Il caos organizzato nei piedi dei Soviet


È diffusa a sinistra l’opinione che il calcio moderno recherebbe le stimmate del funzionamento dell’impresa postfordista, in cui la fluidificazione delle competenze e dei ruoli è indisgiungibile dalla precarizzazione dei lavori, a tutto beneficio del comando pianificatore del capitalista, calcisticamente espresso dalla nuova centralità dell’allenatore. Ed è altrettanto diffuso il rimpianto per il calcio d’antan, quello fatto di marcature a uomo e affidato all’estro e all’inventiva dei “fuoriclasse”, che nessun allenatore poteva mai ingabbiare entro un qualunque schema tattico.

Come tutti i miti, sono credenze dure a morire. Ma come tutti i miti, non sono che la riscrittura ideologicamente orientata di storie realmente accadute, che molto spesso avevano un significato opposto a quello che il mito gli ha poi appiccicato sopra.

Che il “bel calcio di una volta” fosse in realtà un prodotto culturale del capitalismo non sfuggì a nessuno dei suoi primi osservatori d’inizio Novecento: troppo evidente era il legame fra l’espansione dell’imperialismo inglese e la diffusione mondiale del gioco perché potessero sussistere dubbi al riguardo. Proprio per ciò, come racconta Mario Alessandro Curletto in un godibile e ricco librino appena uscito per “il melangolo” (I piedi dei Soviet. Il futból dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin, pp. 244), all’indomani della rivoluzione bolscevica il calcio si trovò nel neonato stato operaio al centro di un aspro dibattito ideologico, con i più intransigenti sostenitori del Proletkul’t che volevano vietarlo perché diseducativo: specie per i dribbling e le finte, giudicati manifestazioni tipiche dell’inganno individualista che governa la società borghese.

Non tutta l’intelligencija la pensava così. Soprattutto non la pensava così la popolazione, che amava il calcio com’era e proprio non voleva saperne di riforme “moralizzatrici”. E si capisce: specie negli anni trenta, in un contesto politico oppressivo e simbolicamente segnato da parate militari, sfilate ginniche e consimili cerimonie laiche, il calcio avrebbe rappresentato l’unico evento di massa capace di risvegliare quel sentimento d’imprevedibilità che nutre ogni aspettativa di miglioramento della propria condizione. Al punto che uno sport usato come potente strumento propagandistico per l’“educazione della coscienza collettiva” (basti pensare che, eccezion fatta per lo Spartak Mosca, le principali squadre sovietiche erano altrettante emanazioni delle forze armate, degli apparati ministeriali e dell’industria pesante) si sarebbe trasformato non di rado nel veicolo di velate istanze di lotta sociale.

Beninteso, l’antitesi principale restò anche nel calcio il mondo borghese. Rispetto al quale, però, dopo un primo momento di isolamento, prevalse un atteggiamento improntato alla più genuina dialettica materialista, in cui il confronto con l’“antitesi” avrebbe dovuto permettere di togliere quest’ultima in una “sintesi” capace di mutarne il segno di classe.

Ad aprire le danze fu lo Spartak Mosca. Il giorno di Capodanno del 1936, opposti al Racing di Parigi, i calciatori di una selezione delle squadre di calcio moscovite avevano sperimentato la propria inadeguatezza tattica rispetto ai francesi, e ne erano venute accese discussioni circa l’opportunità di abbandonare la vecchia “piramide” (2-3-5) per adottare il nuovo modulo del WM, introdotto alcuni anni prima in Inghilterra da Herbert Chapman. Nel dibattito erano però prevalse le voci dei conservatori, che avevano ricondotto la sconfitta a errori individuali e avevano bollato come “indegnamente difensivo” lo schieramento escogitato dalla “borghesia britannica”, che vedeva il centromediano retrocesso nella posizione di stopper e le due mezzeali arretrate a supporto della linea di centrocampo. L’unanime scomunica non impressionò tuttavia i calciatori dello Spartak, che annunciarono pubblicamente la propria intenzione di passare al gioco inglese proprio nella partita che avrebbero disputato con il loro principale oppositore ideologico, la Dinamo Mosca.

La débâcle che ne seguì (la Dinamo vinse 5-2) indusse sul momento lo Spartak a rinunciare al WM. Ma l’arma proibita fu riesumata un anno dopo, durante una tournée in terra sovietica della selezione dei Paesi Baschi, che gettò nello sconforto le autorità sportive russe: i baschi travolsero infatti sia il Lokomotiv che la Dinamo Mosca, mettendo a nudo le deficienze tattiche della “piramide” rispetto al “Chapman System”. Fu allora che lo Spartak decise di sfidare i baschi sul loro stesso terreno: e il fantasmagorico 6-2 con cui s’impose la popolare squadra moscovita determinò l’affermarsi del WM come modulo d’efficacia taumaturgica.

Proprio qui si apre la parte calcisticamente più interessante del racconto di Curletto. A partire dal 1938, infatti, via via tutte le squadre sovietiche recepirono il WM, inclusa la Dinamo Mosca che ne era stata l’avversaria ideologicamente più fiera. Ma proprio la Dinamo, grazie ad un giovane e intelligente allenatore, Boris Arkad’ev, innovò in modo decisivo lo schema “difensivista” di matrice inglese, riuscendo a mettere a punto un sistema di continuo scambio di posizioni fra i tre attaccanti che disorientava le difese avversarie, schierate logicamente “a uomo”. Arkad’ev lo definì un modo di “infondere in questa invenzione inglese la nostra anima russa, il nostro slancio”, e i fatti gli diedero ragione: il “caos organizzato” della linea d’attacco, con i calciatori che si lanciavano negli spazi per dettare il passaggio al compagno, fu determinante nella conquista del titolo sovietico nel 1940, al punto da indurre Arkad’ev a sperimentare analoghe varianti anche nelle altre due linee. In un’intervista alla Komsomol’skaja Pravda, egli dichiarò che la disposizione in campo non doveva essere rigida: essendo la Dinamo votata al gioco d’attacco, sul campo ci dovevano essere più attaccanti dei tre tradizionali, il che implicava che ogni difensore e ogni centrocampista dovesse saper giocare anche in attacco.

Era una vera e propria eresia per quei tempi in cui ai difensori era assolutamente interdetto di varcare la metà campo. Ma proprio questa eresia andò in scena (anzi: in campo) nelle poche partite del campionato che precedettero l’invasione nazista: un sistema di gioco in cui, come racconta Curletto (qui debitore delle ricerche di Aksel Vartanjan), i difensori si spingevano sistematicamente in avanti, arrivando non di rado al tiro, puntualmente coperti dall’arretramento dei centrocampisti. Un sistema che costituiva l’embrione da cui, vent’anni più tardi, si sarebbe sviluppato il “calcio totale” dell’Ajax.

Sono ancora sospesi tra il mito e la storia i percorsi che portarono le idee di Arkad’ev a giungere oltrecortina, fino alla terra dei tulipani, dove Rinus Michels le avrebbe perfezionate al punto da farne un modello ormai diffuso in tutto il globo. Ma in fondo, da dove se non dalla terra dell’Ottobre poteva venire una nuova idea del calcio, capace di superare la sclerotizzazione tipicamente borghese dei ruoli in campo e fluidificarli verso un concetto “onnilaterale” di calciatore? Altro che postfordismo, compagni, è il comunismo applicato al pallone. Altrove non è andato così bene, d’accordo, ma da qui si può ricominciare.

[Luigi Cavallaro, Il Manifesto, 19 gennaio 2011]

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