Il segreto di Cavani


Sta dispuntando una stagione che va al di là delle pur rosee aspettative ed è indicato come uno dei migliori attaccanti al mondo della sua generazione. Ma, al di là delle doti tecniche, gli appassionati di football hanno potuto constatare come il numero 7 del Napoli Edinson Cavani non perda occasione per ribadire che ogni suo successo raggiunto nello sport più popolare al mondo sia merito dell’intervento divino.

Niente di nuovo: l’uruguagio Cavani, come tanti altri giocatori, soprattutto sudamericani, è un’ “atleta di Cristo”. Non si tratta di una setta, di una confessione particolare interna al cristianesimo, né c’è odore di eresia: niente di tutto questo. Gli “atleti di Cristo” sono una sorta di gruppo trasversale che, indipendentemente dal cristianesimo professato (ma prevale quello di marca evangelica), ricorrono alla popolarità e alla visibilità mediatica ottenuta grazie alle imprese sportive per testimoniare l’importanza e la centralità assoluta del rapporto con la religione, quale elemento di equilibrio e consapevolezza in ambienti dove, com’è noto, non mancano seduzioni e attrattive che non di rado possono sconvolgere l’esistenza anche dei campioni più affermati.

Cavani non è certo il primo, né il più importante della lunga lista. Spicca, ovviamente, Ricardo Izecson Leite, meglio noto come Kakà. Campionissimo del San Paolo, del Milan e ora del Real Madrid, punta di diamante da almeno un decennio della Nazionale brasiliana, il potente trequartista carioca ha fatto della fede in Dio un vero e proprio marchio di fabbrica. Fin dalle prime apparizioni nel campionato italiano, nel 2003, non ha perso occasione per ribadire come assoluta e imprescindibile la propria fede. La vita privata non ha fatto che confermare questa sua convinta adesione alla religione cristiana, con le ripetute dichiarazioni di castità prematrimoniale e la ventilata intenzione di intraprendere la missione di pastore evangelico una volta appese le scarpette al chiodo.

Certo, se la buona fede di questi calciatori può non essere messa in discussione, lo stesso non sempre si può dire delle personalità alle quali si legano in ambito religioso.  Ne sa qualcosa lo stesso Kakà: come i più curiosi ricorderanno, alla fine del 2007, quando il madrileno era ancora a Milanello, i fondatori della sua setta “Renascer em Cristo”, furono arrestati negli Usa con l’accusa di appropriazione indebita di fondi. Ne sortì una polemica furiosa, con i pentecostali intenti addirittura a fare causa al giudice Marcelo Mendroni, “colpevole” di aver chiesto a Kakà lumi sulle ingenti quantità di denaro versate nelle casse dell’organizzazione e di essere, quindi, un “persecutore religioso”. Alla fine, calciatore e consorte hanno scelto di abbandonare “Renascer em Cristo”, senza però rinnegare la fede pentecostale. Che, evidentemente, annovera al suo interno numerosissime diramazioni.

Anche Cavani è un pentecostale: ha trascorso l’ultimo capodanno in compagnia dei suo correligionari in quel di Castel Volturno, proprio dove si allenano gli azzurri, ha chiamato il figlio appena nato Bautista e ha chiesto a Lavezzi di cedergli la maglia numero 7. Nessun vezzo da star, nessuna volontà di emulare chissà quale idolo dell’infanzia, la cifra in questione ha un chiaro valore simbolico, non a caso l’uruguaiano l’ha indossata anche a Palermo.

E se il “Matador” ha fatto la sua scelta fin da giovanissimo, diverso è il caso di Nicola Legrottaglie. Per anni è rientrato nel clichè del calciatore-immagine, con un look perfetto per le serate al Billionaire  e l’aria di chi non disdegna le tentazioni che la ben stipendiata professione offre. Tutto nella norma, finché s’imbatte in quel di Siena nello sconosciuto ai più Tomàs Guzman, attaccante paraguaiano in forza al Piacenza, con alle spalle una presenza in maglia juventina nell’anno della B. Dopo l’esperienza in Toscana “fratello Nicola” non è più lo stesso, torna in bianconero e abbandona il vecchio stile di vita, in favore di un tono più dimesso. Le prestazioni ne risentono positivamente, il pugliese ritrova pure la Nazionale, scrive libri di successo e frequenta assiduamente una comunità evangelica di Beinasco, periferia meridionale del capoluogo piemontese, anche ora che è passato al Milan.

Ma è sempre il Sudamerica a farla da padrone, anche se talvolta con esiti contraddittori. Per restare nel campionato italiano, emblematico è il caso di Felipe Melo, brasiliano, irruente mediano ex Fiorentina ora alla Juve. Vero “ragazzo cattivo” del rettangolo verde, con all’attivo un bel gruzzolo di cartellini e scorrettezze, nel passaggio dalla Viola alla Vecchia Signora aveva annunciato propositi di ravvedimento, rinforzati dagli studi per diventare diacono. Gli effetti non si sono visti, anzi, Melo si è reso protagonista anche agli ultimi Mondiali dell’ennesimo comportamento palesemente antisportivo, punito con un’espulsione risultata poi decisiva per l’eliminazione dei verdeoro a favore dell’Olanda.

Come si vede, il rapporto tra fede e calciatori del continente latinoamericano è estremamente fecondo. I due fenomeni viaggiano su binari che spesso s’incrociano, se è vero che anche il più profano dei fuoriclasse, l’argentino Diego Maradona, non esitò a chiamare in causa l’intervento divino per dare spiegazioni in merito alla mano che beffò l’Inghilterra ai trionfali mondiali messicani, ben sapendo, da consumato eroe populista, di andare a toccare corde molto profonde  in un popolo che non ha esistato a “santificare” personaggi non proprio affini alla sfera religiosa come Evita Peron ed Ernesto “Che “ Guevara. 

Ma come si spiega questa egemonia evangelica tra gli “Atleti di Cristo? Sicuramente in una scelta di tal genere  gioca un ruolo decisivo la diffusione abbastanza capillare di questo genere di confessioni in quelle terre, decisamente aumentata negli ultimi venti, venticinque anni e non di rado ai danni del radicatissimo cattolicesimo di origine iberica. I calciatori, del resto, costituiscono un formidabile strumento di propaganda, in particolar modo presso i giovani, vista e considerata l’indiscutibile importanza del football come strumento di promozione sociale. Molti di loro, non avendo avuto la possibilità di vivere una tradizionale esperienza di educazione religiosa, si ritrovano nell’età adolescenziale sostanzialmente privi di qualunque riferimento in tal genere, e non basta la “semplice” fede cattolica a smuovere in loro l’interesse per quelle che sono le grandi questioni esistenziali che, in un modo o nell’altro, finiscono sempre per incidere in un percorso di conversione. Si rivela dunque necessaria un’esperienza forte, signifcativa, “traumatica” per sollevare la curiosità, la volontà di approfondire determinate tematiche. Il cristianesimo pentecostale, a volte vera e propria “testa di ponte” tra cattolicesimo e protestantesimo, in mezzo a distinzioni che i fedeli riconoscono fino ad un certo punto, propone una ritualità ed una liturgia indubbiamente più in linea con questa richiesta di “verità”. Non si può trascurare, inoltre, l’elemento stabilizzatore che una scelta di questo genere può comportare. In un ambiente milionario come quello del calcio, sempre più capace di “ingurgitare” ragazzini appena patentati e proiettarli in un orizzonte di ricchezza (ma anche di responsabilità e pressioni) spesso insostenibile, non ci si può meravigliare di come questo genere di proselitismo possa prendere (è proprio il caso di dirlo!) piede.

Del resto, che questi atleti siano disposti ad allargare la schiera dei fedeli è sempre stato evidente. Viene in mente il caso di Amarildo, discreto attaccante brasiliano in forza a Cesena e Lazio alla fine degli anni ottanta, celebre più per l’abitudine di distribuire Bibbie agli avversari prima del fischio d’inizio che per le prodezze in area di rigore. Ha chiaramente intenzione di emularlo “fratello Nicola”, che sogna di portare i suoi compagni del Milan ogni domenica mattina alla Chiesa Internazionale Ministero Sabaoth e che s’è mostrato favorevole ad un arrivo dell’incorreggibile Mario Balotelli in rossonero. “Io posso essere lo strumento per portarlo a Dio”, ha sentenziato l’aitante difensore di Gioia del Colle. Be’, visto il carattere a dir poco bizzoso dell’estroverso attaccante del City, la sensazione è che Legrottaglie, si perdoni la battuta, sia proprio intenzionato ad andare incontro al martirio.

[Vincenzo Del Core]

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5 risposte a Il segreto di Cavani

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  2. carmine ha detto:

    Molto interessante. Soprattutto il passaggio dell’aspetto stabilizzante della religione in un giovane calciatore che viene proiettato a quei livelli.
    A questo punto mi viene da chiedere quanto religioni o comunque fedi che rispecchiano ( secondo me) maggiormente questo desiderio di spiritualità, come il buddhismo, possano incidere nel mondo del calcio.
    Io ricordo solo il caso Baggio…e non è poco!

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    • vincenzo ha detto:

      Sono d’accordo, penso che senza il buddhismo Baggio non avrebbe trovato quella serenità che gli ha permesso di superare situazioni complicatissime, soprattutto a causa degli infortuni patiti fin da quando era un ragazzino. In generale, bisogna ricordare che i calciatori non vivono un’adolescenza normale, indipendentemente dalla condizione sociale della famiglia di origine. Mi viene in mente il caso di quel genio del calcio che risponde al nome di Fabrizio Miccoli, a 14 anni spedito al Milan (negli anni ’90 era la squadra più forte del mondo) e che, distrutto dalla distanza tra la Lombardia e il Salento, scelse di tornare a casa dopo nemmeno un anno. Sono convinto che se fosse riuscito a trovare i giusti equilbri, la sua storia calcistica sarebbe stato molto diversa.

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  3. redazione ha detto:

    @ potrei metterla in contatto con l’autore dell’aticolo per approfondire l’argomento

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  4. redazione ha detto:

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