatizi di basso rango. La possibilità di disporre di somme di denaro unita al fatto che ancora questi ragazzi vivevano in casa coi genitori li rese in un certo senso indipendenti dalle generazioni precedenti e soprattutto questa nuova massa di mod spostò l’impronta sull’identità del gruppo da giovani alternativi intellettuali interessati perlopiù alla musica jazz contemporanea e alla letteratura a ragazzotti di scarsa cultura con tendenze edonistiche, dichiaratamente materialisti e totalmente ossessionati dalla moda, nell’illusione che l’aspetto fosse un modo per scalare la gerarchia sociale. Si autoribattezzarono “faces”, facce, per potersi distinguere ulteriormente dai mod meno dotati di disponibilità finanziarie e quindi meno “sharp-dressed” di loro che ribattezzarono spregiativamente “tickets”.

La coesione della working class rimase tale comunque almeno per ciò che riguardava il calcio e questi giovani, come i loro padri, cominciarono a frequentare gli stadi, ma diversamente da loro si presentavano anche qui vestiti impeccabilmente come imposto dalla tendenza mod. Come ben ricordato da Roger Daltrey riferendosi ai primi anni Sessanta, quando era un giovane operaio piega-lamiere con il sogno di diventare una rockstar, “era quella una pratica che all’epoca si faceva il sabato pomeriggio (andare alla partita, ndr), andavamo tutti era un modo per stare insieme e divertirsi”.

L’esplosione della musica leggera aprì un’altra strada a chi era interessato ad uscire dalla condizione sociale in cui si trovava, prerogativa che fino ad allora era rimasta unica dello sport professionistico, calcio in particolare ma anche rugby league nel nord dell’Inghilterra e in alcuni casi persino il cricket. Risulta comunque interessante notare che l’influenza della musica ska-bluebeat sui giovani mod bianchi, contribuì in qualche modo a favorire una certa integrazione con i ragazzi di colore figli degli emigrati provenienti dalle Indie Occidentali che si trasferirono in gran numero in Inghilterra durante gli anni Cinquanta. In alcuni sobborghi di Londra e soprattutto nelle aree metropolitane delle West Midlands, la frequentazione da parte dei giovani mod bianchi di locali dove si suonava musica di provenienza giamaicana, a loro volta frequentati da ragazzi di etnie diverse, permise a questi ultimi di cominciare a frequentare le gradinate degli stadi, interessarsi al calcio e successivamente di cominciare a far parte delle squadre. La sequenza partita di calcio, negozi di dischi o vestiti e mod “allnighter” divenne per qualche anno un classico.

La scena mod si esaurì rapidamente, lasciando spazio alle successive evoluzioni skinhead/bootboy in un primo tempo e casual poi, con un progressivo abbandono dell’interesse nella musica e un crescente dilagare della violenza intorno alle partite, anche se va ricordato che negli anni Settanta nel nord dell’Inghilterra parecchi giovani tifosi legati ai movimenti modernisti continuarono a mantenere interessi musicali e a riempire i leggendari locali northern-soul quali il Blackpool Mecca o il Wigan Casino.

Era il proletariato che metteva la testa fuori, dopo i disastri della guerra, che cercava riscatto, un mondo nuovo, un’epoca che non fosse più un grigio trascinarsi dal lavoro al pub al letto. Il riscatto più veloce e più scintillante poteva venire scalando le classifiche di vendita discografiche con una band oppure calcando i campi di calcio. Chi non ce la faceva poteva, però, ugualmente far suo un briciolo di quel glamour, di quell’energia, di quella freschezza, poteva essere partecipe per quei novanta minuti di una curva, insieme ad altre migliaia di persone, con gli stessi colori, intonando lo stesso canto oppure per lo stesso tempo sotto un palco, vestito e pettinato come i propri idoli, cantando insieme a loro le canzoni preferite.

In Italia, con altri problemi e un’altra cultura, le cose furono diverse e l’identificazione con i musicisti o i calciatori forse meno viscerale ma ugualmente il processo non si discostò troppo. Calcio e musica sono sempre andate a braccetto, tanto più ai nostri giorni in cui entrambi sono prevalentemente business e dove la spontaneità “dal basso” è ormai aspetto preistorico. Ora le stesse modalità le ritroviamo nelle favelas brasiliane ma soprattutto nelle città o nei villaggi africani da dove, per evitare tragici viaggi all’insegna d incognite oscure, il calcio può essere un eccellente biglietto di sola andata.

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*autori di “Rock’n’Goal – Calcio e musica, passioni pop”, VoloLibero ed.

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Una risposta a Calcio e musica, la storia di un “flirt” infinito

  1. lorenzo ha detto:

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