Egitto, Fratelli Musulmani Football Club



Dopo le tensioni politiche di questi mesi, gli egiziani stasera danno sfogo ad una storica passione nazionale. L’intero paese seguirà il derby dei derby, Ahly contro Zamalek, partita di calcio decisiva per l’assegnazione del titolo di campione d’Egitto. Saranno in 60mila, guidati dagli ultras “Cavalieri Bianchi” dello Zamalek e dagli “Ahlawy” dell’Ahly, ad occupare gli spalti del Cairo Stadium da dove seguiranno il primo scontro diretto dalla “rivoluzione del 25 gennaio” tra i due team rivali. I favori del pronostico sono per l’Ahly, che negli ultimi anni ha dominato il calcio egiziano. A quattro giornate dalla conclusione del campionato e con cinque punti di svantaggio, per lo Zamalek la partita di stasera è l’ultima possibilità per tentare di aggiudicarsi il titolo. Grazie a questo match i giornali hanno venduto tanto in questi giorni, come nelle fasi più intense della rivolta di piazza Tahrir contro l’ex raìs Hosni Mubarak. Ora la passione degli egiziani per il calcio e quella per la politica, potrebbero fondersi. Alcuni partiti si preparano a fondare football club e a lanciarli sulla scena del calcio professionistico. Davanti a tutti ci sono i Fratelli Musulmani che, emersi dalla “clandestinità tollerata” dell’era Mubarak, vogliono essere protagonisti in ogni aspetto della vita del paese.

Due giorni fa gli islamisti hanno ribadito l’annuncio fatto qualche settimana fa dal loro leader Mohammed Badie durante una conferenza. “Il passato regime aveva corrotto i giovani, noi vogliamo che tornino sul sentiero giusto”, aveva premesso Badie prima di comunicare la decisione dei Fratelli Musulmani di fondare una squadra di calcio (e un canale televisivo satellitare). Dopo quell’annuncio, gli egiziani, ben noti per il loro umorismo, non si sono risparmiati. «Ecco il vero derby egiziano: polizia contro militanti islamici», ha scritto in Facebook un appassionato di calcio. “Il portiere della Fratellanza salterà due giornate per ragioni di sicurezza”, ha aggiunto un altro tifoso. “La Fifa inserisce nel regolamento l’espulsione del giocatore che tirerà la barba all’avversario”, ha ironizzato un blogger.

Ma i Fratelli Musulmani fanno sul serio, nel mondo del calcio intendono entrarci e anche in tempi brevi. Così dalle battute si è passati alle analisi sociali e alle reazioni politiche. Un coro di no ha accolto il passo annunciato dai FM (e dal partito liberale Wafd) di partecipare ai campionati nazionali con propri team. “Politicizzare il calcio sarà la fine di questo sport che è il preferito dagli egiziani e spaccherà ancora di più la società”, afferma Muhammad Adel, portavoce del movimento giovanile 6 Aprile, “chiedo ai partiti di scendere in piazza e fare campagne per spingere la gente a partecipare, invece che fondare squadre di calcio”. Ancora più deciso è il commento di Ayman Nour, candidato alle presidenziali. “Le squadre di calcio di proprietà dei partiti non rappresentano un’esigenza reale della vita politica del paese” dice Nour “mischiare il calcio e la politica è un fatto nuovo ma poco comprensibile. È la prova di quanti soldi a disposizione abbiano questi partiti”.

E fondi da investire i FM sembrano averne tanti, grazie a donazioni raccolte nel paese. E non solo nel mondo del calcio e delle televisioni. “Mentre i leader dei partiti laici e progressisti ogni giorno rilasciano dichiarazioni e diffondono comunicati, quelli della Fratellanza lavorano in silenzio nella società”, spiega Ayman Hamed, caporedattore di un nuovo giornale, Tahrir. “Si stanno impegnando molto tra i giovani e i poveri che in questo paese sono milioni – aggiunge i giornalista –, in questi giorni stanno distribuendo tonnellate di carne a prezzi ridotti per aiutare i più svantaggiati”. E’ una caccia al consenso della maggioranza della popolazione che raggiungerà il culmine il prossimo agosto, quando, durante il mese di Ramadan, le moschee diventeranno il principale veicolo di propaganda elettorale per i FM, in vista delle parlamentari che, almeno per ora, i militari al potere confermano per fine settembre.

(Michele Giorgio, Il Manifesto, 29 giugno 2011)

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