Libano, una partita in ricordo della guerra civile


Sami Gemayel, esponente di spicco del partito falangista, in maglia e pantaloncini rossi, avanza sulla fascia sinistra del manto erboso dello stadio Camille Chaumon di Beirut. Scarta un paio di avversari piuttosto attempati in maglia bianca, si smarca, arriva a un metro dalla porta e segna. Dopo poco replica con successo la stessa azione dribblando senza molto sforzo i goffi difensori, questa volta sulla fascia destra. Il suo capitano, nonché presidente del consiglio, Saad Hariri gli dà il cinque soddisfatto.

Con due gol, Gemayel, uno dei più giovani in campo, è stato protagonista indiscusso della partita di beneficenza tenuta martedì scorso in memoria del trentacinquesimo anniversario dell’inizio della Guerra civile libanese, che ha tormentato il paese per oltre quindici anni.

In campo sono scesi parlamentari e ministri dell’attuale governo e di quelli precedenti. La coalizione di maggioranza guidata da Saad Hariri ha giocato in maglia rossa, quella d’opposizione, guidata da Hezbollah, era in maglia bianca. Purtroppo lo spettacolo di vedere il leader Nasrallah in pantaloncini non c’è stato; a fare le sue veci c’era il parlamentare Ali Ammar che indossava la fascia di capitano dei bianchi.

“I giorni della guerra non torneranno più”, ha dichiarato alla stampa Saad Hariri prima del fischio iniziale. Ma alle sue spalle gli spalti dello stadio erano vuoti: colpa – secondo il quotidiano Daily Star –  della Federazione calcio libanese, che temeva esplosioni di violenza.

La partita, durata trenta minuti e organizzata dal ministero della Gioventù e dello Sport, è stata annunciata sulle tv del Paese dei cedri con lo slogan: “Siamo tutti una sola squadra”. Sul canale Orange, legato al Movimento patriottico libero, alleato cristiano di Hezbollah, il cronista ha commentato le due reti dell'”avversario” Gemayel urlando con enfasi il tradizionale “gooool!”, come per le più avvincenti competizioni calcistiche trasmesse in diretta panaraba.

I commenti sulla partita sono stati molti e contrastanti, sia sul significato politico dell’iniziativa che sulla qualità del gioco (giudicata piuttosto scadente dai più). Se per il blog Qifa Nabqi la partita ha rappresentato una rievocazione delle “eroiche” lotte interconfessionali, giocata a porte chiuse, per commentatori meno scettici la partita ha avuto il merito di alleggerire il clima del paese.

Il 13 Aprile del 1975 viene considerata la data simbolica dell’inizio della guerra civile libanese. Quel giorno, Pierre Gemayel, fondatore del Partito falangista e nonno del “capocannoniere” dell’improvvisata squadra di calcio, assisteva  alla consacrazione di una chiesa nel quartiere di Ain el Rummaneh. Da un’automobile partirono raffiche di mitra da parte di miliziani palestinesi che fecero quattro morti. Lo stesso giorno e nello stesso quartiere ventisette palestinesi a bordo di un autobus vennero massacrati da elementi cristiani.

In quindici anni, il conflitto ha prodotto oltre 200 mila morti e un milione di feriti. I suoi segni sono tuttora visibili, non solo nei palazzi distrutti di Beirut, ma anche nelle tensioni intersettarie che ciclicamente riaffiorano nel Paese. Quante partite di calcio ci vorranno per dimenticare?

(Ernesto Pagano, Osservatorioiraq.it, 15 aprile 2010)

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