Compagno Poborski, quanto ci manchi


“Lo sport è una cosa – rifletteva qualcuno ieri mattina dai microfoni di una radio giallorossa in sottofondo – er pallone un’ altra cosa”. Vero. Parlare di Lazio-Inter tirando in ballo lo sport e i suoi valori ha poco senso (grande agitazione ieri, arrivata fino in Parlamento). Parlare di pallone, sì. Fino a qualche tempo fa le ultime partite della stagione italiana di pallone si giocavano in contemporanea: quattro giornate chiedeva il regolamento per fare in modo che le squadre pretendenti allo scudetto, salve o retrocesse non condizionassero il finale del campionato conoscendo grazie a anticipi e posticipi i risultati delle loro dirette concorrenti.

Oggi non si usa più: solo le ultime due giornate si giocano in contemporanea. Non staremo a farla lunga contro l’invadenza della tv, che soffre tantissimo la contemporaneità, ma la tv dovrebbe pure badare al prodotto che offre ai suoi abbonati. Se capita una partita come Lazio-Inter con il tifo biancoazzurro dello stadio Olimpico rivolto contro la propria squadra per motivi di antiromanismo spinto fino al paradosso supremo, al limite irripetibile, cioè proprio da libri di storia del calcio, allora si capisce il casino e l’ulteriore paradosso in cui ci si va a cacciare col cosiddetto spezzatino.

Lasciamo stare i tifosi, che è termine troppo generico. Ci sono gli ultrà di stadio e quelli da pub, i pantofolari e i filosofi. Mettiamoci pure nei panni non dico di un sostenitore giallorosso, ma di un semplice appassionato che domenica sera avesse voluto godersi una partita interessante alla tv. Un milione e mezzo, come da Auditel. A loro gli ultrà biancocelesti hanno rivolto esplicitamente, romanisti o meno che fossero, due striscioni dagli spalti: “Mourinho un uomo vero in un calcio finto” (quale?). E, ancor meglio, “oh nooo”, esposto dopo il secondo gol dell’Inter. Manco un fumetto situazionista. La beffa dell’Olimpico.

L’Olimpico è abituato a cose del genere. La famosa leggenda metropolitana del bambino investito da una macchina della polizia, che cancellò dal palinsesto anni fa il derby Roma-Lazio si è ripetuta l’altra sera, per fortuna con toni goliardici. E i giocatori, che dicono? Di solito tacciono, un po’ per paura, un po’ per quieto vivere. Solo il 5 maggio 2002, quando gli ultrà laziali chiesero ai propri giocatori di perdere per non favorire la Roma, si dimenticarono di un certo Poborsky. E’ stato Stefano Fiore a ricordare l’altro giorno sulla Gazzetta cosa successe in campo, in quel Lazio-Inter 4-2 che scucì dalle maglie dei nerazzurri lo scudetto: “Lui (Poborsky, ndr) sapeva di andar via. Ma era talmente in lite con il mondo che quella partita la giocò alla morte. Era lontanissimo per ideologia politica da quei tifosi che ci chiedevano di perdere, e altrettanto distante dalla maniera italiana di vivere le partite”.

Ideologia politica. Maniera italiana. Wow. Poborsky il comunista (azzardo) scappò dall’Italia il giorno dopo, e non si fece mai più vedere. Giocatore di classe, famoso per certi pallonetti da urlo, ha lasciato il calcio. Ci manca molto.

(Alberto Piccinini, Il Manifesto, 4 maggio 2010)

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