Palestina, un pallone oltre le barriere



Una nazionale senza Stato che si sta giocando le qualificazioni ai Mondiali di Calcio Brasile 2014. È il caso particolare di una terra particolare, la Palestina, l’unica tra i 208 membri della Fifa a non essere riconosciuta come Stato sovrano dalle Nazioni Unite.

Ma a volte lo sport sa abbattere le barriere prima della politica. Lo si è visto anche domenica, quando a Ramallah la squadra palestinese ha giocato il ritorno del primo turno contro l’Afghanistan, nel nuovissimo stadio “Faisal Hussein”. A due passi dal Muro di Separazione. È finita 1-1, ma a passare al secondo turno preliminare delle qualificazioni è stata la Palestina, forte del 2-0 dell’andata. Ad attenderla ci sarà ora la Tailandia.

Ma dietro a questa vittoria, dietro alla possibilità di giocarsi una qualificazione mondiale, dietro allo stadio di Ramallah nuovo di zecca, ci sono 63 anni di lotta per la liberazione. Fatta di due Intifada, di processi di pace, di marce pacifiche e disobbedienza civile. E che ora il pallone è un nuovo possibile ambasciatore. “Quando una squadra viene a giocare nella nostra terra – ha detto all’agenzia di stampa The Associated Press il 26enne Murad Ismael, giocatore della nazionale – è come se riconoscesse lo Stato palestinese. Questo fa bene alla causa palestinese, non semplicemente lo sport”.

Giocare in Palestina una partita di qualificazione ai Mondiali è una missione: da marzo la nazionale ha ottenuto il permesso di giocare in Cisgiordania ed ospitare così i match mondiali. Una vittoria non da poco: prima il team era costretto a scendere in campo in Kuwait o in Giordania e molti dei suoi giocatori venivano bloccati alle frontiere dalle autorità israeliane per “motivi di sicurezza”.

A guidare la rappresentanza palestinese, c’è Jibril Rajoub, 58enne ex capo della sicurezza in Cisgiordania, che ha trascorso 17 anni nelle poco confortevoli prigioni israeliane. Da due anni capo della Federazione Palestinese di Calcio e del Comitato Olimpico, ha un obiettivo: usare il pallone per inviare un messaggio al mondo intero. “Noi siamo persone normali – ha detto a The Associated Press – Lo sport è uno dei modi per ottenere la libertà della nostra nazione”. Dello stesso avviso è l’Autorità Palestinese che nel 2008 ha deciso di investire nel calcio palestinese, risollevando le sorti di un team inesistente: per anni il calcio in Cisgiordania ha vissuto in emergenza, senza alcuna organizzazione e bloccato dalle restrizioni al movimento imposte da Israele ai giocatori. In pochi anni, sono arrivati soldi (da un budget di 870mila dollari annuali oggi si tocca quota 6 milioni), un nuovo stadio e funzionari in grado di mandare avanti amministrazione e burocrazia (da 3 dipendenti del 2008 agli attuali 30).

A rafforzare la squadra è arrivato anche un difensore dalla storia particolare. È Omar Jarun, papà palestinese e mamma americana, capelli biondi che colpiscono in mezzo alle chiome nere degli altri giocatori. Ha deciso di lasciare gli Stati Uniti e unirsi alla compagine palestinese. Così, a 26 anni, è riuscito anche a visitare Tulkarem, la città in cui è nato suo padre. Omar è nato in Kuwait, per trasferirsi in Georgia con lo scoppio della guerra contro l’Iraq di Saddam. Qui il papa gli ha insegnato a giocare a pallone, preferendolo allo sport nazionale americano, il basket.

“Da giovane il mio sogno era giocare per una nazionale – ha raccontato Omar alla Cnn – e pensavo di entrare nella nazionale americana. Non avrei mai immaginato di finire in quella palestinese”. “Conosco la mia storia, ma non sapevo cosa fare per il popolo palestinese, a parte giocare a calcio. Così quando mi hanno offerto di giocare con la nazionale di Palestina, ho detto sì”. Una nazionale che di problemi ne avuti molti: nel 1998 la squadra è stata riconosciuta dalla Fifa, ma con lo scoppio della Seconda Intifada il campionato nazionale è stato cancellato e i giocatori palestinesi non riuscivano ad uscire dal Paese per i match all’estero. Oggi, le restrizioni continuano. È il caso del difensore Abdel Latif Bahdari, palestinese di Gaza, a cui più volte è stato negato di uscire dalla Striscia. O di altri giocatori gazani a cui non è stato permesso di rientrare dopo aver giocato in Cisgiordania.

Ma a volte le restrizioni non arrivano solo da parte israeliana. A volte ci si mette anche la famiglia. E la convinzione che il calcio sia uno sport solo maschile: poco onorevole per una donna, mettersi in calzoncini e dare quattro calci ad un pallone. Ma le ragazze palestinesi hanno imparato a resistere e il risultato lo si vede nella fascia di capitano della nazionale femminile palestinese che Honey Thaljieh ha legato al braccio.

Ventisei anni, laurea all’università di Betlemme, Honey ha trascorso gli anni da studente a cercare di formare una squadra di calcio tutta sua, a dispetto dei divieti dei genitori. E oggi è in Germania, invitata in occasione del Mondiale femminile di calcio, per giocare alcune amichevoli. A sette anni il suo unico desiderio era giocare a pallone con i maschietti del quartiere. “Sono stata la prima donna a giocare a calcio in Palestina. Al principio, nella mia famiglia non mi appoggiarono, le vicine di casa mi criticavano. Dicevano: ’Quello non è un gioco da bambine. Nessuno si sposerà con lei”. Ma tant’è, Honey non si è data per vinta e ha continuato a giocare di nascosto nei cortili delle case o quando i suoi genitori non la vedevano.

E dopo aver lottato tanto, ha trasformato in lotta anche il suo professionismo: “Per me, non si tratta oramai solo di calcio. Si tratta di cambiare la società. Molta gente crede che i palestinesi siano tutti terroristi, che portano il velo, che si sposano presto ed hanno molti figli. Grazie al calcio si possono combattere tutti questi stereotipi. Il calcio è una lingua che tutti parlano”.

(Emma Mancini, Nena News, 5 luglio 2011)

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