La Palestina gioca “in casa”


Gerusalemme – Da queste parti, di solito, a portare la gente allo stadio sono quasi sempre i partiti, per raduni volti a dare un segno della loro forza. Da qualche tempo però i campetti palestinesi si affollano di giovani innamorati del football e la passione per lo sport più amato e seguito nel mondo stasera avrà il suo momento più alto con l’amichevole tra le nazionali di Palestina e di Giordania. Nello stadio nuovo di zecca “Faisal Husseini” (8mila posti, costato quattro milioni di dollari) di Ram (Gerusalemme Est), alla presenza del presidente della Fifa Joseph Blatter, del rais Abu Mazen e, forse, anche di Michel Platini, la Palestina giocherà per la prima volta in casa, nei Territori occupati, mettendo fine all’esilio forzato in Giordania e Qatar e all’odissea degli allenamenti sul campo della città egiziana di El Arish, nel Sinai. “Finalmente abbiamo un campo regolamentare per la nostra nazionale, era una vergogna non poter vedere qui i nostri ragazzi battersi per l’onore della Palestina”, spiega orgoglioso Mohammed Ghazawna, 46 anni, con un passato di studente universitario in Sardegna, motivo della sua passione per il Cagliari. “Ma tifo anche per la Roma di Totti”, precisa prima di sospirare ricordando i tempi d’oro di Falcao e Conti. 

A Ram l’entusiasmo è alle stelle e sorridono soprattutto gli ambulanti che hanno immediatamente sostituito abiti e scarpe con pantaloncini e magliette, copie perfette dell’uniforme della nazionale. Vanno a ruba le bandiere palestinesi che stavolta sventoleranno per un gol fatto e non per difendere un terreno minacciato dalle scorribande dei coloni israeliani. Sono attesi autobus carichi di appassionati provenienti da tutta la Cisgiordania. Per la tanto desiderata “prima” in terra di Palestina gli spettatori saranno molte migliaia in più dei posti disponibili al Faisal Husseini. La pressione sui calciatori è enorme e gli ultimi allenamenti si sono svolti a porte chiuse. “Ci siamo preparati bene perché vogliamo vincere. E’ una amichevole ma un match internazionale è sempre importante per la nostra gente, tanti sventoleranno la nostra bandiera per affermare l’unità dei palestinesi”, dice Ahmad Kashkash, ala sinistra, nato e cresciuto a Gaza, in una pausa dell’allenamento pomeridiano diretto dal nuovo allenatore, Izzat Hamza, che per anni è stato il selezionatore delle nazionale giordana. A pochi metri di distanza il mediano Ayman Hendi è impegnato a calciare verso la porta difesa da Abdallah Sidawi, portiere esperto e “chioccia” dei nazionali più giovani. Sono assenti ufficialmente per infortunio i due naturalizzati (un cileno e uno statunitese) ma si sussurra che qualcuno, in alto, stia premendo per utilizzare solo calciatori nati in Ciagiordania e Gaza, almeno per questa volta.

Il calcio prova a fare da collante e ad ottenere ciò che la politica fallisce: la riconcilazione tra i simpatizzanti di Fatah, il partito di Abu Mazen, e quelli di Hamas, il movimento islamico che da oltre un anno controlla la Striscia di Gaza. Ma anche ad offrire ore di svago ad una popolazione che ogni giorno deve fare i conti con le “chiusure”, il muro e i posti di blocco delle forze di occupazione. Ne sanno qualcosa proprio i calciatori di Gaza, i più penalizzati dalle restrizioni imposte dalle autorità militari israeliane. La Palestina attualmente è al 180esimo posto su 207 nella classifica della Fifa ma due anni fa era salita fino al 115esimo mettendo a segno qualche vittoria di prestigio contro formazioni arabe sulla carta più dotate. Poi è venuto il crollo, figlio della impossibilità della nazionale di poter giocare a ranghi completi le partite ufficiali. Di recente è stata penalizzata per non aver affrontato Singapore ed eliminata dalle qualificazioni per i mondiali del 2010. Israele non ha consentito a 18 tra calciatori e dirigenti palestinesi di lasciare Gaza e la richiesta della federazione palestinese di un rinvio del match non è stata accettata dalla Fifa che ha poi assegnato la vittoria a tavolino e il passaggio del turno alla squadra asiatica.

La passione per il calcio comunque è riesplosa nei Territori occupati e dopo ben otto anni, quindi dall’inizio della seconda Intifada, gli abitanti della Cisgiordania hanno un campionato di calcio da seguire che però non include la Striscia di Gaza. Ufficialmente per motivi legati al blocco israeliano ma anche per ragioni “politiche”: la Federazione calcio palestinese non riconosce le attività sportive organizzate da Hamas. A dare l’impulso decisivo alla ripresa del torneo è stata la nomina a presidente della Federazione del generale Jibril Rajoub, un ex comandante dei servizi di sicurezza. Abbandonata la divisa militare e l’attività di repressione degli oppositori politici, Rajoub ha assecondato la sua forte passione per il calcio e si è battuto per rilanciare il campionato e “riportare a casa” la nazionale esule tra Giordania e Qatar. Con ogni probabilità l’impegno sportivo di Rajoub non è distante dalla politica come lui sostiene ad ogni occasione ma in ogni caso l’ex capo dei servizi di sicurezza è stato l’unico a lanciare inviti concilianti al premier di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, un noto appassionato di calcio, a seguire la nazionale stasera in diretta tv. “Siamo tutti palestinesi e tifosi della nostra squadra, teniamo il calcio fuori delle agende dei partiti”, ha esortato qualche giorno fa. A Gaza però non hanno digerito l’esclusione dal campionato. “Alla fine del torneo avrebbero potuto sfidarsi le vincenti in Cisgiordania e a Gaza”, si lamenta Nasser al Agha, un abitante di Gaza city. “Ma per la nazionale – aggiunge subito dopo – tiferemo tutti insieme”.

(Michele Giorgio, Il Manifesto, 26 ottobre 2008)

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