Il comunista inglese che giocò a Mosca nel ’63


di Geoff Andrews

Il Manifesto (Italia)

 

Unione Sovietica, 1963. Un periodo di miti riforme liberali sotto la guida di Nikita Krusciov nella decade seguita alla morte di Stalin. Benché gli swinging sixties avessero a malapena penetrato l’arido panorama culturale dell’Urss, poeti e scrittori offrivano voci alternative e il jazz stava diventando popolare. L’anno precedente Alexandr Solzenicyn aveva pubblicato Un giorno nella vita di Ivan Denisovich, resoconto delle oppressioni giornaliere vissute nei gulag. Il calcio tuttavia era considerato una forma di dissenso potenzialmente ancora più pericolosa, profondamente radicato com’era nella psiche della società sovietica dove la gente si radunava per vedere le partite e dar sfogo alla propria passione. Le squadre di Mosca avevano una lunga storia politica. La Dinamo Mosca, fondata nel 1923, era la squadra del Ministero dell’Interno mentre i rivali dello Spartak Mosca erano nati nel 1935 per iniziativa di Nikolaj Starostin cui era capitato di giocare contro una squadra di lavoratori tedeschi ribattezzata in onore della Lega di Spartaco, l’organizzazione marxista fondata da Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht. Al contrario della Dinamo e del Cska Mosca (la squadra dell’esercito nata nel 1928), lo Spartak era la squadra degli operai e degli intelletuali e sin dalle origini aveva sempre avuto una certa autonomia dallo Stato pur avendo il supporto del Komsomol, l’Unione della gioventù comunista.

 

Quindi se qualche forma di dissenso poteva nascere nel calcio sovietico, solo dallo Spartak poteva venire. Infatti fu lo Spartak, negli anni della Guerra Fredda, che invitò il primo cittadino occidentale a giocare nel campionato locale: un difensore britannico alto e smilzo che fece due sole apparizioni nel 1963. Jim Riordan era stato istruito per diventare una spia inglese durante il servizio militare e una volta spedito a Berlino aveva cominciato ad apprezzare la letteratura russa. Ben presto aveva scoperto la fede comunista e si era iscritto al piccolo Partito comunista della Gran Bretagna. Nel 1961 abbandonò l’Inghilterra e si trasferì a Mosca per frequentare la Scuola superiore del partito insieme ai quadri dei partiti comunisti di tutto il mondo. Tra i suoi studenti all’epoca c’era Alexander Dubcek e tra i professori ospiti Yuri Gagarin, Leonid Breznev e Dolores Ibarurri, la Pasionaria.

 

Riordan era un ragazzo di 25 anni che amava il calcio e veniva da Portsmouth, costa sud dell’Inghilterra. Tra i suoi ricordi d’infanzia c’era anche il tour che la Dinamo Mosca aveva disputato in Inghilterra nel 1945. Come la moderna Russia di Hiddink, quelli della Dinamo erano tecnicamente e tatticamente molto più avanti dei loro avversari britannici e diedero una lezione di destrezza che sarebbe stata superata in seguito solo dal calcio magiaro degli anni ’50. Mentre frequentava la scuola, Riordan prese parte ad alcune partitelle settimanali con un gruppo di diplomatici e comunisti che comprendeva anche l’ambasciatore kenyano a Mosca, il quale giocava a piedi nudi e metteva a disposizione il suo domestico come arbitro. Durante una improbabile sfida Inghilterra/Irlanda contro Resto del mondo, Riordan fu notato e avvicinato da Gennardy Logofet, terzino destro dello Spartak Mosca e della nazionale, e dall’allenatore Nikita Simonyan. Fu invitato a presentarsi agli allenamenti dello Spartak portandosi gli scarpini.

 

Una settimana dopo ricevette una telefonata da parte di Simonyan che gli diceva di fare un salto allo stadio Lenin, dove giocava lo Spartak. Lì si ritrovò a rimpiazzare il leggendario difensore Valery Volkov, reduce da una sbronza colossale. Riordan andò in campo col nome di Yakov Eordahnov per evitare di attirare troppe attenzioni. Il capitano dello Spartal era Igor Netto, un comunista tutto d’un pezzo, che prima di entrare in campo richiamò i compagni a tenere alto l’onore del calcio sovietico e degli eroi del lavoro socialista. Al calcio d’inizio, di fronte a 50mila persone, Riordan ricevette il pallone e lo sparacchiò in avanti secondo il miglior stile britannico. “Passalo a un compagno – gli gridò Netto – non alla folla”.

 

Il match contro il Pakhtakor di Tashkent finì 2-2. Riordan giocò un’altra partita ancora, un successo per 1-0 contro il Kairat e lo Spartak chiuse la stagione al secondo posto dietro la Dinamo. La sua breve esperienza come primo giocatore straniero della Lega gli fece capire meglio il modo in cui il calcio era incorporato nel più vasto sistema del potere sovietico. Cominciò pure a porsi degli interrogativi sulle sue convinzioni comuniste, accorgendosi di come l’Urss trattava i dissidenti.

 

Nella sua recente autobiografia, intitolata Comrade Jim: The Spy Who Played For Spartak (Fourth Estate, 2008), Riordan spiega: “Il football sovietico come io l’ho conosciuto offriva un’introspezione del potere del calcio all’interno di una società relativamente chiusa e autocratica”. Questo gli risultò chiaro quando conobbe Nikolaj Starostin, l’ex capitano e general manager dello Spartak che insieme ai fratelli aveva passato 10 anni nei campi di lavoro durante le purghe staliniane, accusato di “propaganda di sport borghese”: un crimine di proporzioni peculiarmente staliniane in quanto promuoveva sul campo l’individualismo e la libertà d’espressione anziché il collettivismo socialista. Starostin fu più fortunato di altri perché anziché essere giustiziato nel gulag fu liberato dopo la morte di Stalin nel ’53.

 

Il responsabile della prigionia di Starostin era il famigerato Lavrentiy Berija, capo dei servizi di sicurezza sovietici, ex calciatore nonché presidente della Dinamo Mosca. Dopo che lo Spartak conquistò campionato e coppa nel 1938, Beria cercò vendetta arrestando, condannando a morte o spedendo in Siberia parecchi giocatori dello Spartak. Al tempo delle purghe staliniane, anche il calcio fu coinvolto nella repressione messa in atto dallo stato e Beria, un vero fanatico, ordinò pure di far rigiocare le partite perse dalla Dinamo.

 

Beria fu ucciso nel 1953 dopo l’ascesa di Krusciov. Starostin ha vissuto invece fino alla metà degli anni 90 e la sua storia è stata raccontata in Italia da un bel libro di Mario Alessandro Curletto, Spartak Mosca, storie di calcio e potere nell’Urss di Stalin (Melangolo, 2005). In prigione Starostin fu trattato come un eroe e allenò pure la squadra della polizia locale. Secondo Riordan, questo dimostra “l’immenso potere e la vitalità del football, la sua capacità non solo di affascinare la coscienza popolare ma anche di frenare le azioni arbitrarie dei tiranni più brutali”.

 

Riordan abbandonò l’Unione Sovietica oramai disilluso nel 1965, convinto anche da un’inchiesta delle autorità sovietiche nei suoi confronti per un articolo pubblicato col titolo “I crescenti dolori della gioventù sovietica”. Al suo ritorno in Inghilterra, sventò il tentativo dei compagni di partito di espellerlo per spirito borghese e rimase un membro del partito fino al suo scioglimento nel 1991. Come Starostin, rimase fedele ai suoi ideali. Quando nel 2003 il Portsmouth prese in prestito il calciatore russo Alexei Smertin, Riordan (professore emerito di studi russi all’università) fece in modo di incontrarlo e i due divennero amici. Smertin, il primo russo a giocare nel calcio inglese, e Jim Riordan, il primo inglese a vestire i colori dello Spartak Mosca, la vecchia squadra del popolo.

 

(27 giugno 2008)

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