Tripoli, campi minati


Il calcio non si ferma, neppure di fronte alla guerra. In Libia, l’unico sport praticato dalle masse è proprio il calcio. Attorno alla Nazionale, e alle squadre del campionato, si radunano le folle.

Il pallone però è dovuto emigrare sia dalla Libia sia dalla Costa d’Avorio, dove non si placano le violenze del post voto di novembre. Una partita tra missili e colpi di cannone non è proprio possibile disputarla.

Sono tre gli appuntamenti chiave del calendario: la Coppa d’Africa, il match di qualificazione dell’Under 23 alle Olimpiadi di Londra 2012 e il Campionato africano giovanile.

La Coppa del continente

La prima competizione, che vede la Libia impegnata nel girone C, è simile agli Europei. La squadra del Colonnello Gheddafi è allenata da un ct brasiliano e guida il girone con quattro punti dopo due giornate, grazie al pareggio con il Mozambico e alla vittoria sullo Zambia, in casa, di fronte a 50 mila persone.

CONTRO LE COMORE. Domenica 27 marzo deve tornare in campo al June 11 Stadium di Tripoli contro le isole Comore, ma le bombe hanno cambiato il programma. La Federazione africana, la Caf, ha deciso che il match si disputerà, ma in Mali, a Bamako. “Non so come ci arriveremo, ma di certo”, ha sottolineato il tecnico carioca Marcos Paqueta, “dovrò fare un grosso lavoro psicologico sui miei uomini”.

Chi scenderà in campo non è ancora chiaro. Numerosi sono i giocatori che vivono a Bengasi e di loro, al momento, il mister non ha avuto notizie. Le isole Comore si sono schierate apertamente in favore del raìs, ora però dovranno giocare contro la sua Nazionale e cercare di batterla per non uscire anzitempo dal sogno di conquistare la Coppa.

ALLENARSI SOTTO LE BOMBE. Lo sguardo verso il cielo, per la paura di essere colpiti da un missile, i piedi in campo per allenarsi. Il paradosso della guerra vive anche dentro gli stadi. Ha raccontato Cristiano Tinazzi per Peacereporter: “Stavo girando per Tripoli quando ho visto un gruppo di persone che guardavano dentro a una struttura. Mi sono fermato, si stava allenando la Nazionale libica, come se niente fosse”.

Dopo le case, sono distrutti i sogni

La seconda sfida, invece, la Libia l’ha appena persa. Su decisione del Caf e della Fifa, il torneo a otto, da cui devono uscire le quattro squadre che prenderanno parte alla Coppa del Mondo Under 23, in programma in Colombia dal 29 luglio al 20 agosto, non si disputerà più in Libia.

Una decisione sofferta e lungamente ponderata.

LIBIA FUORI DAL MONDIALE U23. Dopo un iniziale rinvio dal 18 marzo ai primi di aprile, è arrivato il definitivo ‘trasferimento’. L’organizzazione era stata affidata al più anziano dei figli del Colonnello, Mohammed Gheddafi, lo stesso che in questi giorni è impegnato a dettare le strategie di guerra all’esercito. Una situazione insostenibile che ha spinto i vertici della Federazione africana ad agire. Ad approfittare della malasorte libica sarà il Sudafrica, che a questo torneo neppure avrebbe dovuto prendere parte. Per gli appassionati di calcio è un colpo letale. Per i giovani di quel Paese, un pezzo di futuro che brucia, come le loro case. La guerra, oltre che danni, morti e feriti, ha eliminato il sogno di poter tifare ai Mondiali la propria Nazionale. Niente Libia, salvo clamorose e future decisioni.

OLIMPIADI A RISCHIO. Sempre il 27 marzo, la nazionale Under 23 della Libia dovrebbe anche giocare la gara di qualificazione in Sudafrica. In palio c’è il pass per le Olimpiadi di Londra 2012. Giocheranno? Nessuno ancora lo sa, tantomeno la federazione sudafricana che ha sollecitato quella libica attraverso fax e mail. Sarebbe un ulteriore colpo alla passione del popolo che dal calcio giovanile ha sempre raccolto trionfi e momenti di felicità.

Pallone, una passione di regime

Il calcio, oltre che uno sport di massa, è la grande passione della famiglia Gheddafi.

Il raìs da decenni ha deciso che ad allenare la selezione di Stato sia un allenatore straniero. Quest’ultimo è brasiliano, ma non sono mancati gli italiani, da Eugenio Bersellini a Franco Scoglio.

LO SCOGLIO DI AL SAADI. Quest’ultimo, nel 2002, venne esonerato dopo una sconfitta. Memorabili furono le sue dichiarazioni: “Sono stato cacciato perché non faccio giocare Gheddafi junior”.

Quel Al Saadi che tanto piaceva a Galeone, quando allenava l’Udinese, e a Serse Cosmi, che del piccolo Gheddafi è stato una specie di mentore a Perugia. Simpatico a tutti, giocatore di basso livello, Al Saadi con sé portava il nome e i soldi paterni. Ne sa qualcosa la Juventus, di cui la famiglia è da sempre grande estimatrice. E finanziatrice.

(Raffaele Vitali, Lettera43, 24 marzo 2011)

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