Moviola in campo? Impossibile, il calcio è rito


A prima vista sembrerebbe una cosa facile facile. La moviola in campo c’è nel tennis, nella pallavolo e perfino nel rugby. In caso di azione dubbia, l’arbitro ferma l’incontro, contatta via auricolare il suo assistente posto davanti al monitor e così risolve l’arcano. In tutto passano poche manciate di secondi, molto meno di quanto se ne spendono normalmente, in una partita, tra proteste e risse.

E allora perché non introdurre la tecnologia anche nel calcio, almeno per eliminare i cosiddetti “gol fantasma”?

Al di là di qualche ritrattazione estemporanea, il presidente/padrone della Fifa Sepp Blatter ha sempre escluso tale ipotesi. E la moviola in campo è stata bocciata anche dal presidente della Uefa Michel Platini, secondo cui “il calcio è lo sport più popolare del mondo perché ha regole semplici che funzionano ovunque” ed episodi come quello che hanno segnato Milan-Juventus “si verificano una volta ogni qualche anno”.

In realtà, le istituzioni calcistiche farebbero prima a rispondere ai critici chiamando in causa l’antropologia e a spiegare che il calcio è un rito (uno dei più diffusi del mondo) e che, in quanto tale, si basa su comportamenti standardizzati (anche apparentemente irrazionali) che affondano le proprie radici nella tradizione (che essa sia inventata o meno).

Insomma, a chi gli chiede di inserire le telecamere accanto alla porta Blatter e Platini potrebbero spiegare che, come ogni rito, il calcio trae forza anche dalla sua “rigidità” e proprio per questo accetta di malavoglia il cambiamento. In questo senso, l’istituzione che più gli si avvicina è la Chiesa cattolica, con cui il football ha in comune un seguito globale, oltre che una liturgia unica, nella quale “c’è una parte immutabile, perché di istituzione divina”.

Qualche cambiamento nelle regole e nel rituale del calcio, quindi, è lecito. Per esempio, si può aggiungere un quarto uomo a bordo campo oppure si possono mettere i numeri sulle maglie. Ma a introdurre la tecnologia manco a parlarne. Ne andrebbe della sacralità dell’istituzione stessa.

ARTICOLO PUBBLICATO SU Linkiesta

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