Il tradimento di Altafini


Uol Esporte (Brasile)

 

Mazzola è ricordato da molti come il calciatore che ha tradito il Brasile dopo aver vinto la Coppa del Mondo per andarsene in esilio in Italia. Ed è proprio queste immagine che il paulista José João Altafini (il suo vero nome) tenta attualmente di cancellare. Dopo una carriera vittoriosa con la nazionale canarinho e con quella azzurra, senza esitare ci dice che il suo cuore è sempre stato e sempre sarà “verde-amarelo”.

 

Dopo aver giocato nel Palmeiras per due anni, Mazzola fu chiamato a difendere la nazionale brasiliana nel 1958. Aveva 19 anni, quando divenne titolare, facendo un ottimo esordio nel mondiale di Svezia: dopo aver segnato due reti contro l’Austria, fu uno dei grandi astri di quella nazionale campione. Ma quella grande gara di esordio non bastò per mantenerlo in prima squadra, e l’allenatore Feola decise già dal secondo match di mettere al suo posto Vavà, che rimase titolare fino alla fine.

 

Finito il mondiale, il giovane campione acetta suo trasferimento al Milan. Poco tempo dopo, diventa un idolo, e accetta l’invito di entrare a far parte della nazionale azzurra come oriundo nel mondiale del ‘62. Mentre in Brasile veniva massacrato per la scelta, lui replicava dicendo “Chi difende un’altra nazionale non è un traditore”.

 

Dopo aver trascorso anni di gloria in Italia ed essere divenuito il terzo miglior cannoniere del Campionato italiano (al finaco di Giuseppe Meazza) con 216 gol, oggi Mazzola vive tranquillamente nel paese come commentatore. Per lavoro, l’ex giocatore ha assistito agli Europei in Austria e Svizzera, da dove ha concesso un’intervista telefonica a Uol Esporte. Oggi Altafini viene spesso in Brasile e parla con “saudades” dell’epoca in cui indossava la maglia verde-oro, e di quel gruppo che ha aperto la strada per i cinque titoli della nazionale più vincente al mondo.

 

Lei era uno dei più giovani del gruppo brasiliano, con solo 19 anni. Chi erano i suoi migliori amici lì al mondiale?

Avevamo tutti un rapporto speciale. Era un ambiente allegro, e anche se è difficile da credere il gruppo non aveva nessun problema di rapporti. Essendo uno dei più giovani, rimanevo sempre vicino ai miei coetanei, come Pelé che allora aveva 17 anni. Djamlma Santos era un grande amico, e stavo sempre a sentire i consigli di Nilton Santos, grande esperto.

 

Dopo del suo trasferimento al Milan lei è diventato un idolo in Italia, ma rimaneva anche un idolo in Brasile. Perché ha chiesto la cittadinanza italiana?

In quella epoca, ho ricevuto tante critiche da tutte le parti. Oggi vorrei chiedere ai giornalisti di allora qualcosa sui tanti altri brasiliani che giocano con le altre nazionali in giro per il mondo! Oggi questa pratica è comune, e ciò nonostante loro non vengono massacrati come successe a me. Chi difende un’altra nazionale non è un traditore. Io sono brasiliano e il mio cuore è verde-amarelo. Non è che avendo un’altro passaporto ho smesso di essere brasiliano.

 

E quando il Brasile incontra l’Italia per chi fa il tifo?

Tifo per il Brasile sempre, e tutti in Italia lo sanno. Quando lavoravo come commentatore nella finale degli Stati Uniti, tutti hanno visto come mi sono emozionato per la vittoria ai rigori. Fu una cosa indimenticabile.

 

(a cura di R. Quinalia)

 

L’articolo integrale in lingua originale

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