I pirati della Bundesliga


di Carlo Maria Miele

«Més que un club». Il motto del colosso Barcellona («Più di una squadra») potrebbe andare bene anche per il piccolo St Pauli. A differenza dei catalani, la seconda compagine di Amburgo non rappresenta una «nazione» e ha molti meno soldi in cassa. Come i catalani, però, i «pirati della Bundesliga» sono divenuti nel tempo un simbolo, un punto di riferimento radicato nel calcio ma che va ben al di là del calcio. Ancora più del Barcellona, quella del St Pauli è la storia di un’anomalia, nell’ambito di un settore sempre più omologato, dove sponsor e diritti televisivi hanno la precedenza, e dove lo spazio per il sogno e la passione viene ridotto al minimo. La squadra tedesca è diversa in tutto. Dal colore delle maglie (marrone), al simbolo utilizzato dai suoi supporter (teschio e ossa incrociate su campo nero, meglio conosciuto come Jolly Roger) fino all’inno che accompagna la discesa in campo dei giocatori (Hell’s Bells degli AC/DC). Una diversità che è diventato elemento distintivo. Solo così si spiega come sia possibile che un club di seconda fascia, che non ha mai ospitato grandi giocatori né è stato capace di vincere nulla, possa avere un seguito paragonabile solo a quello dei club dell’aristocrazia calcistica europea, con fan club presenti un po’ dovunque nel continente.

Tutto questo adesso rischia di finire, proprio al termine di una stagione trionfale coronata dal ritorno in Bundesliga dopo otto anni di assenza. Il 2010, l’anno del centenario, potrebbe essere ricordato come quello della fine. Almeno della fine del St Pauli com’è stato finora, con la sua identità forte e riconosciuta dovunque. Il paradosso è che a mettere in pericolo la squadra del nord della Germania è proprio la sua rinascita sportiva, la sua emersione dall’anonimato della seconda serie. La crescente popolarità del club ha fatto lievitare inevitabilmente la bramosia degli sponsor, che oggi garantiscono da soli circa 40 milioni di euro all’anno e che chiedono di stravolgere la piccola società per attivare tutto il suo potenziale economico finora inespresso. Per il momento gli investitori sono riusciti a imporre dei lavori di ampliamento e rimodernamento dello stadio per portarlo a 27 mila posti (finiranno nel 2013 e costeranno 30 milioni di euro), la progettazione di nuove strutture per gli allenamenti dei giocatori, degni della massima serie tedesca, e l’allontanamento di tante figure storiche del club, che poco si adattavano con le nuove, accresciute aspirazioni. E al centro dei grandi interventi è finita anche la sede del club che fino ad oggi più che a una classica sede di rappresentanza con uffici e divani assomigliava a un vecchio pub dove tifosi e giocatori si potevano incontrare per condividere una birra e parlare di calcio e di altro.

Quando il processo di «rinnovamento» verrà portato a termine, resterà poco o nulla del fenomeno St Pauli. Un fenomeno nato quasi per caso. Perché per settanta anni il St Pauli è una squadra come un’altra, anche meno fortunata di tante altre. Poi succede che la società sia costretta per motivi economici a trasferire la sua sede e non trova di meglio che la zona del porto, nei pressi dell’allora malfamato Reeperbahn, quartiere a luci rosse e centro della vita notturna di Amburgo. Sono i primi anni ottanta, e il piccolo Millentor-Stadium smette di essere il teatro di mediocri match di provincia per diventare qualcos’altro. Ossia il punto di ritrovo di un intera generazione di non-omologati, punk e alternativi di sinistra. Mentre le curve di tutta Europa, seguendo i pionieri inglesi, si vanno tingendo di nero, dando spazio a violenti e gruppi di estrema destra, le tribune dello stadio del St Pauli offrono ospitalità a un’intera generazione anti-sistema. I supporter dei pirati hanno coscienza della propria diversità. Si proclamano antirazzisti, anti-fascisti e anti-sessisti, si scontrano con i gruppi neonazisti che seguono gli altri club e scendono nelle strade di Amburgo quando si tratta di prendere parte alle manifestazioni degli squatter. La religione stpaulista, il teschio e la maglia marrone, irrompono nella cultura pop, ostentati da artisti internazionali come Asian Dub Foundation e Bad Religion. E la filosofia e i valori dei tifosi vengono adottati dalla stessa società, che si attiva per lanciare iniziative benefiche e che nel 2005 organizza una raccolta fondi a sostegno di Cuba. Non mancano le stagioni difficili e più di una volta lo storico presidente Corny Littmann, imprenditore teatrale e gay dichiarato, deve mettere mano al proprio portafogli per rimpinguare il bilancio della società. Il momento più duro è all’inizio del millennio, quando il St Pauli sfiora la bancarotta e rischia seriamente di scomparire. Viene lanciata una raccolta fondi straordinaria e la società riesce a vendere in poco più di un mese oltre 140mila maglie con lo stemma del club e la scritta «Retter» (Salvatore). Sempre per cercare di rimpinguare le casse del club, viene organizzata anche un’amichevole con il Bayern Monaco. Le turbolenze finanziarie però vengono superate definitivamente solo nella stagione 2005-06, quando la squadra riesce a superare in Coppa di Germania club titolati come Bochum, Hertha Berlino e Werder Brema, arrivando fino alle semifinali e guadagnando un milione di euro tra diritti televisivi e sponsor.

Quei tempi sembrano lontanissimi. Oggi di problemi finanziari non ce ne sono più. In una ventina di anni il numero di spettatori è più che decuplicato, passando da una media di 1500 persone a quella di 20mila, e in maniera ancora più esponenziale è cresciuta la fama internazionale del club. Ma è paradossale che il pericolo di scomparire si ripresenti, anche se in maniera più subdola. Non con lo spettro di un possibile fallimento ma con il pericolo – per certi versi peggiore – di diventare una squadra come un’altra, con i suoi fan ben educati seduti in tribuna e il suo voluminoso giro di affari in grado di fare contenti sponsor e azionisti.

PUBBLICATO SU Il Manifesto

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