Una Spagna che sa vincere


Da eterna incompiuta a solida realtà del calcio mondiale. Comunque vada a finire domenica, per la Spagna questo Mondiale è stato un successo: mai arrivati in semifinale, avranno la possibilità di giocarsi la partita decisiva, a soli due anni di distanza dalla meritata vittoria nell’Europeo. D’altra parte, sulla crescita del calcio spagnolo s’è detto abbastanza, è un movimento che valorizza i giovani, li responsabilizza fin da subito, in modo da renderli pronti e competitivi per gli appuntamenti più importanti. Quella ammirata fino ad ora in Sudafrica è una squadra concreta, anche se  non priva dei barocchismi che probabilmente appartengono alla cultura profonda del paese: in effetti, nelle giocate delle Furie Rosse è facile riconoscere la ricerca quasi ossessiva del ricamo, della giocata “artistica” che fa di loro gli epigoni nel Vecchio Continente delle grandi scuole sudamericane. 

Ma qualcosa è cambiato, se è vero che gli iberici si sono ormai emancipati dalla condizione di eterne cicale. Qualcosa è cambiato soprattutto nella dinamica della costruzione stessa della squadra, non più dilaniata dalle lotte interne tra madrileni e azulgrana, vero cruccio delle passate, fallimentari, spedizioni. La rivalità tra Real e Barcellona si ripercuoteva inevitabilmente sulla squadra nazionale, senza dubbio competitiva a livello individuale, ma altresì incapace di trovare le ragioni dell’unità e della compattezza. Del resto, quella di venti/trent’anni fa era la Spagna che usciva dal cupo e duraturo periodo franchista che aveva,  inevitabilmente, accentuato all’interno della popolazione diffidenze e paure. Negli anni ottanta brillava a livello europeo il Real di Butragueno e Sanchis e la nazionale era quasi esclusivamente composta da elementi delle merengues, con poche e scarsamente rilevanti immissioni esterne (l’eccezione di spicco era rappresentata da Andoni Zubizarreta, basco, portiere prima dell’Athletic Bilbao, quindi del Barcellona).

Invece, la nazionale allenata da Del Bosque (da calciatore colonna del Real) è caratterizzata dalla prevalenza di elementi del Barcellona, molti dei quali provenienti dal settore giovanile della squadra che, negli ultimi decenni, ha visto giocare i migliori calciatori del mondo (Cruijff, Maradona, Romario, Ronaldo e Messi). Ma la fusione tra diverse anime sembra essere riuscita, tanto da produrre una squadra apparentemente al riparo da protagonismi e individualismi, nonostante l’alto livello tecnico di tanti elementi in rosa, anche non titolari.

Tutto merito delle dirigenze calcistiche? Dipende. Certo, da quelle parti l’immobilismo dei nostri vertici federali sarebbe intollerabile, ma lo spettacolo calcistico offerto dalle Furie Rosse riflette qualcosa di più profondo. Non c’è dubbio che molto abbia inciso l’apertura della Spagna ad influssi esterni, la liberazione di energie creative ed intellettuali che hanno contribuito il paese di Cervantes a rendersi noto e protagonista in tutto il mondo, al di là dei luoghi comuni e, più recentemente, della crisi economica che sembrava quanto più distante possibile da un paese capace di progredire notevolmente in uno spazio di tempo relativamente breve

A tal proposito, c’è un’immagine legata al calcio che rende plastico il cambiamento di mentalità e abitudini avvenuto nel giro di trent’anni. 12 luglio 1982, Madrid, stadio Santiago Bernabeu, finale dei campionati mondiali di calcio. Marco Tardelli insacca alle spalle di Schumacher il secondo gol che, di fatto, porta l’Italia sul tetto del mondo ai danni della Germania Ovest. La panchina azzurra si alza in piedi per esultare insieme al centrocampista che corre in quella direzione. Intanto, dalle retrovie spuntano diversi agenti in servizio che cercano di bloccare, senza troppa convinzione, i giocatori italiani e di limitare la loro gioia. Non successe nulla, nell’euforia del momento forse nessuno si accorse di questa curiosa scena, ma una cosa è certa: oggi una cosa del genere sarebbe davvero surreale. Soprattutto in Spagna.

(Vincenzo Del Core)

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2 risposte a Una Spagna che sa vincere

  1. carmine ha detto:

    non so perchè, ma in questi giorni, con la Spagna protagonista, mi è venuto in mente Miguel Angel Nadal, ottimo difensore centrale della spagna di qualche anno fa, che nonostante giocasse in un’ottima nazionale non ha mai vinto nulla con quella (compensando però con le vittorie di un fortissimo Barcellona).
    Per la cronaca , Miguel Angel è lo zio di “Rafa”…non lo sapevo ;)

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  2. vincenzo ha detto:

    Me lo ricordo, anche se nemmeno io ero al corrente della clamorosa parentela. Grande giocatore, tra i tanti che avrebbero meritato almeno un titolo con la maglia della nazionale.

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