Lo “stadio” della rivolta sulle rive del canale


di Christiano xho Presutti e Luca di Meo aka Wu Ming 3*

Come si collocano i massacri di Port Said dentro i complessi eventi della rivoluzione egiziana? E che ruolo ricoprono il calcio e i suoi fan nel mosaico che rende questa società millenaria un magma ribollente e che non cesserà di sconvolgere le nostre incrostate visioni eurocentriche di cui tutti siamo portatori?

Crediamo sia ancora il tempo di impostare in modo corretto le domande piuttosto che giungere a conclusioni di risulta o emettere sentenze sbrigative. È meglio restare ai fatti, che sono molti e di grande importanza, e infine provare ad abbozzare qualche riflessione parziale e transitoria.

La Lega A egiziana (Egyptian Premier League, الدوري المصري الأول), la massima serie del campionato di calcio egiziano, sarebbe dovuta ripartire oggi. A porte chiuse.
Non succederà. Le violenze degli ultimi giorni, in occasione del secondo anniversario del 25 gennaio (#Jan25), giorno d’inizio della rivoluzione egiziana, e dell’assalto al carcere di sabato dopo le 21 condanne a morte per i fatti di Port Said, hanno determinato l’ennesimo rinvio. Il campionato è fermo dal 1 febbraio 2012.

Come in molte situazioni analoghe nel resto del mondo, gli Ultras sono composti per la maggior parte da giovani della working class, orientati a una cultura dello scontro. Con le tifoserie avversarie, con lo stato, con le forze dell’ordine, con il potere in tutte le sue forme.
Il calcio in Egitto è un fenomeno sociale pervasivo e di massa. In una società con più di ottanta milioni di abitanti e un’età media di ventiquattro anni, si fa poca fatica a immaginare l’enorme quantità di persone coinvolte.

Tuttavia il fenomeno ultras in Egitto, o più in generale nell’area interessata dalle vicende rivoluzionarie degli ultimi anni, è abbastanza recente. L’aggregazione in gruppi organizzati delle principali squadre egiziane ha a meno di dieci anni e nella loro genesi un ruolo importante ha svolto la possibilità di comunicare attraverso Internet.

Clashes in Port Said stadium

Le due squadre de Il Cairo sono l’Al Ahly, che vanta 36 titoli, e lo Zamalek, che ne vanta 11. Le altre principali squadre del paese provengono dalla zona del canale, l’Ismaily di Ismaïlia e Al Masry di Port Said. Tra le due tifoserie della capitale esiste la rivalità tipica dei derby cittadini, ma non minore è la rivalità con le altre squadre, spesso mossa ed esacerbata anche dall’evoluzione delle posizioni politiche.

Port Said, che conta 600mila abitanti, ha un forte legame politico, mai rescisso, con Nasser e il nazionalismo arabo della rivoluzione del 1952. È probabilmente la città più sindacalizzata d’Egitto, la più vicina al confine nord orientale, e porta orgogliosamente le ferite dell’attacco tripartito di Inghilterra, Francia e Israele nel 1956.
L’odio tra le tifoserie della capitale e quelle di Port Said nasce sull’onda di quegli eventi, quando l’Al Alhy negò per diverse volte l’accesso allo stadio alla squadra avversaria.

Il 1 febbraio 2011 almeno 74 persone sono state uccise e circa mille ferite negli scontri allo stadio di Port Said, quando migliaia di tifosi del Masry, armati di coltelli, bastoni e pietre, invasero le tribune e il campo da gioco alla fine della partita che li aveva visti vincitori per 3-1.

Da allora il campionato egiziano è sospeso, e i tifosi del Ahly si sono più volte opposti alle ipotesi di ripresa senza che fosse fatta giustizia per quel massacro. Secondo la maggior parte delle analisi giornalistiche, la vicenda – certo mossa anche dalla rivalità esistente – è stata favorita e promossa delle autorità locali, apparentemente più vicine al vecchio regime, per  rappresaglia contro i tifosi del Ahly, molto attivi nelle rivolte di Piazza Tahrir.

Dunque, ciò che apparirebbe ad un primo sguardo è la vendetta premeditata del regime contro una frangia rivelatasi decisiva nelle dinamiche insurrezionali fin dai primi giorni degli eventi del gennaio 2011. Le indubbie connivenze delle forze dell’ordine locali nel favorire l’aggressione all’interno dello stadio (luci spente, cancelli chiusi, mancata interposizione) sembrano delineare un quadro chiaro. Da una parte le forze del regime, dall’altra i rivoluzionari.

Sangue allo stadio di Port Said

Tuttavia forse non è il caso di accettare in toto una versione così semplificata. Proprio in occasione del secondo anniversario della rivoluzione, sabato scorso, sono state pronunciate 21 condanne a morte per quei fatti. Gli imputati nel processo sono quasi un centinaio e un secondo verdetto è atteso per il 9 marzo.

Tra i 21 della prima condanna non risultano componenti delle forse di polizia, mentre nel secondo processo ne figurano 9 tra i 52 imputati. Ciononostante va rimarcato che la sera della sentenza una consistente parte dei tifosi del Ahly, riuniti davanti allo stadio, ha festeggiato con grande enfasi il verdetto. Nello stesso momento, a Port Said, furiosi scontri avviati dai familiari dei condannati e sodali locali con le forze dell’ordine causavano oltre trenta vittime e circa trecento feriti. I numeri sono cresciuti nei due giorni successivi, fino alla proclamazione del coprifuoco nelle città del canale: Port Said, Ismaïlia e Suez. A oggi se ne contano almeno 56.

La portata degli avvenimenti ci mette di continuo di fronte a elementi spiazzanti e di difficile comprensione. Un esempio su tutti. Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio, con lo scopo di sfidare il coprifuoco, una parte dei manifestanti ha organizzato un torneo di calcio e, tra le varie, ha avuto luogo anche una partita con esponenti delle forze dell’ordine. Tutto ciò è quanto meno sorprendente se consideriamo che i condannati e il resto della tifoseria si sono auto-definiti “capri espiatori”, proprio per la presenza marginale delle forze di polizia e di membri delle autorità tra gli imputati.Altra questione da rimarcare è che dietro le tifoserie organizzate esistono quei fenomeni comuni alle tifoserie di mezzo mondo. Giro di soldi, questioni di potere, identità di branco e machismo endemico dei gruppi organizzati. Squadre teoricamente legate a diverse classi sociali, come l’esempio del Al Ahly, squadra del popolo, che ha molti tifosi anche fuori dalla capitale, e lo Zamalek, considerata la squadra delle classi agiate de Il Cairo.

Se a tutto questo aggiungiamo la presenza di una soggettività permeata dagli eventi della rivoluzione e dal protagonismo che dentro quegli eventi gli ultras hanno senza alcun dubbio avuto, otteniamo una mescolanza tanto magmatica quanto di difficile interpretazione.
Le rivoluzioni non hanno tempi giornalistici. Durano anni.

Una domanda alla quale oggi ci sembra impossibile rispondere, per la quale bisognerà forse attendere a lungo, è: quanto gli eventi rivoluzionari in corso stanno trasformando questi gruppi? Se da una parte assistiamo a fenomeni incoraggianti come la creazione di un soggetto, Ultras Tahrir, che supera le rivalità e le diffidenze tra frange delle tifoserie locali, dall’altra non possiamo, conoscendo la storia, ignorare quanto sia sottile il filo che in questo terreno ideale separa genuine istanze di ribellione e libertà dalla creazione di nuovi potenziali Arkan.

Altre questioni irrisolte, che ci suggeriscono analisi più meditate e attente, non mancano. I tifosi del Ahly erano arrivati a Port Said in circa 5000, sull’onda dell’esaltazione per i fatti degli ultimi mesi e la fine del processo a Mubarak, con atteggiamenti non proprio pacifici nei confronti degli storici avversari.

Ancora. Nonostante il riconoscimento circa la difesa e la tenuta militare della piazza, che probabilmente solo gli Ultras erano in grado di garantire, permangono atteggiamenti critici nei loro confronti da parte di diverse componenti del fronte laico, per quelle caratteristiche che gli sono proprie e che spesso risultano indigeste alle soggettività più strutturalmente politicizzate (do you remember Genova?).

Ancora. L’improvvisa apparizione del black bloc negli scontri delle ultime settimane. Ci sono punti di contatto? Si tratta di un nuovo soggetto? È un espediente tattico di soggettività già presenti, come appunto gli ultras?
Su tutto questo, per ora nebbia fitta.

banner black bloc egypt

Infine è probabile che questo testo che proponiamo risulti magmatico e parziale almeno quanto la situazione in corso. E di questo ci scusiamo con il lettore, ma è ciò di cui siamo convinti. Si tratta di un quadro in vorticosa evoluzione e nessuna conclusione o sentenza sui fenomeni in atto avrebbe senso. Più che mai vista da qui.

Ci sentiamo tuttavia di indicare un banco di prova a nostro avviso fondamentale circa la  piega che prenderanno gli eventi e la storia di queste identità in transizione. Esso risiede nelle relazioni di genere. L’identità femminile ci è apparsa come decisiva e determinante, sia a livello quantitativo che qualitativo, nel definire come “rivoluzionario” il processo in corso. Solo attraverso il superamento delle dinamiche patriarcali e machiste, tipiche del fenomeno ultras, si potrebbe compiere la transizione da un’identità indistintamente ribelle verso la consapevolezza e la rivendicazione di diritti e cittadinanza, oltre lo stadio e le identità di gruppo.

Questione due volte importante, decisiva. Sia per le caratteristiche sociali, culturali e religiose del paese, e soprattutto perché quella egiziana, come ogni rivoluzione, è prima di tutto una rivoluzione di donne. E su di loro e, ancora di più, con loro, si giocherà la partita decisiva.

Ringraziamo quanti svolgono un prezioso servizio di informazione in Italia. In particolare Chawki Senouci, responsabile esteri di Radio Popolare, che si è prestato a una chiacchierata molto utile.

* PUBBLICATO SU il Manifesto del 2 febbraio 2013

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