Mondiali 2010, il risveglio di un continente (e non è quello africano)


Non sappiamo ancora come andrà a finire questo campionato del mondo, ma un c’è un dato evidente: tutte le sudamericane partecipanti hanno passato il primo turno. Oltre ai “mostri sacri” Argentina e Brasile, agli ottavi sono arrivati anche Paraguay, Cile e Uruguay. Se si considera l’intero Nuovo Mondo, troviamo avanti anche il Messico, mentre gli Stati Uniti, per ovvie ragioni, non sono assimilabili, culturalmente e politicamente, ai paesi sopra elencati.

S’è detto da più  parti che il fallimento azzurro riflette il declino di quella che è  stata la settima potenza industriale e che, negli anni d’oro del calcio nazionale, sapeva essere un modello di dinamismo culturale, artistico e intellettuale, al netto delle innumerevoli contraddizioni che il “boom”  economico ha portato con sé. Seguendo questa linea interpretativa, osserviamo come il Sudamerica calcistico rappresenti simbolicamente la crescita del Sudamerica geopolitico. Facile l’obiezione: i “latinos” hanno sempre dominato il calcio mondiale, i migliori di sempre sono argentini o brasiliani, mentre, come diceva Gianni Brera, “se l’Inghilterra è la madre del calcio, l’Uruguay è il padre”. Tutto vero, ma mai come in questo mondiale, almeno fino ad ora, l’avanzata sudamericana è stata compatta, decisa, unanime. Il calcio di queste squadre esprime la vivacità e il fermento di popoli tutt’altro che “in via di sviluppo”, sempre più capaci di recitare un ruolo significativo nell’orizzonte multipolare che va profilandosi.

La Vecchia Europa arranca, è stanca: la Francia è travolta dall’incapacità  di “tenere insieme” un patrimonio di accoglienza e rispetto verso il diverso con una classe politica capeggiata da una caricatura di De Gaulle di cui si ricorda la memorabile definizione di “feccia” in riferimento alle rivolte immigrate della “banlieue” parigina. Dell’Italia, paese di caste e gerarchico come neanche la Sparta arcaica, s’è detto fin troppo, mentre affaticata e zoppicante è apparsa pure la terra “dove tutto ebbe iniziò”, quell’Inghilterra che, nel calcio come in politica, fatica a trovare una dimensione all’altezza del suo rango e della sua storia. E comunque, bene o male il minimo è riuscita a farlo. E se la Germania deve scoprirsi multietnica per allestire una squadra motivata, la Spagna, nonostante la crisi economica, propone attraverso le “Furie Rosse” l’immagine di un paese disposto, pur tra mille difficoltà, a dare spazio ad energie fresche e rinnovate. Così come hanno provato a fare lusitani della star Cristiano Ronaldo. In fondo, le lingue parlate nella penisola iberiche sono egemoni in questa seconda fase del Mondiale. Solo un caso?

(Vincenzo Del Core)

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2 risposte a Mondiali 2010, il risveglio di un continente (e non è quello africano)

  1. carmine ha detto:

    Mi è piaciuta la tua analisi, ora però mi sa che lo spagnolo vincente sarà quello degli europei conquistadores.
    Qualcosa si riesce sempre ad inventare al di qua dell’oceano!
    L’allegria sudamericana si è scontrata con la geometrica compattezza e classe degli squadroni europei…e col culo degli olandesi…lasciatemelo dire!

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  2. vincenzo ha detto:

    Anche secondo me l’Olanda ha avuto la sorte clamorosamente dalla sua parte (per usare un eufemismo). Questo dato, se fossi spagnolo, non mi farebbe essere tanto ottimista, anche se il polipo oracolare ha sentenziato a favore delle “Furie”.

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