Argentina 78: L’altra finale


di Marcela Valente

Inter Press Service

 

Buenos Aires – A trenta anni dal primo dei due Mondiali di calcio vinti dalla selezione argentina, varie organizzazioni dei diritti umani ed ex giocatori, come il portiere Ubaldo Fillol, renderanno omaggio alle vittime della dittatura che allora comandava il paese

 

Lo spirito di questa iniziativa “non è criticare coloro che festeggiarono la vittoria né condannare i giocatori”, sottolinea Tati Almeyda, membro della Associazione delle Madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora, uno dei due settori in cui si biforcò la organizzazione creata in piena dittatura (1976-1983) per chiedere la ricomparsa dei suoi familiari sequestrati dalla dittatura

 

“Tutto quello che vogliamo con questo omaggio è saldare il debito con i nostri desaparecidos”, ha spiegato a Ips la attivista, membro di una delle associazioni che organizzano l’iniziativa, alla quale hanno già confermato la loro presenza, a parte de Fillol, Leopoldo Luque, Omar Larrosa, Luis Galván, Julio Villa, René Houseman, Oscar Ortiz, Miguel Oviedo e Héctor Baley

 

L’edizione del 1978 del Campionato del Mondo della Fifa si giocò a giugno in Argentina, nonostante le denunce contro la dittatura per gravi violazioni dei diritti umani, sopratutto negli anni dal 1976 al 1979

 

Diretta da César Luis Menotti, la selezione argentina vinse la finale 3 a 1 contro l’Olanda, partita giocata il 25 di giugno nello stadio del River Plate di Buenos Aires

 

Allora, decine di migliaia di argentini si riversarono per strada in una celebrazione spontanea ancora viva nella memoria.

 

Alcuni credevano che quella celebrazione aveva rafforzato il dominio della dittatura, che cercava di nascondere i suoi crimini dentro l’insanguinata censura di qualunque tipo di espressione. Altri, al contrario, affermavano che fu solo un manifestazione spontanea di gioia popolare in un Paese in cui il calcio si vive con passione ed è la principale disciplina sportiva

 

“Hanno sequestrato mio figlio nel 1975, prima del colpo di Stato, quando aveva 20 anni. Era scomparso già da 3 anni quando cominciò il mondiale”, racconta Almeyda. Nonostante ciò, la sua famiglia festeggiò il trionfo della nazionale con sentimenti ambivalenti. “Era una contraddizione enorme, la assenza di mio figlio e le grida del gol”, ricorda.

 

In omaggio a quelle vittime e come riconciliazione con lo sport, l’Istituto spazio per la memoria (Iem), composto  da una dozzina di associazioni umanitarie, ha convocato domenica 30 di questo mese, una serie di manifestazioni dal titolo “L’altra finale. La partita per la vita e per i diritti umani”.

 

La cerimonia comincerà con una concentrazione alla ex Escuela de Mecánica de la Armada (Esma), uno dei più emblematici campi di concentrazione clandestini ai tempi della dittatura, dove furono rinchiusi almeno 5mila prigionieri, molti dei quali successivamente assassinati o gettati vivi in mare.

 

Da questo punto, che attualmente è un museo della memoria dell’orrore di quei giorni, sfilerà una bandiera fatta con le fotografie di migliaia di desaparecidos, fino al vicino stadio del River Plate.

 

La tribuna d’onore dello stadio, che nella finale del 1978 era occupata dai tre membri della Giunta militare, Jorge Videla, Eduardo Massera e Orlando Agosti, questa volta sarà vuota e coperta da uno striscione in ricordo delle 30mila vittime desaparecidas.

 

Inoltre, il giro del campo solitamente riservato ai calciatori vittoriosi, questa volta sarà fatto dai membri delle associazioni dei diritti umani e dagli altri partecipanti, con le foto dei loro familiari e amici di cui ancora non sono stati trovati i corpi.

 

La manifestazione continuerà con la consegna di medaglie e diplomi ai giocatori del mondiale del ‘78 che hanno aderito a questa iniziativa, che giocheranno anche un partita con giocatori della attuale nazionale argentina al di sotto dei 20 anni e altri giocatori non professionisti.

 

Una delle due squadre sarà diretta dall’attuale allenatore de la selezione under 20, Sergio Batista, e l’altra dall’ex giocatore José Luis Brown, entrambi della nazionale argentina che ottenne, sotto la guida di Diego Maradona, il secondo titolo mondiale nel Campionato del 1986 in Messico.

 

“Molti dei campioni del 1978 non sono in condizioni di giocare una partita intera, altri non possono partecipare perché malati. Però in generale l’iniziativa è stata accolta positivamente”, ha assicurato  Ana Maria Careaga, presidente dell’Iem, durante la presentazione della manifestazione.

 

L’altra finale terminerà con uno spettacolo dei musicisti argentini Luis Alberto Spinetta e Lito Vitale, insieme all’uruguaiano Daniel Viglietti e molti altri artisti.

 

In questi ultimi giorni, i giocatori hanno partecipato a diverse manifestazioni in cui si intreccia la vittoria della selezione con il ricordo di quel periodo tragico della storia argentina.

 

Uno dei partecipanti è stato Fillol. “Noi non abbiamo ucciso, né torturato né sequestrato nessuno”, precisa, e “non ci da fastidio che chiedano la nostra opinione su quei fatti, però ci addolora quando ci mettono in relazione con quegli avvenimenti”, ha raccontato questa settimana ad una scuola di giornalismo sportivo. Comunque, ha apprezzato la possibilità che gli è stata offerta di “dire la sua verità”

 

Alla vigilia delle manifestazioni, è stato presentato anche il documentario “Mondiale ‘78: la storia parallela”, realizzato da vari giornalisti sportivi argentini

 

Nel documentario, il giornalista Raúl Cubas, che fu sequestrato ma riuscì a sopravvivere, racconta che, quando era incarcerato nella Esma, fu portato dai suoi sequestratori a una conferenza stampa per intervistare il proprio Menotti

 

“Mi sembrava una pazzia, perché io ero lì però in realtà non appartenevo più a questo mondo”, assicura il sopravissuto nel documentario. Cubas fece l’intervista però non trovò il coraggio per raccontare a Menotti da dove veniva, per paura di essere assassinato. Dopo la conferenza stampa, fu riportato al suo centro di sequestro e di tortura

 

Il premio Nobel per la pace, l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, è uno degli invitati alla presentazione delle manifestazioni del giorno 30.

 

“Quando si giocò il Mondiale, mi avevano sequestrato già da 14 mesi”, ha ricordato Perez Esquivel, presidente del Servizio pace e giustizia presso l’Ips. Due giorni prima della finale, la pressione internazionale obbligò la dittatura a rilasciarlo in libertà condizionata

 

“Comprai una piccola televisione in bianco e nero, che ho ancora oggi, e guardai la partita con tutte le contraddizioni di una persona che era stata arrestata ingiustamente e ascoltava José Maria Muñoz (cronista sportivo, ora morto, fedele alla dittatura), che diceva che gli argentini erano “diritti e umani”, lo slogan ufficiale per controbattere alla condanna internazionale.

 

Il presidente della Assemblea permanente per i diritti umani, Miguel Montserrat, ha ricordato anche lui questo legame tra l’allegria sportiva e il dolore per quella che considera come “una campagna di manipolazione della dittatura, messa in piedi grazie ai giornalisti, telecronisti e i professionisti dell’informazione in generale”.

 

“Ricordo, per esempio, Mirta Legrand (conduttrice televisiva) o Mariano Grondona (giornalista) affermare che coloro che denunciavano all’estero i crimini della dittatura in solidarietà con i desaparecidos “stavano facendo campagna contro il Paese”, aggiunge.

 

L’articolo in lingua originale

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