Se a vincere è l’Olanda meno olandese di sempre


Si dice Olanda e si pensa al calcio totale, al 4-2-4, alla nazionale degli anni settanta guidata dai capelloni Johan Cruijff e Rudi Krol, che beveva, fumava e si portava mogli e fidanzate in ritiro, dove ad attaccare erano pure i difensori e in cui il bel gioco era un imperativo, anche a costo di non vincere niente. E difatti – pur dando spettacolo in ogni continente – quella squadra riuscì non riuscì mai a sollevare la Coppa del Mondo. Per due volte arrivò in finale e per due volte venne sconfitta: nel ‘74 dalla solida Germania di Franz Beckenbauer, e quattro anni più tardi dall’Argentina simbolo del regime di Videla.

Ciò nonostante (o forse proprio per questo)  il mito di quell’Olanda è rimasto. Non solo nella memoria degli appassionati di tutto il mondo, ma anche nella testa degli olandesi che al mito del calcio totale sono rimasto a lungo fedeli. A quell’idea di zona, fuorigioco spinto e giocatori tuttofare si sono conformate le scuole calcio del paese dei tulipani e i club di massima serie. L’Ajax è diventato un altro simbolo di quel modo di intendere il pallone e l’ha propagandato in mezzo mondo. Cruijff, il suo uomo più rappresentativo, dopo aver messo da parte la maglia numero 14 si è trasformato in sacerdote dell’ortodossia olandese, pronto a stigmatizzare a destra e manca chiunque promuovesse un calcio utilitaristico, quei profani pronti a mettere il risultato davanti al gioco.

Di fronte a tanta storia sarebbe davvero paradossale se a vincere la prima Coppa del Mondo olandese, domenica sera a Johannesburg, fosse la squadra meno olandese che mai. La formazione di oggi, guidata da Robben e Sneijder, priva di personaggi sopra le righe, ma soprattutto lontana anni luce dall’idea di calcio offensivo che ha caratterizzato le selezioni che l’hanno preceduta. Una squadra dove anche gli attaccanti si sacrificano, dove la difesa viene prima di tutto, che se proprio deve cercare un ispiratore ideale lo può trovare nel portoghese Mourinho.

Eppure la trasformazione arancione non è frutto del caso. La crepa è sorta qualche anno fa e si è mano a mano ampliata, fino a diventare la voragine di oggi. L’ultima Olanda ortodossa è forse quella di Kluivert e dei fratelli de Boer, guidata in panchina da Frank Rijkaard, che agli europei del 2004 – come al solito – diede spettacolo, ma si infranse contro il muro messo in piedi dall’Italia. Dopo di allora, qualcosa è cambiato. Già nel 2008, in occasione degli Europei, i senatori della squadra chiesero esplicitamente all’allenatore Van Basten di eliminare le ali e mettere da parte il classico 4-2-4. Poi a completare l’opera è arrivato il nuovo ct, Bert Van Marwijk, che come prima cosa ha imposto ai suoi di “marcare meglio”, perché “il calcio è cambiato e col sistema di una volta non si è mai vinto niente”.

Difficile dire quale sia la ragione di una tale rivoluzione. Una spiegazione ha provato a darla lo scrittore olandese David Winner sul Manifesto di ieri , chiamando in causa la crisi politica e culturale che ha segnato l’Olanda nell’ultimo decennio, trascinandola in un vortice di insicurezza, sospetto e xenofobia. Di sicuro il calcio totale olandese è gravemente malato. E c’è da scommettere che, se domenica sera i tulipani dovessero conquistare la loro prima Coppa del mondo, nessuno riuscirà a rianimarlo.

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