La fine del sogno catalano: accantonato (finalmente) il tiqui taca, ci resta il modello Juve?


Per alcuni (i più) è la massima espressione del gioco di squadra dai tempi dell’Olanda di Cruiff, una sublime rappresentazione in terra dell’armonia celeste. Per pochi altri (tra cui il sottoscritto) è solo la quinta essenza della noia, la sintesi più evidente di tutto quello che un amante del calcio dovrebbe evitare come la peste. Ma per tutti – ammiratori e critici – il tiki-taka del Barcellona ha sempre rappresentato un modello più alto, a cui magari ispirarsi, ma impossibile da riprodurre.

Così stavano le cose fino a qualche mese fa. Prima che Guardiola lasciasse la panchina e che il club catalano (“mas que un club”) iniziasse una stagione che potrebbe essere ricordata come uno spartiacque nella sua storia recente.

Certo il Barcellona si appresta a vincere la Liga, e pure con un considerevole distacco sul Real. Ma sul bilancio annuale pesa una stagione europea che – fatte le dovute proporzioni con quelle passate – può essere definita disastrosa. Prima delle 7 reti (a zero) subite nella doppia sfida col Bayern, i catalani avevano perso per 2-0 a San Siro contro il Milan ed erano stati capaci di farsi mettere sotto anche dal modesto Celtic in quel di Glasgow. Nei quarti avevano superato il Psg di Ancelotti, ma solo in virtù di una migliore differenza reti e senza mai riuscire a batterlo.

C’è da chiedersi se quanto visto da ottobre a oggi sia solo il frutto di un’annata storta o piuttosto la manifestazione della crisi di un sogno (o un incubo, a seconda di come la si veda). Qualche segnale che lascerebbe propendere per la seconda opzione c’è.

Finora chi aveva battuto il Barcellona di Messi (l’Inter di Mourinho, il Chelsea di Matteo l’anno scorso e lo stesso Milan di Allegri pochi mesi fa) ci era sempre riuscito giocando “all’italiana”, puntando tutto su difesa e contropiede. Pur di portare a casa l’obiettivo, questi pochi fortunati non avevano esitato a perdere anche la faccia nella costruzione di fortini inespugnabili, come nemmeno negli anni sessanta.

Il risultato è che, fino all’anno scorso, anche chi aveva battuto i catalani non era mai riuscito a metterli sotto sul piano del gioco. L’impressione, alla fine dei 90 o dei 180 minuti, era sempre che – pur avendo subito un gol in più degli avversari – i vincitori, i più forti fossero sempre loro, i blaugrana.

Col Bayern, quest’anno, è andata diversamente. E anche con il Real, in alcuni match chiave della stagione, a partire dalla semifinale di Coppa del Re (sconfitta per 3 a 1 in casa).

L’impressione è che sempre più allenatori stiano imparando come comprendere – e a bloccare – il sistema di gioco del Barcellona. In più, come scrive Paul Waring nella sua analisi su Football Speak, sta emergendo un nucleo di nuove squadre che piuttosto che rinnegare sé stessi in un esasperato difensivismo o cimentarsi nell’improbabile riproduzione del sogno catalano stiano proponendo un’idea di calcio non particolarmente originale ma certamente più equilibrata, capace di combinare elevato possesso palla (non pressoché esclusivo come nel modello Barcellona), difesa attenta e spirito propositivo.

Più che le due tedesche finaliste di Champions o il Real di Mourinho, Waring cita come esempio della “nuova via” la Juventus di Conte, “squadra in grado di combinare una grande capacità difensiva  con una scientifica, quasi letale, abilità di creare occasioni e segnare”.

Insomma, accantonato (finalmente) il tiki-taka, ci resta il modello Juve?

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