Il pacco Roma


Le offerte d’acquisto sono tre: a quelle ampiamente previste del gruppo Angelucci (sanità ed editoria) e del consorzio Usa guidato da Thomas Di Benedetto (immobiliarista, socio dei Boston Red Sox di baseball), si è aggiunta all’ultimo momento quella del fondo Aabar (Abu Dhabi, azionista al 4,99 per cento di Unicredit). Le proposte verranno ora vagliate dall’advisor Rothschild, scelto da Unicredit, prima di essere esaminate dal Cda di Italpetroli, azionista di maggioranza della Roma, e da quello di Unicredit, principale creditore della famiglia Sensi, che decideranno se concedere a uno degli offerenti il diritto a una trattativa in esclusiva.

Ma cosa si compra chi si compra la Roma? Si compra una squadra di calcio che, pur avendo la sua stella più luminosa (Totti, 34 anni) sul viale del tramonto, è comunque altamente competitiva in Italia – l’anno scorso è stata a un passo dal soffiare lo scudetto ai campioni del mondo dell’Inter e anche quest’anno è ancora in lizza per il titolo – ed è fra le prime 15 del ranking sportivo europeo. Ma si compra una società che, come si legge nella relazione della società di revisione del bilancio (Bdo) del 13 ottobre scorso, “chiuderà il prossimo esercizio con una significativa perdita, rendendo necessarie eventuali operazioni di finanziamento… ovvero di operazioni di trading dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori”. In altre parole, o si ricapitalizza o bisogna vendere i giocatori migliori: De Rossi, Menez e Vučinić.

In realtà, l’indebitamento della società è più sostenibile di quello di altri club (italiani ed esteri) che pure sembrano navigare in acque meno agitate: era di 71,441 milioni al 30 settembre scorso nel bilancio consolidato del gruppo, a fronte di ricavi per 137 milioni nel 2009-2010 e per 160,9 milioni nel 2008-2009 (differenza negativa determinata dalla mancata partecipazione alla Champions League nella scorsa stagione). Bilancio consolidato reso necessario dal conferimento a una Sas, chiamata Soccer, del ramo di azienda dedicato alle attività di merchandising, marketing e sponsorizzazioni. Un’operazione di cosmesi di bilancio che consentì alla società madre di realizzare nell’esercizio 2006-2007 una plusvalenza di 123,1 milioni. I debiti che hanno costretto la famiglia Sensi a mettere in vendita il gioiello di famiglia non sono tanto quelli della società di calcio, quanto quelli di Compagnia Italpetroli, la holding che ne detiene il pacchetto di maggioranza (66 per cento circa): oltre 400 milioni, gran parte dei quali nei confronti di Unicredit, che perciò coordina le operazioni di vendita.

Le basi per continuare a gestire una società calcisticamente valida ci sarebbero anche: nel 2008-2009 la Roma figurava al dodicesimo posto nella classifica dei ricavi dei club europei, nonostante le lacune strutturali di competitività di cui è vittima l’intero calcio professionistico italiano: eccessiva dipendenza dai diritti televisivi (55 per cento del fatturato), bassi ricavi da stadio nonostante un pubblico fra i più fedeli d’Italia (poco più di 23 milioni all’anno, a fronte degli almeno 100 di tutti i principali club inglesi), peso esagerato del costo del lavoro (il 74 cento dei costi d’esercizio è rappresentato dagli stipendi a tecnici e calciatori). Il problema è che il bilancio 2009-2010 (influenzato come detto dalla mancata partecipazione alla Champions) si è chiuso con un risultato negativo per 21,9 milioni e il prossimo non si prevede migliore. Dal resoconto intermedio di gestione del 30 settembre scorso: “I ricavi e i risultati economici prevedibili beneficeranno della partecipazione alla Champions League, ma risulteranno negativamente influenzati dagli effetti dell’entrata in vigore della normativa sulla commercializzazione dei diritti audiovisivi in forma collettiva. Inoltre, la campagna trasferimenti estiva è risultata non in linea con i prefissati obiettivi aziendali… Pertanto si prevede che l’esercizio 2010-2011 si chiuderà con una significativa perdita, rendendo necessarie operazioni di finanziamento”.

Dunque, il problema per gli acquirenti saranno gli investimenti perché la società sopravviva e la squadra si mantenga competitiva, più che il costo effettivo del pacchetto di maggioranza. Attualmente in Borsa la società è capitalizzata per 158,8 milioni, a un valore di 1,2 euro ad azione. La quota d’ingresso (maggio 2000) era di 5,54 euro, quella del febbraio scorso, prima dell’avvio delle operazioni di vendita, di 0,72 euro. Il valore perciò è salito in un anno del 66 per cento, a conferma di tutti i dubbi sull’opportunità della quotazione delle società calcistiche, per la volatilità dei titoli e le speculazioni cui sono soggetti.

[Gianfranco Teotino, Linkiesta, 31 gennaio 2011]

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